UN PARTIGIANO SECONDOBATTAGLIA UgoBerti Non occorre ~ssere angeli della storia per sperimentare la tempesta del progresso, la malinconia delle rovine rovesciate ai nostri piedi, la "pietà di tutte le cose cadute" che si vorrebbero riportare in vita. Basta entrare non dico in una libreria antiquaria, ma in un negozio di remainders. Il catalogo dei libri in commercio galleggia su un oceano di titoli introvabili, mandati al diavolo da quella specie di allegra "tempesta" che è il mercato librario contemporaneo. Grande eguagli atri ce, l'uscita di catalogo: nei suoi magazzini Salvemini va a braccetto con Luigi Preti, e i saggi di Pound s'impilano con i romanzi di Aldo Biscardi. La guerra e la resistenza, come si conviene ad esperienze forti, hanno generato una forte spinta alla testimonianza personale: un'intera biblioteca di autori buoni e scadenti, scritture professionistiche e amatoriali, e molta melassa, anche, di buoni sentimenti e automitologie sulla scelta del "campo giusto". Qui pure il tempo è andato dintorno con le forche. Exeunt Ada Gobetti e Mario Bonfantini, che stavano addirittura nella collana delle letture per la scuola di Einaudi; Guerra in Val d'Orcia di Iris Origo e Senza tregua di Pesce (ma di questo, dicono in libreria, è in arrivo una ristampa). Una piccola e intelligente testimonianza come In guerra si muore di Anna Garofalo forse non la si può dire nemmeno scomparsa; quell'unica edizioncina di fine 1945 chi l'ha vista mai? È paradossale, ma fra i libri "du temps jadis" è finita anche la memoria di colui che per molto tempo è stato lo storiografo per eccellenza della lotta di Liberazione, Roberto Battaglia. La copia che ho sul tavolo, Einaudi 1965, l'ho comperata il 21 ottobre 1973 e sulla sguardia posteriore ha due stelline timbrate in verde: che è il timbro, lo ricorderanno i frequentatori di remainders, degli Einaudi di seconda scelta. Quell'edizione che nel 1973 stava già sui banchi della Fiera del libro di piazza Maggiore a Bologna era probabilmente un omaggio postumo ali' autore della Storia della Resistenza italiana, morto due anni prima - negli stessi giorni, per inciso, di Beppe Fenoglio e Antonio Delfini. La prima edizione aveva inaugurato, nel 1945, la "Collana della Liberazione" delle Edizioni U, la piccola e gloriosa casa editrice fondata da Dino Gentili tanto vicina al Partito d'Azione da condividerne la fulminea scomparsa. Un uomo, un partigiano, al di là del titolo riprovevolmente brutto, è una delle piì:1tempestive fra le testimonianze belle sulla Resistenza: il libro è licenziato da una Prefazione datata addirittura 15 aprile 1945. Ed è ancora un libro che merita di essere letto, assai di più della ponderosa opera storica cui Battaglia ha legato il nome. Firmato prima della Liberazione, viene dunque prima della guerra fredda e prima dell'erezione a feticcio (positivo e nega25 APRILE 9 tivo) della Resistenza. E viene anche, bisogna pur dirlo, prima dell'adesione dell'azionista Battaglia al Pci. Mentre scrive, Battaglia sente già "esaltare come eroi i partigiani", trasformare la Resistenza in secondo Risorgimento ("tanto può svisare le cose la retorica, anche quando è volta a buon fine"), enfatizzare la persecuzione subita sotto il fascismo dagli intellettuali (storia "vera solo in parte, e se qualcuno ve la narra in buona fede è perché l'uomo è portato a esagerare il pericolo passato e a incrudirne le tinte"). Non c'è dubbio che il "disgusto" cui il Battaglia 1943, sereno studioso del Bernini e "antifascista per ragioni di stile", è indotto dalle "tante grida contro il tiranno caduto" dopo il 25 luglio è fratello germano del più rattenuto invito a "riassumere il tono moderato e convincente di chi parla e abbandonare quello concitato di chi declama" con cui il Battaglia 1945 giustifica la propria testimonianza. Il curriculum partigiano di Battaglia è paradigmatico: da topo di biblioteca a uomo d'azione, da impolitico a militante, da insocievole a "carattere cordiale e scherzoso". Ritroviamo in parte quella specie di sindrome di Lawrence d'Arabia che ha colpito a più riprese il ceto intellettuale del nostro secolo, e in parte il senso dell'esperienza fondativa e irripetibile, che sarà poi origine di una diffusa "nostalgia della Resistenza" (chiarissima, ad esempio, già nella prefazione delle memorie di Yaliani, 1947). Ma Battaglia non declama, non scrive (ancora) in difesa. Basta confrontare, tra qui e la Storia della Resistenza, quanto dice a proposito della mancata insurrezione di Roma; in un caso "la popolazione di Roma, nella sua massa, non aveva nessun desiderio spontaneo d'insorgere" nutrendo "soltanto una ansietà di pace e d'ordine", nell'altro è questione del "capolavoro della politica vaticana" e delle "forze della conservazione sociale". O, ancora, il trinciante paragrafo su via Rasella con le pagine, assolutamente mirabili, sulla giustizia partigiana, ovvero sul problema del "togliere la vita a degli inermi", che chiudono Un uomo, un partigiano. Le quali pagine, che valgono il libro, vanno dritte al cuore del problema della violenza partigiana e della sua legittimità senza alcuna burbanza giacobina, senza l"'intransigenza un po' astratta" dell'azionista (parole dell'azionista Battaglia), mariconoscendolo argomento "meritevole di angoscia". Il giudice partigiano condanna a morte il piccolo fascista, quello magari che "s'è iscritto al fascio repubblicano perché questo era l'unico modo nel suo comune per avere la licenza di caccia", l'industriale che collaborava con i tedeschi, la prostituta che ha denunciato i compaesani che la calunniavano. "Muoiono con gli occhi chiusi", senza capire; e noi non possiamo che figurarceli poveracci, povere persone normalmente scadenti come noi, come Battaglia che mandandoli a morire si dice: "anch'io potevo essere uno di loro". Chi è ucciso è sempre una vittima, e chi uccide un assassino. È pienamente vero quello che si tentò di sostenere l'anno scorso in una disgraziata puntata di Combat Film, davanti ai filmati di piazzale Loreto: che i morti sono tutti uguali. Salvo che è anche pienamente falso. Durante la Resistenza è occorso dare la morte; probabilmente è stato anche giusto essere ingiusti. E poiché non si era spalleggiati da una legalità formale, è occorso assumersi la responsabilità individuale dell'atto. "Non uccidere" è un imperativo con deroghe "meritevoli di angoscia", anche in una situazione - sono le ultime parole del libro - in cui "vivere e morire diventavano funzioni naturali come il dormire o lo star svegli".
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