Linea d'ombra - anno XIII - n. 103 - aprile 1995

10 2S APRILE RESISTENZEDELLAMEMORIA MEMORIEDELLARESISTENZA LuisaPasserini A 'cinquant'anni dalla fine della Resistenza al nazi-fascismo constatiamo che di moltissimo, a proposito di quel momento storico, non si è data storia e non si è data memoria. Questo non avviene a caso, ma per una ragione precisa: perché la memoria è un campo di battaglia, dove nulla è neutrale e dove la contesa è continua. Basta pensare ai recenti conflitti sulla memoria di Auschwitz per capire che la posta è tanto più grande quanto più tragica la vicenda: ne vanno di mezzo l'identità dei vivi e dei morti, il rapporto tra di essi, la forza di vivere nel presente, i I retaggio da trasmettere al futuro. In Italia, nei decenni trascorsi, la memoria ha opposto resistenze - in senso psicologico e in senso sociale-a ricordare aspetti importanti che solo ora vengono alla luce. Dunque i germi sono rimasti latenti nella mente e nel cuore di quei pochi individui che li hanno nutriti con un lungo lavoro e ora coraggiosamente ce ne offrono i risultati. Alcuni frutti di questa memoria dilazionata sono di grande rilevanza sia per il contenuto sia per la forma espressiva, che presenta direzioni simili in opere diverse. Si può parlare di aree di silenzio - non propriamente di oblio - come quella che ha circondato l'immagine del nemico, fra tutte la più facilmente riducibile a stereotipi rigidi e privi di eccezioni. Fa parte di questa tendenza la confusione tra nazisti e tedeschi, diffusa nel linguaggio comune; nella quotidianità si trovano anche altre tracce di tale sovrapposizione, uno dei lasciti più tristi del passato recente. Ci sono molte persone, in Italia e altrove, che rifiutano di andare in Germania, o di parlare la lingua tedesca (quest'ultima è la traccia dolorosissima di un'appropriazione indebita della lingua di Goethe e di Holderlin da parte dell'urlo nazista); non tutte sono di discendenza ebraica, alcune sono tedesche. I loro atteggiamenti sono la parte emergente di un grande rimosso, la cui atrocità e difficoltà si intravede quando si lasciano parlare le memo1ie, come si è constatato nelle ricerche di storia orale sul periodo tra le due guerre e sulle guerre stesse. Il disperso di Marburg (Einaudi, Torino I 994) di Nuto Revelli compie un atto di pietas in quanto esprime compiutamente il desiderio di rompere l'equivalenza assoluta tra tedeschi e nazisti, tra nazisti e "bestie". Il primocontributodel libro sta dunque innanzitutto nella forza di pensare e portare avanti il suo intento: prestare ascolto a una tradizione orale circolante nel cuneese a proposito di un militare nemico che sembrava, a differenza dei suoi compagni d'arme, una persona nom1ale, i cui comportamenti mostravano elementi di umanità. Questo era iInucleo conservato dal la memoria, la quale non diceva se si trattasse di un tedesco o di un russo o di un polacco. Perobbedire all'ispirazione suggerita da quel nucleo, Nuto Revelli ha avviato una ricerca che sapeva "impossibile" (p. 159) e per certi aspetti interminabile: ha intervistato persone nella zona, consultato archivi, chiesto aiuto a ricercatori e studiosi in Germania e in Italia, come Christoph Schmi nck-Gustavus, Bodo Guthmuel ler, Michele Calandri e Carlo Gentile. "Il mio chiodo fisso - scrive Nuto Revelli nel diario di ricerca che costituisce l'ossatura del libro - è ridare un nome e un cognome a quel 'disperso', tedesco, polacco o russo che sia" (p. 27). La memoria parte da qualche elemento in positivo sullo straniero: quando ogni mattina usciva a cavallo, salutava i contadini, offriva un sigaro. Ma la tradizione prende rilievo soprattutto da cenni in negativo: non uccideva, non urlava, alla sua morte non venne fatta rappresaglia dai suoi commilitoni (ucciso il 14 giugno 1944, rimase insepolto finché il torrente Gesso non lo portò via). li valore delle negazioni è da commisurare rispetto all'immagine negativa del tedesco "bestiale"; esse accrescono per eccezione il senso di orrore per quest'ultimo. Che il ritrarsi dal comportamento bestiale sia già umanità indica fino a che punto il male fosse diventato "banale", invadendo tutto un popolo e un momento storico. Nel Disperso di Marburg la raccolta di molte piccole pagliuzze, l'aggregazione di particolari minuti, la progressiva assunzione di senso perviene a un quadro ancora lacunoso, ma chiaro, diradando la nebbia iniziale. Si arriva a un nome, Rudolf Knaut, a qualche tratto biografico: era nato a Marburgo il 18 novembre 1920, aveva combattuto sul fronte russo, dove era morto il fratello maggiore, apparteneva a una famiglia di gente per bene, non era membro del partito nazista. Questi risultati sono stati possibile grazie a una testarda pazienza: "non aver fretta" è il commento con cui Nuto trasmette il senso di questa indagine. Dalla paziente ricerca di Nuto e dei suoi collaboratori affiora "un ragazzo tranquillo, non appaiiscente, non ùTequieto", non un eroe, ma un uomo come molti altii: non era un guerriero, mi 1ipete Revelli, non era un fanatico, era uno dei tanti disgraziati che la gue1rn ha sbattuto di qua e di là per l'Europa. Ecco, appunto, l'Europa, non soltanto quella dei colti, I' Europe des espritsdell' Illuminismo, ma quella delle diaspore, dei perseguitati politici, degli emigranti per lavoro, dei dispersi. In questo senso, il libro di Nuto Revelli è un contributo al configurare una memoria europea, che non sia soltanto quella terribile dei campi di sterminio. Là l'europeità resta sullo sfondo come sogno svanito, come atroce disillusione, evidente nella sua immagine rovesciata, il convergere di nazionalità e origini diverse sotto il segno del dominio assoluto; in vicendecomequelladeldispersodi Marburg l'europeitàcompare come una possibile similarità tra esseri umani non eroici, ugualmente "disgraziati", interni a quello stesso dominio ma in qualche modo riluttanti a esserne trascinati. La vicenda non ci è data se non attraverso la tradizione orale e la costruzione di memoria che il libro ci restituisce. Grazie a queste due linee è diventato possibile 1icordare qualcosa che prima non si poteva: qualcosa che unisce anziché dividere, e che fa riflettere su ciò che unisce nelle culture europee, col loro intreccio tra "alto" e "basso", per esempio sul tema della tolleranza, tJ·a le tradizioni contadine e le idee dell'illuminismo. È una strada di ricerca in buona paite ancora da percorrere, dove sono decisivi non solo i contenuti, ma la forma del lavoro di memoria. Importa molto che, nel tratto percorso da questo libro, la forma espressiva sia quella del diario di ricerca, che accoglie dialoghi, interviste, dubbi, lettere, che riproduce l'andare migrante della ricerca, senza certezze, con l'appoggio di alcuni, con la defezione di alt1i. Sulla persistenza delle tradizioni orali in connessione con il periodo della guerra e della Resistenza vorrei introdurre una nota personale deri vatadal la mia stessa memoria. Ricordo una tradiziong narrata dalle parti di Asti, dove sono nata e cresciuta, che era spesso accennata a mezza voce, come cosa inaudita e vergognosa, emi stero mai interamente dissipato. Era la storia di un comunista ucciso, "eliminato", da comunisti per disaccordi politici, un uomo di cui si tramandava l'integrità e il pregio, e i cui parenti ancora si potevano

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