16 25 APRILE GIACEREDI SGHEMBO CONSIDERAZIONISUL"RESOCONTO" RESISTENZIALE LuigiMeneghello Non credo che vi aspettiate da me un'analisi storica o letteraria dei Piccoli maestri: ho pensato invece di provare a dirvi così alla buona le mie impressioni di oggi sulla materia e sulla forma del libro. Veramente avevo anche preso in considerazione qualcosa di più impegnativo: esaminare punto per punto i nostri pensieri, propositi e progetti di allora, l'intera gamma di ciò che ironicamente si può chiamare "l'ethos dei piccoli maestri", e opporvi punto per punto il quadro di ciò che è invece effettivamente accaduto nel corso dei decenni successivi non solo in Italia (o magari nel resto del mondo) ma in particolare nel paese delle nostre teste. Ma a questo ho poi rinunciato, almeno per ora. È un compito troppo difficile e, giudicando da alcuni assaggi preliminari, i risultati potrebbero essere un po' schiaccianti. Vi parlerò dunque soltanto di come vedo oggi il libro e l'esperien,: za da cui è nato. Devo sottolineare che ci sono due livelli distinti: c'è l'esperienza, che risale a più di quaranta anni fa, esperienza mia e di alcuni miei compagni nella guerra civile, dal '43 al '45; e c'è il resoconto che io stesso ne ho dato venti anni più tardi. Avete dunque da una parte le vicende e le idee di un ragazzo ventenne e di certi suoi coetanei, dall'altra il racconto che ne fa un uomo di quarant'anni. Sono due ordini di cose che anche volendo non potrei tenere disgiunti, e me ne sono accorto preparandomi per questa conversazione: come due strutture saldate insieme da una serie di raccordi inamovibili. È una situazione abbastanza singolare: non saprei più come arrivare ai fatti senza passare per il racconto, ma non potrei nemmeno accettare il racconto senza un continuo (e qualche volta inquietante) ricorso ai fatti. In pratica, mi richiamerò spesso al testo del libro, leggendovi dei pezzi con qualche commento. Userò la seconda edizione, del 1976, riveduta e accorciata. È una revisione che non investe direttamente la sostanza, solo l'involucro esterno: ma credo che anche in queste faccende come in certi fenomeni fisici, la tensione superficiale non sia un aspetto trascurabile. E ci tengo a specificare che per me il libro va letto nella versione riveduta. Sto preparando ora una terza edizione appena ritoccata, che uscirà in autunno. Alla edizione del '76 avevo premesso una Nota introduttiva, spiegando tra l'altro in quali circostanze era stato scritto il racconto: ed è da qui che vorrei partire. Come mai avevo tardato una ventina di anni? La risposta che davo è questa: È risultato che anche questa materia, come quella della mia infanzia a Malo, aveva radici profonde; estrarle ed esporle alla luce è stato ugualmente lungo e difficile, ma più doloroso; i veleni non erano quelli di un bambino, ma di un giovane uomo, veleni più adulti, e le cose da esorcizzare più inquietanti. Qui fatemi la cortesia di non infastidirvi per il tono un po' lugubre di queste frasi sui veleni e gli esorcismi, e in particolare per questa faccenda del "doloroso". È qualcosa che c'è davvero in me, e che di tanto in tanto viene in superficie, per esempio in presenza di temi come questo delle radici. Non è che io viva dolendomi di continuo, ma insomma occasionalmente un po' di dolenzia c'è. Nella Nota dicevo dunque di aver tentato più volte, nel corso di tutti quegli anni, di dar forma a singoli aspetti della materia partigiana, ma di essermi sempre dovuto tirare indietro. Si trattava di semplici assaggi, senza l'intenzione di fare un libro. In tutti questi assaggi, scrivevo a fatica e con l'animo contratto. Sentivo che c'era un territorio in cui non potevo ancora addentrarmi senza ribrezzo. Ogni tanto avevo il senso di toccare un punto più pericoloso, quasi una breccia in un argine; e mi pareva che smuovendo sarebbe venuto giù un fiotto di caotiche affezioni personali, civili e letterarie che mi avrebbe portato via. Di nuovo c'è qui forse un lieve eccesso di solennità: ma in sostanza è proprio così che sentivo. Poi, l'arrivo del fattore scatenante, l'elemento che fa "partire" le cose: nel mio caso un soggiorno a Asiago nell'inverno del 1963. C'era la neve, un gran freddo, un sole abbagliante, enormi spessori e vaste distese luminose, più singolari per me dopo tanti grigi inverni inglesi, uno shock dei sensi che forse ha contribuito a determinare le mie reazioni. In questo ambiente mi è tornata alla memoria, vividamente, un'altra visita ali' Altipiano di Asiago subito dopo la liberazione del 1945, e ho sentito che quel minuscolo germe conteneva tutto il racconto. Asiago, l'Altipiano, è un luogo che esercita un'attrazione speciale su di me e sui miei amici. Tornarci è stato a lungo, in parte è ancora, quasi una mania per noi: specialmente in certi periodi dell'anno che rispondono a eventi accaduti lassù, si va "in Altipiano" quasi peruna leggedi natura, sembriamo uccelli migratori, spontaneamente ci orientiamo versoquelle rocce e quei boschi. L'entrata in gioco per il mio racconto è legata appunto a quel primo ritorno del '45, "con una amorosetta che avevo e una tendina celeste". Non dunque l'inizio o il decorso della guerra civile, ma la fine della guerra, la conclusione della nostra storia. Vorrei andare a vedere un momento con voi questo episodio, che è il capitolo di apertura del libro. Eravamo accampati lassù, io e la Simonetta, e c'erano questi temporali. Sembra che ci siano dei legami tra i temporali e l'attacco dei miei libri. La prima frase di Libera nos a malo è "S'incomincia con un temporale", ed è accaduto di recente (sono stato a Malo a parlare ai miei compaesani domenica scorsa, e l'ho visto io stesso) che queste parole sono state incise su una lastra di pietra in mezzo alla piazzetta di San Bernardino, a due passi dalla casa dove sono nato: nel lastricato della piazza risalta una composizione geometrica, in forma quasi di un segnale puntato in direzione della mia casa, e lì sono scolpite le parole S'INCOMINCIA CON UN TEMPORALE ... Non so cosa potranno pensare quei paesani o forestieri che non sappiano già di cosa si tratta. Un avviso? una ingiunzione? Mi domando se si potrebbe fare qualcosa di analogo (su roccia, in Altipiano?) per i Piccoli maestri. Scartata la prima frase del primo capitolo, IO ENTRAI NELLA MALGA, ci sarebbe l'inizio vero e proprio della storia, al secondo capitolo: COSA VOLEVANO LETROMBE?chehaunsuonosimpaticoeinsiemeopportunamente enigmatico ... Dunque: ero andato lassù con la Simonetta (una compagna che si può considerare anche lei uno dei piccoli maestri) a riprendere il mio parabello abbandonato in una fessura di roccia nel corso di un rastrellamento. Pensavo che ritrovandolo sarebbe sopravvvenuta una crisi di emozione e di rimorso, ma non fu così, anzi, sentivo un'ombra oscura di sollievo: Ora è finita, mi dicevo. In fondo non è colpa nostra se siamo ancora vivi. Sì, è stata tutta una serie di sbagli, la nostra guerra; non siamo stati ali' altezza. Siamo un po' venuti a mancare a quel disgraziato del popolo italiano.
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