Linea d'ombra - anno XIII - n. 103 - aprile 1995

14 25 APRILE "La mia pagina sa di lucerna" mi ha detto una volta; e nella dichiarazione riportata nel risvolto, Garzanti scrive: "La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti". Mi pare che fu nel '56 o nel '57 che mi disse -eravamo in un bar di Alba-: "Adesso ti dirò una cosa che tu non crederai: io prima scrivo in inglese e poi traduco in italiano". Probabilmente di tutti gli scritti di Fenoglio che conosciamo ci sono state stesure "alla partigiano Johnny" che oggi daremmo un occhio per avere, e che probabilmente lui distruggeva, come testimonianze del suo oscuro travaglio. Ma come spiega lei questa specie di automutilazione stilistica? Ci sono scrittori che nelle successive stesure della loro pagina partono da una lingua più vicina alla media, da un'enunciazione sostanzialmente denotati va, e poi la caricano, la colorano, la deformano in senso espressivo. E ci sono scrittori la cui prima resa è fortemente caratterizzata ed espressiva e si studiano di imbrigliare questi caratteri perché non siano giudicati troppo selvatici e allontananti. Naturalmente non è solo questione di temperamento, ma di civiltà stilistica, di fase del gusto lettera1io e di come uno ci si inserisce. Ci siamo dimenticati che solo quindici anni fa o anche meno quest'idea di disciplina stilistica, che oggi ci sembra repressiva e mutilatJice, aveva una autorità normativa per la maggior paite degli scrittori e degli scriventi, senza che nessuno l'avesse codificata, ma solo perché entJ·ava in un canone di gusto diffuso, e sembrava una condizione necessai·ia per rendere comunicativo il proprio discorso. Così come di molti pittori i disegni hanno una freschezza e una libertà che i quadri non hanno, così di molti scrittori le prime minute, se si fossero conservate, riserverebbero sorprese come quelle di Fenoglio. Per gentile concessione degli eredi (Da "Uomini e libri", 1973) FENOGLIOELARESISTENZA Enza Collotti L'inatteso ritorno di Fenoglio con questi inediti e abbozzati Appunti partigiani1944-1945 che ancora una volta Lorenzo Mondo consegna alla casa editrice Einaudi ripropone quella che resta, e che si conferma, come la voce più originale di una nostra letteratura della Resistenza. Fenoglio, tra i nostri scrittori, non è stato certo il primo a pubblicare di letteratura partigiana, certo è stato tra i primi a sc1iveme, ma al pubblico la sua opera è giunta tardi: / ventitrègiornidellacittàdiAlba sono del 1952, Il partigianoJohnny del 1968, quando, anni più anni meno, la generazione degli anni Venti aveva già alle sue spalle il Vittorini dell'immediato dopoguerra (non solo IlPolitecnico ma Uominieno del 1945) eil Calvino dell sentierodei nididi ragno (1947). Non metterei per conto mio tragli scritto1idella Resistenza, senon con molti distinguo, il Pavese di quel racconto che a me è parso sempre bellissimo che è La casa in collina, testimonianza di una vicenda esistenziale che mi è sembrato sempre rimanere alle soglie dell'esperienza collettiva, quale nel nostro immaginario è stata la Resistenza. Riflettendo a]Jasorte di Fenoglio non mi interessa riprendere il filo del discorso filologico-letterario, che pLu-ei suoi testi così prepotentemente sollecitano anche in virtù della singolai·e storia della loro edizione, quanto piuttosto affidare alla memoria le ragioni della sua fortuna o sfortuna presso un lettore cheall' uscitadell partigianolohnny avesse già percorso un suo itinerario politico-culturale e avesse già sistemato (non archiviato) nella sua formazione il ruolo dell'esperienza della Resistenza. Penso fra l'altro alla causale coincidenza di date: uscito nel 1968 Il partigia,wJohnny sembra fatto apposta per smentire certi slogans sessantottini sullaResistenza. Ciò significa soltai1toche Fenoglio si colloca sul crinale tJ·al'esaurimento di una trndizione tutta ideologica della Resistenza e la riapertLu-adi un discorso critico, ape1to, che può tJ·aiTebuon profitto dal 1itai·dodella pubblicazione del suo romanzo prutigiano. Sru·ebbeinteressante collocare I'an·ivodi Fenoglio inunret1-ote1rn di letture di una letteratura varian1ente impegnata e civile degli anni a cavallo della liberazione. Per mia esperienza un complesso eclettico e omogeneo allo stempo tempo: si va da 16Ottobre di Debenedetti (nelJa edizione originaria dei mini-lib,i di O.E.T.) al Primo Levi di De Silva, da SiIone (non soloFontamara ma anche Vinoepane) aCarlo Levi (non solo Cristosi èfermato a Eboli ma anche L'Orologio). Un percorso, allora, comune a molti, probabilmente, per non pru·laredelle scoperte "straniere" (Vercors, Camus, Koestler principalmente). Fino alla fine degli anni Quaranta difficile parlare di una letteratLu-adeLiaResistenza: interessava più il documentarismo, la rievocazione episodica quasi cronistica. Non era ancora il tempo della riflessione, la contiguità temporale era ancora troppo vicina, meglio 1ileggere allora i fogli della stampa clandestina, che non erano diventati ancora "fonti" ma nei quali si poteva rispecchiare sempre un frammento del propro vissuto. Se non ricordo male, Calvino avviò un discorso sulla letteratura della Resistenza sul fmiredel J 949, nel primo numero di una rivista nuova, un fascicolo smilzo de "Il Movimento di liberazione in Italia". Non so se esistano ricerche sulle letture delJa generazione cresciuta in fretta nella Resistenza o negli a.imidella Resistenza. Credo di no. E in genere gli studi su singoli autori, Yittorini compreso, si preoccupano poco dei loro destinatari, rimangono pur sempre su un versante letterario in senso tradizionale. I lavori c1itici (come quelli di Falaschi) ci aiutano a registrarne la ricezione presso la cerchia degli specialisti, non presso il grande pubblico. Non sono del tL1ttosicuro, ad esempio, che neppure nel periodo in cui la politica culturale del Pci andavasettruiamentealJaricercaedificantedelJ'eroepositivoil modelJo potesse essere rappresentato dal protagonista di Uominie no, e non solo per ragioni intrinseche ma anche perché, salvo verifiche, dubito della fortuna editoriale del libro di Vittorini. L'esperienza della Resistenza non è quella di una guerra come tutte le altre, e non solo per le circostanze esterne che l'accompagnarono. Le lettere dei soldati dal fronte hanno un timbro ben diverso di qualsiasi messaggio prodotto dalla Resistenza; a parte l'ovvio e comune autobiografismo, il soldato al fronte non ha compiuto alcuna scelta, si ritrova in quella scomoda posizione per imposizione altrui, raramente vi è un consenso che può farlo identificare con un volontario. La scelta della Resistenza, anche quando è il risultato di congiunture che la rendono quasi senza alternative, implica pur sempre una dimensione di attivismo, una misura di adesione ideale che prima ancora di essere adesione a una causa, così, in astratto, è il frutto di una tensione interiore, di un processo di chiarimento laico con se stessi. L'insistenza sulle premesse antifasciste della Resistenza, che già Battaglia in qualche modo aveva stemperato con la categoria esistenziale dell'"antifascismo di guerra", in sé storicamente corretta, ha rischiato di tramandare la visione di una scelta implicita o delegata, ma lontana comunque dalle motivazioni di una moltitudine di uomini, soprattutto tra i più giovani, che non avevano potuto maturare le scelte di una élites. Per i pochi che passarono dall'antifascismo militante alla lotta partigiana la Resistenza fu vissuta come un salto di qualità all'interno di una sostanziale continuità, sostenuta dalla

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