Linea d'ombra - anno XIII - n. 103 - aprile 1995

Almeno io, gli sono certamente venuto a mancare; si vede che non siamo fatti l'uno per l'altro. Questi sono pensieri notturni, mentre fuori piove e sventa. La mattina dopo, nel sole, stiamo a chiacchierare con la Simonetta, e cade qui il brano che è già stato in parte citato stamane, quello che parla dei "pezzetti" della nostra vita. Alla fine dissi alla Simonetta: "Sai, i pezzetti della nostra vita non servono a nulla. Quello che è stato è stato". Questa sentenziosità,quando divento sentenziosocome qui, (e lo sannnoquellichemiconoscono,anchenellavitapratica)vuoldirechenon sonoproprioconvintodiquelloche stodicendo:quindipotetefidarviche a questiaforisminon ci credevoe non ci credodel tutto,anzi. "...Quello che è stato è stato. Resta un sentimento vago, come io provo in queste parti qui". "Che genere di sentimento?", disse lei. "Mi sento come a casa", dissi. "Ma più esaltato". "Sarà perché facevate gli atti di valore, qui", disse la Simonetta. "Macché", dissi. "Facevamo le fughe". Gli atti-di-valore dovete pensarli con le lineette, è un termine da librodi lettura patriottico (daaggiungereagli altri atti sucui poggiava la nostra infanzia, dagli atti-impuri in su). Anche "le fughe" è un termine tecnico, come era nel gioco del calcio stile anni Trenta, adottato qui quasi per designare delle prestazioni per cui ci si allena, in cui ci si specializza... È un'espressione che avrebbe potuto usare quarant'anni fa il mio amico Bene, uno di noi. li dialogo che vi sto leggendoè fattocongli echi di come effettivamente parlavamo alIora. I "perché" che seguono, per esempio, erano un tipico vezzo della Simonetta, molto caratteristicamente proferiti. Lo dico per sottolineare che in questo tipo di scrittura ci sono aspetti privati che non sono del tutto spogli di importanza pur non avendo un significato pubblico. Sono convinto che la fedeltà alla propria materia (una fedeltà che nel mio caso so che può apparire leggermente fanatica) non sia mai sprecata, anche se al lettore non importa molto che un certo dettaglio sia o non sia fedele. Ciò che conta è l'effetto che questa fedeltà ha su di te che scrivi: sul tono e sulla forza di ciò che dici, sulla voglia stessa da parte tua di raccontare qualcosa. Stavo dicendo dunque alla Simonetta che "facevamo le fughe" e lei, ottimista ribatte: "Scommetto che avete fatto gli atti di valore". "Macché atti di valore", dissi. "Non vedi che ho perfino abbandonato il parabeUo?". "Già", disse lei. "Perché l'hai lasciato qui?". "Cosa vuoi sapere?" dissi "Li lasciavamo da tutte le parti". "Perché?" disse la Simonetta. "SanPierofadireil vero",dissi. "Non eravamo mica buoni,a fare laguerra". Pensoche sentiatel'effetto liberatoriodi questefrasi,e avetesentito prima il riferimentoesplicitoal mio sensodi sollievonel riconoscerela pochezzadellenostreattivitàresistenzialie militari. È uno statod'animo che, scrivendonel 1963,attribuivoaquel lontanomomentoallafinedella guerra. Io sonopiuttostoscrupolosonel riferirele cose, e lamia convinzione di allora avrà certo avuto qualche fondamento;ma oggi tendo a crederedi aver fusoinsiemedue distintimomenticatartici.Nel 1945c'è stataprobabilmenteuna liberazionesul terrenodellavitaprivata("anche se non sonomortoinguerra,possougualmentecontinuarea vivere")ma non sul terrenodel giudizio storico, che poi equivale per me a quello dell'espressione letteraria.Scrivere, ho detto in qualche parte, è una funzionedel capire.E quest'ultima liberazioneè avvenutasoltantoventi 25 APRILE 17 anni più tardi. Di questo non mi ero mai accorto, l'ho inteso adesso, ripensandociper questaoccasione. Più voltenellepagineda cui ho citatosi dice che in questoepisodio del 1945"cercavo il senso" della nostra esperienza di partigiani,e lo cercavoinvano.Credofosseperchémisembravainsopportabilenonaver combinato qualcosa di un po' più importantenella guerra civile: non trovavo"ilsenso"perchénonvolevotrovarlo,eraun sensochemipareva misero, quasi indegno.Di questo in seguitoho smesso un po' allavolta di crucciarmi, anzi ilmiopuntodi vistasiè quasicapovolto:dandoluogo in cambioa spuntiforseunpo' esageratidiorgoglioetico-politico.Se ne vedonotracceinalcuniparagrafidi quella"Nota introduttiva"del 1976, che infattihoriscrittoin tonipiù tranquilliper lanuovaedizione.Sperodi aver compiutocosì l'ultimo attodi revisionedi questi "pezzetti"del mio passato. Perché oggi, finalmente, mi sento tranquillo. Non mi dolgo affattodinonesserestatounpo' piùbravoinguerra.Oggisocheil"senso" della nostra esperienza non è qualcosadi separato,ma è l'esperienza stessa:purché,ovviamente,si riescaad esprimerla,a comunicarla. Vorreiaggiungereunapiccolapostilla,sull'episodioche apreil libro. Con laSimonettainqueigiornidellatendinacelestecieravamoportatiun librocheleggevamoinsieme.Ci sonospessodeilibri,dietroallamiastoria personaledi quegli anni, farebberoun elencoabbastanzastrano... Questoche leggevamolassùera ConversazioneinSicilia. Ci pareva una cosa moderna e alla Simonetta piacevano le cose moderne. Ci colpivano (a parte i richiamiun po' stranialJearance)certi manierismi, specieneidialoghi,quellidel tipo"Sarestistatapeggio","Peggio?Come peggio?",oppure"Fu unosbaglio","Uno sbaglio?Come unosbaglio?". E inoltrequelleapostrofiallamadre,un po' insoliteallora,come:"Buffa d'una donna!"; o "Ah vecchia vacca!"; o "Benedetta vacca!". Dialogavamocosìanchenoi,distribuendocilebattuteinmododacavarne il massimofrutto: Io: "Ti piacciono le arance?". Simonetta: "Mi piace il pan-biscotto". Io: "Buffa d'una donna!". Simonetta: "Buffa? Come, buffa?". Io: "Sicuro, buffa". Simonetta: "Buffa un corno". lo: "Benedetta vacca!". Ho accennatoa questa letturaancheperché l'altro Librodi Vittorini, Uominie no, uscitocome sapete proprionel 1945,ha avuto una certa importanza,in via polemica,per lacomposizionedei Piccolimaestri. Il librodiYittorinilosentii,quandouscì,comequalcosadi intrinsecamente falso,ogginonintendoconfermarequestacriticadi Uominieno, ma allora mi parve qualcosa di peggio di un libro mal riuscito. Non solo non esprimeva i caratteriche a me parevanoquelliveri dellaResistenza,ma ne facevalacaricatura. È in parteper questoche a suotempo il mio libro è stato scrittocome è stato scritto. Ma entriamoun po' nel vivodiquellacheoggi considerolasostanza dei Piccolimaestri. Quarantadueanni fa come oggi, iJ7 giugno, mi trovavocon alcuni mieicompagniinunazonaanordestdelJ'AltipianodiAsiago. Lì da vicino c'è l'orlo delJaValsugana,che peròdal puntodove eravamo noi non si vedeva. È una zona di boschi e di rocce, molto attraentee nelJostesso tempo selvatica.Eravamo nell'intervallotradue rastreUamenti,uno era avvenuto il 5 giugno, il secondosarebbearrivatopochigiornidopo, il 1 O. Nel rastrellamentodel 5 il nostro repaito, una trentina o quarantinadi persone, si era sfasciato,ed eravamo restatiin nove. Per qualchegiorno piovvesenzainterruzioni,e noistavamo lì, inquestazonadi montagnatra i I500e i 1700metri,confusie perplessi,mamoltointensamentevivi.Di questo si leggenel libroun resoconto.

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