6 ITALIA'95 11 NON ABBIATEPAURA" PiergiorgioGiacché Non c'è bisogno di essere psicologi per capire che la "paura dell'altro" non esiste più da tempo. È una bugia e un alibi con cui si suole di tanto in tanto spiegare l'aggressione allo stadio, il raid razzista, l'emarginazione e la derisione verso i diversi. Tutti sport che si praticano invece con disinvoltura e senza più grandi coinvolgimenti, per guadagnare magari il brivido della sensazione ma senza sfiorare affatto il sentimento. E se il sentimento non c'entra, non sarà dunque "la cultura dell'odio" quella che spinge un giovane del Milan ad accoltellare un ragazzo del Genoa, ma più una banale e meccanica subcultura della guerra: e la guerra - almeno per ora e almeno qui da noi - è una specie di gioco che, se forzato dal caso, finisce per farci compiere azioni anche cruente senza che ci si senta responsabili. Colpevoli sì, ma chi non è peccatore? Responsabil" no, nel senso che il gesto esagerato e l'esito tragico non erano previsti e sono stati registrati (e forse anche vissuti) alla stregua di uno sciagurato incidente. Non era premeditato e dunque non era voluto. Og'iii tifoso, di qualsiasi curva sia, capisce benissimo che non c'è niente da capire: è successo e basta e "non deve succedere" più (c'era scritto negli striscioni, appesi al vento negli stadi come preghiere buddiste). Ci si può accordare sul fatto di lasciare a casa almeno i coltelli e di ricorrere soltanto ai cazzotti. Ci si può ripromettere soltanto di vigilare su noi stessi: gli "altri" non c'entrano affatto nello scontro fra le due parti, le due fazioni, i due quartieri in cui ci si trova divisi in tempo di festa. La rissa è il residuo e il bisogno di una rituale guerra civile (in tutti i sensi) che prende più spazio e senso nei momenti e nei luoghi in cui si riduce quello che siamo abituati a chiamare civiltà. Così, anche fuori dello stadio, dentro la cattiveria di pochi, come dietro la rassegnata mitezza dei più, la più grande e motivata paura è quella verso il "prossimo tuo", nel senso letterale del vicino di posto, del simile se non dell'uguale. Ancora una volta non è una questione di odio - anche se è certo che sono pochissimi quelli che il prossimo Io amano. È soltanto stata abrogata all'improvviso la norma di una fredda e pacata indifferenza ed è subentrata la regola di una altrettanto fredda ma più nervosa ostilità. Anche scendendo in politica (ormai si può dire soltanto così, giacché a salire la politica non la si trova più), il cambiamento culturale più vistoso prodotto da quest'annata di destra sembra proprio quello di una accresciuta e provocata ostilità: a usare termini forti, ma non impropri, si potrebbe dire che il mutamento più grande del clima politico consiste nelì 'accettazione e perfino nella propaganda della "guerra" come la nuova e nemmeno troppo spiacevole regola del vivere sociale. Non che la vittoria della destra stia all'origine di questa trasformazione, ma questa trasformazione ha però contribuito al suo successo. Non si tratta della solita demonizzazione: il fatto è che, "in tempo di guerra", è la destra la parte che interpreta meglio il potere e che dunque può suggerire a tutti i comportamenti più pratici o più convenienti. Il militarismo o il passato fascista c'entrano poco: c'entra magari l'ammirazione per la forza e il rispetto per la ci.eca e dunque giusta libertà del mercato: c'entra il fatto che pur non chiamandosi mai progressista, la destra è più affascinata dalla novità e dalla tecnologia, più aperta verso l'avventura del futuro, più fiduciosa nell'identità e nelle possibilità dell'uomo. La sinistra cerca l'uomo nuovo, mentre la destra sembra accontentarsi e inorgoglirsi di quello che già c'è. Diciamo destra così, tanto per dire, perché in realtà si sta come al solito parlando di un'esperienza ancora non sedimentata, caratterizzata dalla presenza teleossessiva di un leader insolito, ben rappresentato ma non per questo davvero rappresentativo di una parte così importante del dibattito e della storia politica di una nazione. Quello che è certo è che la sua composta modernità non è in contraddizione con il clima retrò che la destra "all'italiana" sembra preferire, fatto di facili abiti e ambienti da anni Cinquanta. Fatto di ritorni al De Gasperi - pensiero e ali 'Italia delle canzonette e delle lotterie, perfino con la madonna che piange, "su e giù per l'Italia". Ma soprattutto fatto della riscoperta esaltante della gente - termine che è uscito dalla sua antica genericità e neutralità per diventare il protagonista indiretto e inconsapevole di ogni scelta, dacché appunto la gente viene continuamente interpellata e dunque sovrastimata dalla democrazia giornalistica e giornaliera del dacci oggi il nostro sondaggio quotidiano. Intanto, a sinistra, lapaura inconfessabile eppure insopprimibile è proprio quella che si ha nei confronti della Gente. C'è chi la chiama Opinione Pubblica, e chi la misura e la corteggia chiamandola con il suo nuovo nome, Maggioranza. Ma non fraintendiamo: non si tratta di una paura elettorale. Quella sarebbe appena il timore di non conquistare appunto la maggioranza, sarebbe una comprensibile mistura di vile scoraggiamento e di saggia sfiducia davanti all'ipotizzabile o presumibile voto di domani (dopo aver visto l'esito miracoloso dell'exvoto di ieri). Quella sarebbe la paura di una rinnovata vittoria delle destre, con le sue conseguenze deleterie su tutti i fronti: anche e soprattutto su quello che non ci saremmo mai immaginati, dell'impreparazione e dell'incapacità a realizzare le sue stesse promesse. Altro che tecnocrazia, altro che imprenditorialità, altro che privatizzazione ... Mai si è avvertito uno statalismo invadente, un paternalismo lamentoso, un patriottismo sterile e appiccicoso come quello che è risultato dalla sovrabbondante immagine e presenza dei forzisti italiani, degli alleati nazionali e dei nordisti federalisti (che, proprio come nei western, hanno persino fatto parte dell'arrivano i nostri e hanno rotto, momentaneamente, l'assedio). No, la paura vera e inconfessabile è un'altra, ed è destinata a rimanere anche dopo, anche nella felice ipotesi di una vittoria delle sinistre (che nel migliore dei casi sarà una vittoria di un centro ammiccante e benevolo nei confronti della ragionevolezza di Adornato, dell'intelligenza di Bordon, dell'abilità di Segni, dell'acutezza di Ayala, eccetera ...) . In poiitica, i giochi sono forse ancora aperti anche se i giocatori sembrano tutti da rinchiudersi, ma la paura è che al contrario, per quanto riguarda la società e la cultura, i giochi siano chiusi e i giocatori siano implosi nella gente, nell'opinione pubblica, nella maggioranza: termini o corpi collettivi ormai impermeabili, impermeabili al pensiero e al gesto, al dubbio e all'idea. Qualcuno di recente ha cominciato a parlare - e per fortuna a parlar male - della democrazia intesa come "dittatura delle maggioranze", ma il male dell'attuale cultura democratica è proprio l'invenzione della maggioranza e la sua sovrapposizione tanto forzata quanto gratificante sopra i gruppi e gli individui, sopra le articolazioni personali e le contraddizioni della mentalità
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