12 25 APRILE piena di impennate e di intarsi: "gente giovane come l'aglio", "cristianin d'un cristianin", "che roba tencia, sporca, la gue1n", "Bon, quello che conta è che sei vivo". Sono riuscite le figure del protagonista e quella della nonna, perfetta rappresentante di una schiatta di donne piemontesi antiche, fo11i,sagge, con pizzichi di follia. Sono belle le immagini impetuose (è una scrittura visuale e talvolta quasi filmica) delle altre donne più giovani, tra cui la mamma e le zie di Giovanni, ma anche i bozzetti delle caratteriste, come la vicina Tere con la permanente sui capelli neri e le calze arrotolate alle caviglie, amante del Centurione, a sua volta "tale quale l'Amadeo Nazzari nel film 'Luciano Serra pilota"'. Ma anche qui, mi interessa soprattutto l'ibrido e ciò che riesce a trasmettere. La contamjnazione tra orale e scritto, tra memoria e storia, tra lingua e dialetto dice l'andirivieni necessario per esprimere ciò che non si era finora riusciti adire, il travaglio, il lavorio che l'impresa richiede. Questo è anche i I senso del breve scritto di Bi anca Guidetti Serra (Emanuele Artom, Primavera 1994, in Storie di giustizia, ingiustizia e galera, Linea d'ombra, Milano 1994, pp. 11-24), che alterna la memoria in prima persona, il discorso alla seconda persona per rivolgersi all'amjco perduto, la forma impersonale delle sentenze. Il piccolo saggio è nato proprio perché "una sera, riandando con amici al tempo passato", l'autrice scopre che i ricordi degli amici su Emanuele Artom sono confusi e approssimativi, anzi addirittura che qualcuno "si chiede se valga la pena ricordare quei fatti infami". Bianca Guidetti Serra decide quindi di ricostruire una storia esemplare, innanzitutto rievocando la propria memoria in'pagine molto vivide dove il commissario politico Artom le riappare "fermo su un dosso, la giacca a vento chiara sui pantaloni alla zuava, sempre più in lato rispetto a me che scendevo il prato a balzelloni". In seguito al tradimento di un prigioniero, Emanuele Artom fu catturato insieme con altri e trasferito alle Carceri Nuove di To1ino, dove venne torturato fino alla motte. Su quella ingiustizia, dice Bianca, si sovrappose altra ingiustizia; per documentarla l'aut1ice segue un'altra memoria, quella di un vecchio cancelliere della Corte di Assiste di Torino, e rintraccia notizie sui processi al to1turatore di Artom, il capitano Arturo Dal Dosso, condannato nel 1951 ma sempre introvabile. Ma nel 1960 il Dal Dosso, a San Paolo del Brasile, beneficia del provvedimento di amnistia e riottiene anche la pensione che percepiva dalle Ferrovie dello Stato prima della condanna. La memoria di Artom resta affidata, oltre che agli scritti suoi e di altri, a una via nella periferia di Torino, dove abitano molti degli strati poveri ed emarginati della città. Figurare sulla targa di un simile quartiere non gli sarebbe dispiaciuto, secondo l'amica che lo ricorda: "credo ne avresti soniso bonariamente: - scrive ii volgendoglisi direttamente - una piccola beffa ai tuoi nemici". Non mi si venga a ripetere, dopo scritti come questi, ciò che ho dovuto riascoltare anche in consessi illustri, con famosi relatori: che la storia è critica e scientifica, e la memoria spontanea e irriflessa. È una stupidaggine ed è falso. La memoria e la storia sono entrambe divise in campi e in entrambi i campi si deve prender partito per costruire posizioni riflessive e critiche; in molti casi la storia non è scientifica e la memoria non è spontanea, ma 1imuginata, soffe1ta, paziente. Sono più ampie le divergenze tra sto1iae storia che tra ce,ta memoria e certa storia.E poi per fortuna c'è la letteratura, che getta ponti tra di esse, e restituisce loro il senso che meritano queste parole. Da questo punto di vista vorrei fare un rapido accenno agli Appunti partigiani 1944-1945 di Beppe Fenogl io (Einaudi, Torino 1994), quasi coevi agli eventi rievocati dagli scritti precedenti. La coevità appare colta nell'attimo fuggente grazie alla forza della scrittura, dove la stesura di getto durante i mesi trascorsi in montagna è già riveduta nella rielaborazione fatta da Fenoglio nel 1946, secondo l'ipotesi di Lorenzo Mondo che ha curato la pubblicazione: "Li incontriamo al peso. Sono malissimo vestiti, con una profusione di stelle rosse sul bavero e sulla bustina, ma hanno armi d'infinita varietà. Dalla cabina smonta un partigiano sui quaranta, brutto ceffo, pesante pistola e due stelle d'oro sul giubbone di cuoio. Viene a noi scostando i compagni, saluta col pugno chiuso: 'Commissario di guerra Nèmega,' dice. 'Come se non bastassero i nazifascisti, eh?' li nostro comandante dice: 'Già.' Muovo un passo e col pollice indico quel mitragliatore. TICommissario dice: 'Skoda,' e poi subito guarda con compassione il nostro Bren. Le Stelle Rosse ghignano. Ghigniamo anche noi. (p. 17) Sediamo a mangiar bistecche e a rubarci l'un l'altro il pane fresco. Chi non ha visto partigiani mangiare, non ha mai visto niente. (p. 18) La donna striscia sempre sul morto [spia dei fascisti], gli netta il viso dalla polvere,gli passa una mano dietro la nuca per raccogliergli i capelli, e geme che lei glielo diceva sempre, eri troppo cattivo, Carlo, e non ti avrebbero più perdonato." (p. 40) Questa scrittura trasmette magistralmente l'impressione di essere connessa "in diretta" con la sua materia, ma in realtà è mediata da una memoria che non è solo dovuta al décalage tra i fatti narrati e il 1946, ma nasce soprattutto dalla mediazione narrativa, in quanto è la memoria del patrimonio letterario che Fenoglio riprende e rilancia. Dunque una coevità già costruita e riscattata, come sempre accade, ma ogni volta in modo diverso. Si è detto che Fenoglio è il migliore cronjsta resistenziale (Falaschi) e che "la miracolosa freschezza" di questa scrittura ci restituisce il senso della Resistenza come gueITa di giovani, fragili ed entusiasti (Fofi). In effetti gli Appunti danno un contributo importante al senso storico che oggi costruiamo di quegli eventi. La Resistenza che ci viene restituita da tutte queste memorie e che vince alcune delle resistenze a ricordare conflitti, debolezze, iniquità, è mossa e complessa, contraddittoria e lacerata, traversata da sentimenti di allegria e di orrore. Questa immagine rinnovata deriva dalla lettura che della Resistenza vuole fare il tempo che ci troviamo a vivere, lettura che la avvicina maggimmente a noi e, credo, ai giovani, perché la Resistenza ne ,isulta problematizzata e la sua interpretazione appare in fieri, come qualcosa cui contribuiamo col nostro procedere nella sto,ia e nella sua comprensione. Resta un luogo importante dei nostri valori, non accettati passivamente bensì mediati da un atteggiamento che mescolapietas e critica,distacco e paitecipazione, percezione deU'inipetibile e fede in una continwtà. Nota Notizie su Mario Acquaviva si trovano in: Guelfo Zaccaria, 200 comunisti italiani tra le vittime dello stalinismo, Edizioni Azione Comune, Milano 1964. Arturo Peregalli, L'altra Resistenza. Il PCI e le opposizioni di sinis1ra 1943-/945, Graphos, Genova 1991. Su.Emanuele Artom: Alberto Cavaglion (a cura di), La moralità armata. Studi su Emanuele Artom 1915-1944, Angeli, Milano 1993, che comprende anche alcuni scritti di Artom e la sua bibliografia. I suoi Diari furono pubblicati dal Centro di documentazione ebraica contemporanea, Milano 1966 (ristampa a cura di Paola De Benedetti ed Eloisa Ravanna). Gli articoli di Giovanni Falaschi ("fl partigiano Beppe") e Goffredo Fofi ("Un classico 'giovane' con la forza della vita") sono pubblicati sull'inserto Libri de L'Unità, 28 novembre 1994.
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==