I Aprile199S Numero103 Lire 9000 mensile di storie, immagini, discussioni e spettacolo ~ RESISTENEZLAETTERATU ,,. ,, CALVINSUOFENOGL CHIODI/MENEGH INTERVEDNIT: I BERTIC/ OLLOTT FLOREFSO/ FI/ GALLERANPAOS/ SERIN SPECIASLPEETTACO CECCEHBIECKET MIKLEEIGEHILDIAVOL WALLASCHEAWENVANYA ·I DIALOGDHI"ICOMMESS
"RICONOSCENDO L ORME DICHIClHAPRECEDUTO SIVAVAN
f INCHSÉISCORGE INNANANZIOUI NA Abbonarsi è unasceltacheassicurl'aindipendenzaLinead'ombrae ai lettori stessi. Ed è ancheunasceltaconveniente: UNLIBRASOCELTA CarmelBoene ABOCCAPERTA LuisBufiuel I FIGLDIELLVAIOLENZA HeinricBholi LEZIONFIRANCOFORTESI GuntheArnders I MORTDI.ISCORSUOLLTEREGUERRE MONDIALI ArnoSchmidt ILLEVIATAsNeOguitoda TINAODELLIAMMORTALITA' I VANTAGGI I. RisparmdiioL.20.000sull'attuaplerezzodicopertina. 2.Bloccdoelprezzodicopertina. 3.Scontdoel20%suinumerai rretrati. 4.Scontdoel20%suvi olumdiellacollana "ApertureE",dizionLiinead'ombra. 5. Tremesdi iabbonamengtoratuitos:e infattci isegnalaitlenomediunamicogli manderemuonacopiaomaggiodella rivista. Sesiabbonaprolungheremdio3 mesiil vostro abbonamento. O SÌs, ottoscrivo unabbonamenatonnualeI/I numeria)Linead'ombraperunimportototaledi L. 85.000. Scelgo o ABOCCAPERTA /salvo o IFIGLDIELLVAIOLENZA esaurito) o LEZIOFNIRANCOFORTESI inomaggio o IMORTDI.ISCORSUOLLTERE il volume: GUERRMEONDIALI o ILLEVIATANseOguitoda TINAODELLIAMMORTALITA' Segnalo unamicointeressatoricevere unacopiaomaggiodiLinead'ombra /incasodi rispostaffermativparolungherete di3mesil mioabbonamento). NOME__________ _ COGNOM_E________ _ INDIRIZZ_O________ _ _______ (AP___ _ CITT_À_________ _ NOME________________ _ COGNOM__E_____________ _ INDIRIZZ_O______________ _ _____________ CAP____ _ CITT_À_______________ _ Indico lamodalitdàipagamen/tsoenzaggiuntadispespeostali). O Assegn/obancariopostalne. __________ _ banca______________ inbustachiusa) O Awenutoversamenstoulc/cpostalne. 54140207 intestataoLinead'ombra O Viautorizzaodaddebitarmlaicifradi L. 85.000 su cartadicredito O CartaSì O Visa O Mastercard O Eurocard I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I N. SCAD. INTESTAT_A_A_____________ _ FIRMA_____________ _ LINEAD'OMBRAVI,AGAFFURI4O, 20124MILANO.POTETMEANDARAENCHEUNFAXAL02-6691299
Lev N. Tolstoj DENARO FALSO Un racconto-pamphlet sulla potenza corruttrice del denaro. Lire 12.000 Aldo Capitini LE TECNICHE DELLA NONVIOLENZA Lire 12.000 "Voices" GLI SCRITTORI E LA POLITICA Nord e Sud, Est eOvest, Guerra e Pace. Ne parlano: Boli, Chomsky, Eco, Gordimer, Grass, Hall, Halliday, Konrad, Rushdie, Sontag, Thompson, Vonnegut. Lire 12.000 Gunther Anders I MORTI.DISCORSO SULLETRE GUERRE MONDIALI. Lire 12.000 Albrecht Goes LA VITTIMA Cristiani ed Ebrei al tempo di Hitler. Lire 12.000 APROPOSITODEI COMUNISTI A. Berardinelli, G. Bettin, L. Bobbio, M. Flores, G. Fofi, P. Giacchè, G. Lemer, L. Manconi, M. Sinibaldi,con il Piccolo Manifesto di Elsa Morante. Lire 12.000 Heinrich Boli LEZIONI FRANCOFORTESI Poetica e morale, cultura e società. Lire 12.000 "Voices 2" IL DISAGIO DELLA MODERNITÀ Amis, Beli, Bellow, Briefs, Castoriadis,Dahrendorf, Galtung,Gellner, Giddens, lgnatieff, Kolakowski, Lasch, Paz, Rothschild, Taylor, Touraine, Wallerstein. Lire 12.000 Amo Schmidt IL LEVIATANO seguito da TINA O DELLA IMMORTALITÀ. A cura di Maria Teresa Manda/ari. Lire 12.000 Francesco Ciafaloni KANT E I PASTORI Identità e memoria, campagna e città, ieri e oggi, Italia e America, destra e sinistra. Lire 12.000 UN LINGUAGGIO UNIVERSALE Le interviste di "Linea d'ombra" con gli scrittori di lingua inglese: Ballarci, Barnes, lshiguro, Kureishi, McEwan, Rushdie, Swift (Gran Bretagna), Banville (frlanda), Gallant, Ignatieff, Ondaatje (Canada), Breytenbach, Coetzee, Gordimer, Soyinka (Africa), Desai, Ghosh (India), Frame (Nuova Zelanda). Lire 15.000 VIOLENZA O NONVIOLENZA Engels, Tolstoj, Gandhi, Benjamin, Weil, Bonhoeffer, Caffi, Capitini, Fanon, Mazzolari, Arendt, Bobbio, Anders. Lire 15.000 Marco Lombardo Radice UNA CONCRETISSIMA UTOPIA Lavoro psichiatrico e politica. Lire 12.000 TRA DUE OCEANI Le interviste di "Linea d'ombra" con gli scrittori statunitensi: Barth, Bellow, Carver, De Lillo, Doctorow, Ford, Gass, Highsmith, Morrison, Ozick, H. Roth, Singer, Vonnegut. Lire 15.000 Riccardo Bauer LA GUERRA NON HA FUTURO Saggi di educazione alla pace: le tattiche e le strategie, le tecniche e gli strumenti per costruire insieme un mondo meno intollerante. A cura di Arturo Colombo e Franco Mereghetti. pp.128, Lire 12.000 Salman Rushdie ILMAGODIOZ Un grande scrittore analizza e discute un classico del cinema musicale e fiabesco. pp. 96, Lire 12.000 SorenKierkegaard BREVIARIO L'etico, l'estetico, il religioso: alle origini dell'esistenzialismo. A cura di Max Bense. pp. 96, Lire 12.000 PER ELSA MORANTE La narTativa, la poesia e le idee di uno dei maggiori scrittori del '900. Parlano: Agamben, Berardinelli, Bettin, Bompiani, D'Angeli, Ferroni, Garbo/i, Leonelli, Lollesgaarq., Magrini, Onofri, Pontremoli, Ramondino, Rosa, Scarpa, Serpa, Sinibaldi. pp. 272, Lire 15.000 SCRITTORI PER UN SECOLO 151 fotoritratti e 104 fotografie di contesto storico e biografico a cura di Goffredo Fofi e Giovanni Giovannetti. pp. 338, Lire 18.000 Aldo Palazzeschi DUE IMPERI... MANCA TI. Una dura requisitoria contro la guerra, da parte di un poeta reduce dalla prima guerra mondiale. pp. 192, Lire J 5.000 Diane Weill-Ménard VITA E TEMPI DI GIOVANNI PIRELLI La biografia di un intellettuale atipico: i suoi dilemmi e le sue scelte politiche e culturali. pp. 192, Lire 15.000 Gaetano Salvemini I PARTITI POLITICI MILANESI NEL SECOLO XIX. I saggi e gli interventi di un grande storico
Direzione: Marcello Flores, Goffredo Fofi ( Direi/ore responsabile), Alberto Rollo. Gruppo redazionale: Mario Barenghi, Alfonso Berardinelli, Paolo Bertineui, Gianfranco Benin, Francesco Binni, Marisa Bulgheroni, Marisa Caramella, Grazia Cherchi, Luca Clerici, Riccardo Duranti, Bruno Falcetto, Pinuccia Ferrari, Fabio Gambaro, Piergiorgio Giacchè, Filippo La Porta, Marcello Lorrai, Danilo Manera, Roberta Mazzanti, Paolo Mereghetti, Santina Mobiglia, Luca Mosso, Maria Nadotti, Marco Nifantani, Oreste Pivella, Giuseppe Pontremoli, Fabio Rodrfguez Amaya, Lia Sacerdote, Alberto Saibene, Marino Sinibaldi, Paola Splendore. 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Segreteria di redazione: Serena Daniele Progello grafico: Andrea Rauch Impaginazione: GRAAF/Como Pubblicità: Miriam Corradi Esteri: Pinuccia Ferrari Abbonamenti: Daniela Pignatiello Amministrazione: Patrizia Brogi Hanno conrribuito alla preparazione di questo numero: Annelisa Addolorato, Giovanna Busacca, Paola Concari, Victoria Damiani, Istituto per lo Studio del Movimento di Liberazione in Italia, Brigida Messina, Michele Neri, Andrea Rosso, Marco Antonio Sannella, Barbara Verduci, le agenzie fotografiche Contrasto, Effigie e Grazia Neri. Edirore: Linea d'ombra Edizioni srl - Via Gaffurio 4 20124 Milano Te!. 02/6691132 Fax: 6691299 Amministra/ori delegali: Luca Formenton, Lia Sacerdote (Presidenre) Disrrib. edicole Messaggerie Periodici SpA aderente A.D.N. - Via Famagosta 75 - Milano Te!. 02/8467545-8464950 Distrib. librerie POE - Via Tevere 54 - 50019 Sesto Fiorelllino - Te!. 055/30 I371 Srampa Litouric sas - Via Rossini 30 - Trezzano S/N LINEA D'OMBRA lscrilla al tribunale di Milano in data 18.5.87 al n. 393. Dir. responsabile: Goffredo Fofi LINDE'AOMBRA anno XIII aprile 1995 numero 103 IL CONTESTO 4 Marcello Flores 5 Nicola Gallerano 9 Ugo Berti 10 Luisa Passerini 13 Italo Calvino 14 Enza Co/lotti 16 Luigi Meneghello 19 Pietro Chiodi 24 Goffredo Fofi 27 Alberto Cavaglion CONFRONTI 36 37 38 76 Alessandra Contenti Marisa Caramella Paolo Bertinetti 25 aprile: La memoria perduta Resistenza e antifascismo La Resistenza italiana tra memoria e storiografia Un partigiano secondo Battaglia Resistenze del la memoria, memorie della Resistenza Su Fenoglio incontro con Mario Miccinesi Fenoglio e la Resistenza Considerazioni sul "resoconto" resistenziale Banditi con una nota di Cesare Pianciola Dalla storia al cinema li "bravo italiano" alla luce della storia Il grande seduttore L'ottimismo politico di Stephen King Per sempre di Graham Swift Premio Linea d'ombra 1995 SPECIALESPETTACOLO 44 47 48 55 57 58 66 72 75 29 40 Carlo Cecchi Letizia Pautasso Mike Leigh Emanuela Martin.i Goffredo Fofi Kevin Smith Wallace Shawn Piergiorgio Giacchè Maria Naclotti STORIE Bharati Mukherjee A. Rodriguez Concepci6n "Finale di partita" secondo Cecchi incontro con Paolo Bertinetti li teatro completo di Beckett Dalla televisione all'apocalisse incontro con Lee Ellickson e Richard Porton Mike Leigh. Teatro, cinema e tv La morale dell'individualista Pazzi e normali al drugstore con una nota cli Emiliano Morreale li comfort della brutalità Andare al cinema per vedere teatro li cielo in una stanza Storie di una moglie Due racconti a cura di Danilo Manera La copertina di questo numero è di Emilio Tadini Abbonamento annuale: ITALIA L. 85.000, ESTERO L. 100.000 a mezzo assegno bancario o c/c postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra o tramite carta di credito SI (si veda il tagliando a pagina 2). I manoscrilli non vengono resriruiri. Si pubblicano poesie solo su richiesra. Dei resridi cui non siamo in grado di rinrrocciare gli avenli dirirto, ci dichiariamo pronri a orremperare agli obblighi relarivi.
25 APRILE: LA MEMORIA PERDUTA RESISTENZAEANTIFASCISMO MarcelloFlores li cinquantesimo anniversario della Resistenza è in corso ormai da quasi due annj, essendo iniziata dopo 1'8 settembre 1943. Il 25 aprile si ricorderà e celebrerà il cinquantenario della Liberazione, ossia della "fine" della Resistenza. Forse sarà quella l'occasione per parlare davvero della guerriglia armata intrapresa mezzo secolo fa da migliaia di giovanissimi; o forse no. È prob bile, infatti, che si preferisca continuare a parlare, come s'è fatto in questi due anni, più di antifascismo che di Resistenza, facendo sì cht:)- l'interscambiabilità e la confusione tra i due termini sia il lascito più cospicuo di questo cinquantenario. Questo atteggiamento, che non è certo la registrazione di una spontanea coscienza popolare ma i I consapevole risultato del l'azione informativa e pedagogica di una classe colta e mediatica che "coI struisce" l'opinjone pubblica, serve almeno a cruarire alcune questionj_ La prima è quella che riguarda il rapporto tra la Resistenza e la nostra identità nazionale. Gian Enrico Rusconi, che ha già affrontato il tema più generale della "italianità" nel libro Se cessiamo di essere una nazione (Il Muljno, 1993), ha sostenuto nel recente Resistenza e postfascismo (Il Mulino, 1995), che "La Resistenza dovrebbe essere uno di questi momenti di identificazione collettiva. Dovrebbe essere parte integrante della memoria storica della nostra democrazia" (p. 10). È un'ipotesi realistica quando prop1io la parte che dovrebbe essere più attenta e consapevole della nazione (cru educa, chi fa opinione, cm legifera, cru influenza) dimostra, in un'occasione storica inipetibile, il "cinquantenario", un così sfacciato atteggiamento strumentale (strumentalismo politico o culturale, cioè nei confronti di sé o della propria parrocchia e interpretazione della storia, poco impo11a)? I mass media ospitano ormai quasi quotidianamente gli specialisti (storici, sociologi, filosofi), che non possono più lamentarsi di vedere taciute o male interpretate le proprie opinjoni. Certo, la colpa va in paite ascritta ai giornalisti che chiedono, intervistano, tagliano, titolano: ma quanti storici, anche democratici e di sinistra, hanno avuto la possibilità di "parlai·e" e hanno preferito parlare di antifascismo più che di Resistenza, di sopravvivenza del fascismo più che di oblio della lotta di liberazione? Se la Resistenza non è
divenuta un pilastro della nostra identità nazionale non è perché soltanto adesso si può emancipare l'antifascismo dalle ipoteche comuniste ("premessa per ritrovare il nesso tra la nostra democrazia e la Resistenza", Rusconi, p. IO), ma perché la responsabilità degli "educatori", nel senso più ampio del termine, non si è dimostrata all'altezza, capace e desiderosa di farlo. Nessuno, in Italia, ha voluto fare della Resistenza (di cui l'antifascismo fu un aspetto parziale e l'antefatto di un suo solo aspetto) il perno di una identità fo1te: forse non sarebbe stato comunque possibile, come non lo fu per il Risorgimento; ma nemmeno ci si è provato (come neppure per il Risorgimento). Si è preferita la strada dell'appiattimento delle specificità della Resistenza dentro il solco del dibattito storico-politico su fascismo/antifascismo, dittatura/ democrazia, regime fascista e regime postfascista. Non è che la querelle, più volte riapparsa nel!' Italia repubblicana, tra continuità e rottura, tra rivoluzione mancata e restaurazione, tra prevalenza dello stato e stato dei partiti, sia stata inutile o ripetitiva: ma essa era funzionale a un'identità che si voleva fondata sulla compresenza antagonista di forze "politiche" contrapposte. Certo, era difficile costruire un'identità fondata sulla Resistenza negli anni della guerra fredda: ma non solo per colpa di Stalin o di Truman; anche Togliatti, Secchia, Andreotti e Gedda ebbero la loro parte. Ci provò la letteratura e ci provò il cinema: e forse quel po' di "appartenenza" comune lo si deve proprio a loro. Non è un caso, comunque, che letteratura e cinema siano i grandi assenti nelle celebrazioni di questo cinquatenario: il cinema in assoluto, la letteratura con le poche eccezioni di cui si parla in questo numero di Linea d'ombra e che costituiscono un modo diverso da quello che è prevalso in televisione e sui giornali, ancorato al dilemma tutto politico e attualizzato tra antifascismo e postfascismo. Un modo che avrebbe forse aiutato la costruzione di un'identità nazionale diversa: ma che come dimostra la "fortuna" di Fenoglio, è stato, come è adesso, largamente minoritario. 25 APRILE 5 LARESISTENZAITALIANA TRAMEMORIAESTORIOGRAFIA NicolaGallerano Gli storici che hanno studiato la Resistenza sono stati sempre fortemente condizionati dal contesto politico- culturale nel quale il loro lavoro si è svolto. Questo vale in generale ma ancor di piu quando si ha a che fare con fenomeni storici recenti, quando le passioni, per cosf dire, non sono spente. Solo di recente il gran libro di Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, pubblicato nel 1991, rompendo un silenzio durato una decina di anni, ha profondamento rinnovato la storiografia sulla Resistenza. Tra i tanti meriti di quest'opera c'è quello di essere decisamente e brillantemente sfuggita al ricatto della "legittimazione" vale a dire allo studio della Resistenza come strumento di legittimazione di questa o quella parte politica e, più in generale, del sistema politico del!' Italia repubblicana, nata, come ognun sa, dalla Resistenza. Va aggiunta un'altra considerazione, che solo in apparenza è puramente storiografica: la storiografia contemporaneistica italiana è nata come storiografia dell'antifascismo e della Resistenza. Il che vuol dire che alle sue radici sta l'intreccio tra storia e politica, originato proprio dalle memorie rispettive di quei fenomeni storici.
6 25 APRILE Non è dunque possibile,in questa materia,scindere nettamentela rassegnastoriograficadaUavalutazionepo]jtico-culturale.Inoltre,e non percaso, lacongiunturastoriograficaattualeassegnaunpostodi grande rilievoall'intrecciotrasto1iaememoria:e leragionidiciòrisiedononella consapevolezzadiffusa che siamo dentro una svolta profonda della storia,quellache possiamodefinire,almeno inEuropa, come "finedel dopogueITa". La fine del dopogue1rn ha accelerato se non direttamente provocato due fenomeni, opposti e contraddittori. Da un lato, c'è chi attribuisce alla memoria un valore particolare, quasi che si avesse paura di perdere il ricordo di certi eventi nel momento in cui la storia sta compiendo una svolta molto radicale; dall'altro, c'è invece chi opera una radicale svalutazione della memoria: ci si deve liberaredi questo 'passato, si dice da più parti, proprio perché la storia sta _ cambiando e dimenticare il passato aiuta lo stesso processo di cambiamento. La fine del dopogueITaprovoca dunque le opposte derive della ridondanza e della radicale svalutazione della memoria. Di fronte a posizioni così estreme giova ricordare che soprattutto quando si ha a che fare con il passato recente l'intreccio tra memoria (nel senso di discorso pubblico e/o di testimonianza individuale) e storia quale attività scientifica avviene in primo luogo nella testa degli storici. La Resistenzanellastoriadell'Italiarepubblicana Dunque la Resistenza,come il fascismo o l'antifascismo, è stata studiata o non studiata,esaltata o denigrata, in stretto rappo1tocon i mutamentidel climapolitico-culturale.Quantoalle preferenzeternati~· che si è passatidallafase biograficaa quellamilitare,a quellapolitica, a quella internazionale,a quella sociale,a quella,appuntodell'identità nazionale. Se provassimoa intrecciarelamemoriastmicadellaResistenzacon la storiografia,potremmoschematizzareuna successionedi fasi pressappoco similealla seguente: a) La fase iniziale,grosso modo tra iJ 1945 e la fine degli anni Cinquanta: la fase della fondazione storiograficadella Resistenza e quella incui si avviail conflittoinnescatodalleappa1tenenzepolitiche. Quanto alla p1ima,escono in questo pe1iodole opere fondamentalidi riferimentoe le sintesicon le quali anche oggi dobbiamo fare i conti: dall'Italiacontemporanea di Federico Chabod (le lezioni tenute alla Sorbonanel 1950), checontieneunapartededicataallaResistenza,alle storiedellaResistenzadiRobertoBattag]ja,diMaxSalvadori,di R. Carii Ballola, ecc: ciascuna almeno in prute sc,itta (l'eccezione positivaè l'opera di Battaglia, il cui irnpiru1topo]jticodi matrice comunista è riscattatodal!'altaqualitàstoriografica)dalpuntodi vistadelleappaitenenze politichedei rispettiviautori. Se poi guai·diamoal confutto sulla memoriapubblica della Resistenza, osserviamo che le diverse forze politiche ne offrono letture diverse: I)La Resistenzavieneconsideratacomelaprimafasediunprocesso storicodilungo pe1iodoicui esitinonsonodefinitiaprioriintutteleloro ruticolazionimacondu1TannocomunqueversoiIsocialismo:questaè la letturadei comunisti,del Pci. 2) La Resistenza come riscatto della coscienza nazionale e prefigurazionedi una democrazia attiva, fortemente prutecipata:è la posizione del Partitod'Azione, la principalevittima del dopogue1i-a, perché si scioglierànel '47 nonostante il grande contributoche aveva dato alla Resistenzastessa. · 3) La Resistenza come 1ipresadi un corso positivo della storia nazionale: è l'interpretazionedi BenedettoCroce e dei liberali,che l'intendonocomeprosecuzionedellastoriadell'Italiaprefascista,dopo la pru·entesifascista. 4) La Resistenza come movimento essenzialmente etico e di massa, distinto dall'antifascismo storico e dalla politica: questa è l'interpretazione dominante tra i cattolici. 5)Infine laResistenzacome guerra"fratricida", cheè l'interpretazione dei fascisti. Queste differenze interpretative si accentuano proprio a partire dal '47 /' 48, che sovrappone l'opposizione comunismo-anticomunismo a quella fascismo-antifascismo, propria della fase precedente. Questa sovrapposizione spiega ad esempio perché lo schieramento governativo e gli intellettuali che in qualche modo vi fanno rife1imentopreferiscano tacere sulla Resistenza; e perché, al contra1io, le sinistre esaltino la rottura positiva nella storia nazionale rappresentata dalla Resistenza: in particolare, la maggior forza d'opposizione, il Pci, rivendica l'unità della Resistenza ingiustamente spezzata dalla Dc. b) Un'altrnfase si apre con i fattidel luglio '60 quando unaseriedi manifestazionipopolru·icondusseroallacadutadel governoTambroni, sostenutodai voti delMsi, il prutitoerededel fascismo. La memo1iadellaResistenzaesce inuncertosensodal ghetto:dalla Resistenza "taciuta" si passa alla Resistenza "legittimata" se non addirittura "imbalsamata". Le forze politiche al governo (il centrosinistra,che comprendeper la prima volta i socialisti)assegnanoalla Resistenzaunafunzioneirnpo1tante,la legittimano;laconsideranouno strumentoperlacostruzionedell'identitàcollettivadelpaese.Nonsenza effetti negativi:le celebrazionidellaResistenza,che si sviluppanocon forza proprio nel corso degli ai1niSessanta,assumono volentie1itoni retorici (in questo senso essa viene "imbalsamata"),quasi che tutto il popolo italiano avesse in qualche modo prutecipato alla gueITadi liberazionecontro i tedeschie un pugnodi loroservi. c) Con gli anni Settanta, cambia profondamente il modo di guardare alla Resistenza. Il movimento del '68 recupera dal Partito d'Azione l'idea della Resistenza "tradita" se non della "rivoluzione mancata". li tema innescò un conflitto politico-storiografico all'interno della sinistra, dividendo coloro che sostenevano che la Resistenza era stata "t1icolore", cioè nazionale, da coloro che dicevano che era invece stata "rossa", cioè egemonizzata dalla sinistra e dalla pratica e dalle aspettativedi unmutamento sociale radicale. Accanto e oltre il conflitto politico-culturale, nel corso degli anni Settanta ci si impegnò a studiare temi fino ad allora pressoché ignorati: i soggetti sociali (operai e contadini in pruticolare) piuttosto che i partiti; ladimensione locale e ledifferenze regionali piuttosto che il quadro nazionale. d) Con la fine degli anni Settanta, al dibattito e allo scontro serrato succede un nuovo silenzio, tanto che si potrebbe parlare, per gli anni Ottanta, di Resistenza dimenticata. li silenzio si spiega con motivi politici e insieme storiografici. Sul versante politico, esso è il risultatodella forte contraddizione vissuta negli anni Settanta. li riferimento alla Resistenza fu fatto proprio dai governi di unità nazionale ( 1976-1979), che riproponevano aggiornandola l'alleanza del 1943-1947 unendo nellamaggioranza comunisti, socialisti e democristiani; ma anche il terrorismo rosso amò presentarsi come il continuatore della guerra partigiana. La memoria dellaResistenza subì così unagrave inerinaturae venne smentita al tempostesso una convinzioneprofondamente introiettata nel corso del dopoguerra: la convinzione che attentati allademocrazia potessero venire solo da destra. Sul versante storiografico, il silenzio si spiega invece con la durissima polemica sviluppatasi allora contro l'eccesso di "politicismo" della storiografia contemporaneistica italiana e con-
Aprile 1944, comando di Gop, nel cuneese nasce un giornale partigiano ("Quelli dello montagna"). tro la sto1iadel breve periodo e degli eventi: la garanzia di scientificità dell'impresa storiografica veniva1intracciataa, li'opposto,nello studio dei fenomeni di lungo periodo e delle struttureprofonde della società. e) Il silenzioriguardatuttaviala sola storiografiadi sinistra:dentro questo silenzio,si sviluppa,nello stessoperiodo,un attaccodecisoalla Resistenza:è la fase della Resistenza"vituperata".Ne forniscoalcuni esempi,precisandoche ilteITenosucui si svolgequestoattaccoè quello dei mezzi di comunicazionedi massa, nonquellodella ricercastorica: lacontrapposizionedell'antifascismo(edellaResistenza)allademocrazia,acausadellapresenza,trairesistenti,diunafortesenonmaggioritaria componente comunista; la 1ichiesta,avanzata nel 1987da Renzo De Felice,dipurgarelaCostituzionedel1948del"pregiudizioantifascista"; la polemica sul cosiddetto "aiangolo della morte" (l'area attorno a ReggioEmilia,nellaqualedopoil 25 ap1ile 1945 expartigianicomunisti avevano uccisoex fascistie altri oppositoripolitici). Piu in generalelaResistenzavienecaiicatadi responsabilitàchenon leappartengono:comequelladiaverinaugw-atolapolitica"consociativa", dell'accordo trapartiti,imprigionandolasocietàitalianae impedendone l'autonomo sviluppo(ribaltandocosì sul periododi formazione della repubblica i vizidi una fase politica assaipiu recente). I nodi del dibattitopolitico-storiografico Mi soffermoora su alcuni nodi del dibattitostoriografico,se non i più importantice1toi più dibattuti. 25 APRILE 7 a) Il primo problema è quello del rapporto tra la politicaformale, rappresentata dai partiti, e l'iniziativa dei singoli, applicato al problema dell'origine della Resistenza. Battaglia, ad esempio, insiste sul problema della organizzazione della Resistenza, guidata proprio dagli antifascisti storici; e Chabod sottolinea la continuità a·aantifascismo storico eResistenza: per lorocome per lagran parte dei vertici politici tale continuità è un fatto scontato. È solo in ambiente cattolico che il problema viene sollevato (e pour cause, se si tien conto della scarsa presenza dei cattolici dentro l'antifascismo del ventennio). Ad esempio Sergio Cotta sostiene, nel 1964, che tra antifascismo e Resistenza c'è opposizione non continuità; l'uno è elitario e minoritario, l'altra è di massa e, al limite, impolitica. In questi termini la contrapposizione è assurda perché neppure laResistenza fu un fenomeno di massa e d'altra parte la stessa scelta di resistere ha un evidente significato e peso politico. E tuttavia tra antifascismo storico e Resistenza esistono delle differenze. Lo si ricava anche da giudizi provenienti da ex resistenti. Giorgio Amendola, ad esempio, unodei maggiori dirigenti del Pci., ha sottolineato le debolezze dell'antifascismo storico durante la guerra. Guido Quazza, ha parlato di un antifascismo nuovo che nasce con la gue1Tae che ha poco a che vedere con il vecchio antifascismo. Perché è un antifascismo di giovani non politicizzati e spesso di fascisti che durante la guerra prendono coscienza della tragedia a cui il regime sta portando il paese. Il problema del rappo1totra antifascismosto1icoe origini della Resistenza potràessere in realtà risolto soloquando si farà unastoria del fascismo edell 'antifascismo noncome due fenomeni da studiare separatamente, ma come due facce della medaglia della società italiana fra le due guerre, cosa che fino ad ora non si è fatto.
8 2S APRILE Molti preferirono non schjerarsi, ma una minoranza scelse in modo giusto, pur non avendo, in larga parte, alcuna esperienza politica. b) Il secondo problema è quello dell' unjtà della Resistenza, che è insieme il comune denominatore delle celebrazioni ma anche, con le precisazioni necessarie, un aspetto importante della storia effettiva della Resistenza. Si deve in primo luogo precisare che unità della Resistenza non vuol dire identità. Le varie forze politiche guardavano diversamente al futuro ed è suquesto terreno soprattutto che si manifestarono le divergenze. Da parte della storiografia di sinistra e in particolare comunjsta si è individuato un rapporto stretto tra la tematica dell'unità e quella del cosìddetto attesismo (la riluttanza a impegnarsi senza remore nella lotta). Ribaltando sul piano storiografico una parola d'ordine dell'epoca, si è reintrodotta la tematica del conflitto politico e di classe: "attesisti" vengono definiti ad esempio gli antifascisti moderati e i "badogliaru" o, in termini sociali, gli industriali, per confermare "l'egemonia della classe operaia" (in realtà, del Pci) nel corso della Resistenza. Alla quale, tuttavia, non giova una descrizione in termini di "guerra di tutto un popolo" contro i tedeschi e un pugno di loro servi. c) Il terzo problema è quello del rapporto tra politica ed autonomia, tra spontaneità e organizzazione, che è stato sviluppato dopo il 1968. In queste interpretazioni prevale una critica della politica e il tentativodi leggerelaResistenza come iniziativaautonoma delJeclassi. Il nesso spontaneità/organizzazione viene tendenzialmente ri'' sotto a favore del primo termine: se in tal modo si corregge la prospettiva unanirrustica e politicistica delle interpretazioru fino ad allora dominanti, si rischja al tempo stesso di isolare le lotte rivendicative nelle fabbriche e nelle campagne dal contesto politicomilitare nel quale necessariamente si iscrivevano. Torna comunque a merito di queste interpretazioru l'attenzione portata alla dimensione regionale e locale e alla storia della società italiana durante la guerra. d) L'ultimo punto riguarda il significato della Resistenza in relazione alla storia italiana e il contributo da essa portato alla identità collettiva del nostro paese. Il libro di Claudio Pavone può essere letto come una ricchissima riflessione intorno a questo tema. Egli sostiene che nel corso della Resistenza si sono intrecciate tre guerre: una guerra civile tra cittadini dello stesso paese, una guetTa nazionale contro i tedeschi e una guerra di classe tra operai e industriali, tra agrari e contadini, che rilanciava e riprendeva quella che si era combattuta tra la conclusione della prima guerra mondiale e l'avvento del fascismo (e, più in generale, nell'intera vicenda della storia dell'Italia unita). Il libro di Pavone, benché largamente apprezzato, ha ricevuto anche alcune critiche, in particolare per l'uso della categoria di "guerra civile", a suo tempo fatta propria, nella chiave di "guerra fratricida", dai fascisti: alcuni ex resistenti vi hanno voluto vedere una sorta di legittimazione dei fascisti. Si tratta di un equivoco: la pietas dello storico corregge il luogo comune antifascista dei fascisti privati delle loro sembianze umane e ridotti al ruolo di semplici fantocci. Ma restano ferme le ragioni della contrapposizione fascismo-antifascismo. Nulla è più lontano da Pavone di una tendenza al pareggiamento delle responsabilità. Per Pavone il fatto che nel 1943-45 si sia combattuta anche una guerra civile assume la banalità di una constatazione: in quegli anni cittadini di uno stesso paese si sono combattuti fra loro. È utile se mai interrogarsi sul perché una tale definizione abbia provocato tanto scandalo. li motivo è che, con la sua ricostruzione, Pavone ha rotto un tabu interno alla tradizione resistenziale: l'immagine della Resistenza come guerra di tutto un popolo contro i tedeschi e un pugno di fascisti. Una immagine che, come abbiamo visto in precedenza, convergeva con il tema dell'unità della Resistenza, agitato polerrucamente dalle sinistre, e in particolare dal Pci, nella lotta politica postbellica. Nella società italiana dell'epoca ci sono infatti i resistenti attivi, ci sono i fascisti, ma c'è anche, accanto a una parte di italiani che sostengono la lotta partigiana, quella che è stata definita la "zona grigia": coloro che non si sono schierati da nessuna parte, che hanno atteso gli eventi, che hanno chiesto protezione agli uni e agli altri, ai tedeschi e agli americani, ai fascisti e agli antifascisti e alla fine si sono risvegliati, se non antifascisti, equanimemente postfascisti. Quantific;are e qualificare la "zona grigia" non è possibile, perché la sua storia non è stata ancora scritta: solo quando questo lavoro sarà compiuto sarà possibile dare un giudizio complessivo sul 1943-45 e sugli esiti della Resistenza. Ma, per tornare al librodi Pavone,credoche il suo messaggio più esplicito e lapartecipazione con laquale è stato letto dai più derivino dalla tematica sollevata dal capitolo iniziale e confermata dal sottotitolo del volume: il problema della scelta. La scelta compiuta da una minoranza attiva 1'8 settembre senza alcuna garanzia istituzionale, perché lo Stato era crollato e non si venjva legittimati nella propria azione da nessuna autorità superiore. Coloro che decisero di prendere la via dei monti lo fecero grazie a un soprassalto della loro coscienza civile e in nome di un inedito sentimento di italianjtà. Se non ci fosse stata la Resistenza - osserva Pavone - si sarebbero moltiplicati i lamenti sull'eterno uomo "guicciardiniano", che guarda solo al suo interesse particolare. I resistenti hanno invece scelto di rischiare la propria vita in una situazione in cui si poteva tranquillamente lasciar fare la guerra agli americani e ai tedeschi, e attendere la sua conclusione. Scegliere di rischiare la propria vita voleva dire invece comprendere l'importanza di un contributo italiano aJla vittoria degli esercì ti alleati per evitare che la pace e la libertà venissero consegnate al paese esclusivamente dall'esterno. In questo, io credo, consiste il contributo della Resistenza alla definizione dell'identità nazionale. Essa è stata una delle rare fasi della storia italiana nelle quali ci si è schierati apertamente e si è combattuto per una rottura in senso democratico della vicenda nazionale, nella quale, al contrario, si sono alternate di norma fasi trasformistiche e fasi autoritarie. Note Ho tenuto pa1ticolarmente presente il saggio di C. Pavone, La resistenza oggi:problema storiograficoe problema civile, in «Rivista di storia contemporanea», XXI (1992), n. 2-3, pp. 456-480. Amendola G., Fascismo e movimento operaio, Roma, Editori Riuniti, 1975. Battaglia R., Storiadella resistenzaitaliana (8 settembre 1943-25 aprile 1945), Torino, Einaudi, 1970( 1953). Cari i Ballola R., La resistenzaannata ( 1943-1945), Milano, Edizioni del Gallo, 1965. Chabod F., L'Italia contemporanea: /918-1948, Torino, Einaudi, 1961. Cotta S., Linearnenli di s1oria della Resis1en::,aitaliana nel periodo dell'occupa::,ione, "Rassegna del Lazio", XV ( 1965), pp. 28-45. Pavone C., Unaguerracivile.Saggiostoricosulla111oralitàdellaResisten- ::,a, Torino, Bollati Boringhieri, 199 I. Quazza G., Resistenza e storia d'l!alia. Problemi e ipotesi di ricerca, Milano, Feltrinelli, 1977. Salvadori M., S10riadella resis1en:aitaliana, Venezia, Neri Pozza, 1955.
UN PARTIGIANO SECONDOBATTAGLIA UgoBerti Non occorre ~ssere angeli della storia per sperimentare la tempesta del progresso, la malinconia delle rovine rovesciate ai nostri piedi, la "pietà di tutte le cose cadute" che si vorrebbero riportare in vita. Basta entrare non dico in una libreria antiquaria, ma in un negozio di remainders. Il catalogo dei libri in commercio galleggia su un oceano di titoli introvabili, mandati al diavolo da quella specie di allegra "tempesta" che è il mercato librario contemporaneo. Grande eguagli atri ce, l'uscita di catalogo: nei suoi magazzini Salvemini va a braccetto con Luigi Preti, e i saggi di Pound s'impilano con i romanzi di Aldo Biscardi. La guerra e la resistenza, come si conviene ad esperienze forti, hanno generato una forte spinta alla testimonianza personale: un'intera biblioteca di autori buoni e scadenti, scritture professionistiche e amatoriali, e molta melassa, anche, di buoni sentimenti e automitologie sulla scelta del "campo giusto". Qui pure il tempo è andato dintorno con le forche. Exeunt Ada Gobetti e Mario Bonfantini, che stavano addirittura nella collana delle letture per la scuola di Einaudi; Guerra in Val d'Orcia di Iris Origo e Senza tregua di Pesce (ma di questo, dicono in libreria, è in arrivo una ristampa). Una piccola e intelligente testimonianza come In guerra si muore di Anna Garofalo forse non la si può dire nemmeno scomparsa; quell'unica edizioncina di fine 1945 chi l'ha vista mai? È paradossale, ma fra i libri "du temps jadis" è finita anche la memoria di colui che per molto tempo è stato lo storiografo per eccellenza della lotta di Liberazione, Roberto Battaglia. La copia che ho sul tavolo, Einaudi 1965, l'ho comperata il 21 ottobre 1973 e sulla sguardia posteriore ha due stelline timbrate in verde: che è il timbro, lo ricorderanno i frequentatori di remainders, degli Einaudi di seconda scelta. Quell'edizione che nel 1973 stava già sui banchi della Fiera del libro di piazza Maggiore a Bologna era probabilmente un omaggio postumo ali' autore della Storia della Resistenza italiana, morto due anni prima - negli stessi giorni, per inciso, di Beppe Fenoglio e Antonio Delfini. La prima edizione aveva inaugurato, nel 1945, la "Collana della Liberazione" delle Edizioni U, la piccola e gloriosa casa editrice fondata da Dino Gentili tanto vicina al Partito d'Azione da condividerne la fulminea scomparsa. Un uomo, un partigiano, al di là del titolo riprovevolmente brutto, è una delle piì:1tempestive fra le testimonianze belle sulla Resistenza: il libro è licenziato da una Prefazione datata addirittura 15 aprile 1945. Ed è ancora un libro che merita di essere letto, assai di più della ponderosa opera storica cui Battaglia ha legato il nome. Firmato prima della Liberazione, viene dunque prima della guerra fredda e prima dell'erezione a feticcio (positivo e nega25 APRILE 9 tivo) della Resistenza. E viene anche, bisogna pur dirlo, prima dell'adesione dell'azionista Battaglia al Pci. Mentre scrive, Battaglia sente già "esaltare come eroi i partigiani", trasformare la Resistenza in secondo Risorgimento ("tanto può svisare le cose la retorica, anche quando è volta a buon fine"), enfatizzare la persecuzione subita sotto il fascismo dagli intellettuali (storia "vera solo in parte, e se qualcuno ve la narra in buona fede è perché l'uomo è portato a esagerare il pericolo passato e a incrudirne le tinte"). Non c'è dubbio che il "disgusto" cui il Battaglia 1943, sereno studioso del Bernini e "antifascista per ragioni di stile", è indotto dalle "tante grida contro il tiranno caduto" dopo il 25 luglio è fratello germano del più rattenuto invito a "riassumere il tono moderato e convincente di chi parla e abbandonare quello concitato di chi declama" con cui il Battaglia 1945 giustifica la propria testimonianza. Il curriculum partigiano di Battaglia è paradigmatico: da topo di biblioteca a uomo d'azione, da impolitico a militante, da insocievole a "carattere cordiale e scherzoso". Ritroviamo in parte quella specie di sindrome di Lawrence d'Arabia che ha colpito a più riprese il ceto intellettuale del nostro secolo, e in parte il senso dell'esperienza fondativa e irripetibile, che sarà poi origine di una diffusa "nostalgia della Resistenza" (chiarissima, ad esempio, già nella prefazione delle memorie di Yaliani, 1947). Ma Battaglia non declama, non scrive (ancora) in difesa. Basta confrontare, tra qui e la Storia della Resistenza, quanto dice a proposito della mancata insurrezione di Roma; in un caso "la popolazione di Roma, nella sua massa, non aveva nessun desiderio spontaneo d'insorgere" nutrendo "soltanto una ansietà di pace e d'ordine", nell'altro è questione del "capolavoro della politica vaticana" e delle "forze della conservazione sociale". O, ancora, il trinciante paragrafo su via Rasella con le pagine, assolutamente mirabili, sulla giustizia partigiana, ovvero sul problema del "togliere la vita a degli inermi", che chiudono Un uomo, un partigiano. Le quali pagine, che valgono il libro, vanno dritte al cuore del problema della violenza partigiana e della sua legittimità senza alcuna burbanza giacobina, senza l"'intransigenza un po' astratta" dell'azionista (parole dell'azionista Battaglia), mariconoscendolo argomento "meritevole di angoscia". Il giudice partigiano condanna a morte il piccolo fascista, quello magari che "s'è iscritto al fascio repubblicano perché questo era l'unico modo nel suo comune per avere la licenza di caccia", l'industriale che collaborava con i tedeschi, la prostituta che ha denunciato i compaesani che la calunniavano. "Muoiono con gli occhi chiusi", senza capire; e noi non possiamo che figurarceli poveracci, povere persone normalmente scadenti come noi, come Battaglia che mandandoli a morire si dice: "anch'io potevo essere uno di loro". Chi è ucciso è sempre una vittima, e chi uccide un assassino. È pienamente vero quello che si tentò di sostenere l'anno scorso in una disgraziata puntata di Combat Film, davanti ai filmati di piazzale Loreto: che i morti sono tutti uguali. Salvo che è anche pienamente falso. Durante la Resistenza è occorso dare la morte; probabilmente è stato anche giusto essere ingiusti. E poiché non si era spalleggiati da una legalità formale, è occorso assumersi la responsabilità individuale dell'atto. "Non uccidere" è un imperativo con deroghe "meritevoli di angoscia", anche in una situazione - sono le ultime parole del libro - in cui "vivere e morire diventavano funzioni naturali come il dormire o lo star svegli".
10 2S APRILE RESISTENZEDELLAMEMORIA MEMORIEDELLARESISTENZA LuisaPasserini A 'cinquant'anni dalla fine della Resistenza al nazi-fascismo constatiamo che di moltissimo, a proposito di quel momento storico, non si è data storia e non si è data memoria. Questo non avviene a caso, ma per una ragione precisa: perché la memoria è un campo di battaglia, dove nulla è neutrale e dove la contesa è continua. Basta pensare ai recenti conflitti sulla memoria di Auschwitz per capire che la posta è tanto più grande quanto più tragica la vicenda: ne vanno di mezzo l'identità dei vivi e dei morti, il rapporto tra di essi, la forza di vivere nel presente, i I retaggio da trasmettere al futuro. In Italia, nei decenni trascorsi, la memoria ha opposto resistenze - in senso psicologico e in senso sociale-a ricordare aspetti importanti che solo ora vengono alla luce. Dunque i germi sono rimasti latenti nella mente e nel cuore di quei pochi individui che li hanno nutriti con un lungo lavoro e ora coraggiosamente ce ne offrono i risultati. Alcuni frutti di questa memoria dilazionata sono di grande rilevanza sia per il contenuto sia per la forma espressiva, che presenta direzioni simili in opere diverse. Si può parlare di aree di silenzio - non propriamente di oblio - come quella che ha circondato l'immagine del nemico, fra tutte la più facilmente riducibile a stereotipi rigidi e privi di eccezioni. Fa parte di questa tendenza la confusione tra nazisti e tedeschi, diffusa nel linguaggio comune; nella quotidianità si trovano anche altre tracce di tale sovrapposizione, uno dei lasciti più tristi del passato recente. Ci sono molte persone, in Italia e altrove, che rifiutano di andare in Germania, o di parlare la lingua tedesca (quest'ultima è la traccia dolorosissima di un'appropriazione indebita della lingua di Goethe e di Holderlin da parte dell'urlo nazista); non tutte sono di discendenza ebraica, alcune sono tedesche. I loro atteggiamenti sono la parte emergente di un grande rimosso, la cui atrocità e difficoltà si intravede quando si lasciano parlare le memo1ie, come si è constatato nelle ricerche di storia orale sul periodo tra le due guerre e sulle guerre stesse. Il disperso di Marburg (Einaudi, Torino I 994) di Nuto Revelli compie un atto di pietas in quanto esprime compiutamente il desiderio di rompere l'equivalenza assoluta tra tedeschi e nazisti, tra nazisti e "bestie". Il primocontributodel libro sta dunque innanzitutto nella forza di pensare e portare avanti il suo intento: prestare ascolto a una tradizione orale circolante nel cuneese a proposito di un militare nemico che sembrava, a differenza dei suoi compagni d'arme, una persona nom1ale, i cui comportamenti mostravano elementi di umanità. Questo era iInucleo conservato dal la memoria, la quale non diceva se si trattasse di un tedesco o di un russo o di un polacco. Perobbedire all'ispirazione suggerita da quel nucleo, Nuto Revelli ha avviato una ricerca che sapeva "impossibile" (p. 159) e per certi aspetti interminabile: ha intervistato persone nella zona, consultato archivi, chiesto aiuto a ricercatori e studiosi in Germania e in Italia, come Christoph Schmi nck-Gustavus, Bodo Guthmuel ler, Michele Calandri e Carlo Gentile. "Il mio chiodo fisso - scrive Nuto Revelli nel diario di ricerca che costituisce l'ossatura del libro - è ridare un nome e un cognome a quel 'disperso', tedesco, polacco o russo che sia" (p. 27). La memoria parte da qualche elemento in positivo sullo straniero: quando ogni mattina usciva a cavallo, salutava i contadini, offriva un sigaro. Ma la tradizione prende rilievo soprattutto da cenni in negativo: non uccideva, non urlava, alla sua morte non venne fatta rappresaglia dai suoi commilitoni (ucciso il 14 giugno 1944, rimase insepolto finché il torrente Gesso non lo portò via). li valore delle negazioni è da commisurare rispetto all'immagine negativa del tedesco "bestiale"; esse accrescono per eccezione il senso di orrore per quest'ultimo. Che il ritrarsi dal comportamento bestiale sia già umanità indica fino a che punto il male fosse diventato "banale", invadendo tutto un popolo e un momento storico. Nel Disperso di Marburg la raccolta di molte piccole pagliuzze, l'aggregazione di particolari minuti, la progressiva assunzione di senso perviene a un quadro ancora lacunoso, ma chiaro, diradando la nebbia iniziale. Si arriva a un nome, Rudolf Knaut, a qualche tratto biografico: era nato a Marburgo il 18 novembre 1920, aveva combattuto sul fronte russo, dove era morto il fratello maggiore, apparteneva a una famiglia di gente per bene, non era membro del partito nazista. Questi risultati sono stati possibile grazie a una testarda pazienza: "non aver fretta" è il commento con cui Nuto trasmette il senso di questa indagine. Dalla paziente ricerca di Nuto e dei suoi collaboratori affiora "un ragazzo tranquillo, non appaiiscente, non ùTequieto", non un eroe, ma un uomo come molti altii: non era un guerriero, mi 1ipete Revelli, non era un fanatico, era uno dei tanti disgraziati che la gue1rn ha sbattuto di qua e di là per l'Europa. Ecco, appunto, l'Europa, non soltanto quella dei colti, I' Europe des espritsdell' Illuminismo, ma quella delle diaspore, dei perseguitati politici, degli emigranti per lavoro, dei dispersi. In questo senso, il libro di Nuto Revelli è un contributo al configurare una memoria europea, che non sia soltanto quella terribile dei campi di sterminio. Là l'europeità resta sullo sfondo come sogno svanito, come atroce disillusione, evidente nella sua immagine rovesciata, il convergere di nazionalità e origini diverse sotto il segno del dominio assoluto; in vicendecomequelladeldispersodi Marburg l'europeitàcompare come una possibile similarità tra esseri umani non eroici, ugualmente "disgraziati", interni a quello stesso dominio ma in qualche modo riluttanti a esserne trascinati. La vicenda non ci è data se non attraverso la tradizione orale e la costruzione di memoria che il libro ci restituisce. Grazie a queste due linee è diventato possibile 1icordare qualcosa che prima non si poteva: qualcosa che unisce anziché dividere, e che fa riflettere su ciò che unisce nelle culture europee, col loro intreccio tra "alto" e "basso", per esempio sul tema della tolleranza, tJ·a le tradizioni contadine e le idee dell'illuminismo. È una strada di ricerca in buona paite ancora da percorrere, dove sono decisivi non solo i contenuti, ma la forma del lavoro di memoria. Importa molto che, nel tratto percorso da questo libro, la forma espressiva sia quella del diario di ricerca, che accoglie dialoghi, interviste, dubbi, lettere, che riproduce l'andare migrante della ricerca, senza certezze, con l'appoggio di alcuni, con la defezione di alt1i. Sulla persistenza delle tradizioni orali in connessione con il periodo della guerra e della Resistenza vorrei introdurre una nota personale deri vatadal la mia stessa memoria. Ricordo una tradiziong narrata dalle parti di Asti, dove sono nata e cresciuta, che era spesso accennata a mezza voce, come cosa inaudita e vergognosa, emi stero mai interamente dissipato. Era la storia di un comunista ucciso, "eliminato", da comunisti per disaccordi politici, un uomo di cui si tramandava l'integrità e il pregio, e i cui parenti ancora si potevano
Le foto di queste pagine sono dell'Archivio fotografico I N.S.M.LJ Fondo fotografie; Fascicoli Partigiani, Cuneo e volli del cuneese. incontrare nella piccola città di provincia. Tutti sapevano che Mario Acqua viva era stato assurdamente accusato di fasci mo e fatto fuori da qualcuno del Pci, ma di fronte a questa memoria quelli di sinistra - come eravamo molti di noi giovani alla fine degli anni '50 - restavano interdetti, paralizzati dalla difficoltà di sistemare i messaggi contrastanti, e di affetTare un quadro complessivo della Resistenza che li potesse comprendere. Ho ritrovato la storia nel romanzo di Giampaolo Pansa, Ma l'amore no (Sperling & Kupfer, Milano l 994), dove Acquaviva compare nella figura di Ernesto Galimberti. È una versione romanzata, che aggiunge una storia d'amore alla vicenda storica di un militante del Partito Comunista Internazionalista, di ascendenza bordighiana, che nella vita era sposato e aveva una figlia. Lo stesso Pansa ne aveva sentito parlare da bambino, mi racconta per telefono, a Casale, dove l'uccisione era accaduta a poca distanza da casa sua, I' 11 luglio 1945 all'uscitadella fabbrica Tazzetti. Anche Pansa ha seguito la memoria, innanzitutto la sua, scrivendo quaderni su quaderni di ricordi della sua infanzia, cercando riscontri nei settimanali che si pubblicavano a Casale in quell'epoca, documentandosi su libri e raccolte fotografiche della Resistenza, nonché su ricerche etnografiche e dialettologiche sul Monferrato. Colpisce, a proposito di queste ricerche, la contemporanea distanza e vicinanza tra il lavoro preparatorio per un romanzo storico e quello storiografico: l'affinità del l'ossessione per il dettaglio e per il senso dell'insieme, l'incertezza su ciò che servirà o no, la decisione di 25 APRILE 11 seguire un'ispirazione di cui non è evidente il fine ultimo. li romanzo storico è un genere ibrido per eccellenza, così come lo è i I diario; entrambi consentono contaminazioni tra forme espressive, dando grande libertà di combinare toni diversi. Nel romanzo di Pansa si sente la memoria autobiografica nella raffigurazione del ragazzo Giovanni, si avverte la ricerca inventiva sul linguaggio monferrino, si riconosce il felice intreccio tra immaginazione e documentazione. Anche qui è diventato possibile ricordare ed elaborare quello che prima non era possibile: e forse perché si è arrivati a ricordare ciò che unisce popoli diversi, andando oltre l'odio per l'altro, è contemporaneamente possibile ricordare ciò che ha diviso gente appartenente non solo allo stesso popolo, ma a fedi politiche della stessa matrice. La memoria può oggi - e deve - confrontarsi con i conflitti interni al comunismo, con le ripercussioni dello stalinismo in ogni parte dell'Europa (dunque c'è una dimensione europea implicita anche nella storia di Galimberti/ Acquaviva) o raffigurare gli aspetti della guerra civile meno detti dalla storiografia (ma in alcuni paesi come la Francia già oggetto di attenta ricostruzione e riflessione storica), come quelli delle donne fasciste rapate e messe alla gogna. Nel romanzo, di fronte a quello spettacolo, il ragazzo Giovanni reagisce vomitando, e un ufficiale inglese commenta: "è la legge della guerra in tutta Europa". Non a caso uno dei temi di ricerca della storiografia è oggi quello delle ritorsioni ed epurazioni dopo il 1945, su cui si stanno organizzando convegni e incontri a Vienna e a Berlino per il prossimo futuro. Non vorrei ridurre il libro di Pansa al suo valore di ricostruzione. Il romanzo esprime passioni e immagini in una scrittura agile, ma
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