Linea d'ombra - anno XIII - n. 102 - marzo 1995

svegliata? Cos'era questa cosa? Dormiva nell'Invaso? Era per questo che la gente aveva paura dell'Invaso? Noi non la temevamo, oh no, era soltanto l'Invaso, non c'era nulla di cui aver paura, era solo un semplice Invaso con una steccionata attorno e tanti alberi e nella parte più lontana una casetta (con gli ingranaggi dentro?) e nulla di cui aver paura. "L'Invaso, L'Invaso!" Un cartello diceva PERICOLO, INVASO. Sopraffatte da una improvvisa gioia passammo attraverso la steccionata e ci dondolammo sui rami più bassi degli alberi, emettendo degli urli a intervalli, fissando in modo possessivo e lieto lo strato d'acqua con il suo meraviglioso aspetto calmo e minaccioso, "L'Invaso! L'Invaso! L'Invaso!" Litigammo nuovamente su come scrivere la parola. Poi sembrò che si facesse buio - oppure erano gli alberi che rubavano la luce del sole e la trattenevano sopra la loro cima? Una di noi cominciò a correre. Cominciammo tutti a correre, in modo improvviso, selvaggio, senza preoccuparci delle nostre caviglie storte o slogate, in mezzo agli alberi verso la luce del sole dove il torrente, ma non era più il nostro torrente, ci aspettava. Avremmo voluto tanto che fosse il nostro torrente, quanto avremmo voluto che lo fosse! Avevamo perduto ogni cognizione del tempo. Era quasi notte? L'oscurità ci avrebbe colto di sorpresa, avremmo dovuto dormire sugli argini del torrente che non ci apparteneva più, tra i piselli dolci selvatici, i cespugli e le pecore morte? E le anguille sarebbero venute fuori dal torrente, come diceva la gente, e nei loro viaggi attraverso i recinti si sarebbero trasformate in persone che ci avrebbero minacciate e ci avrebbero sbarrato la strada, I TRASGRESSORI SARANNO PERSEGUITI A TERMINI DI LEGGE, in piedi, a braccetto nelle loro giacche lucenti, dondolandosi, con la bocca aperta, pronte a divorarci? Ci avrebbero mai lasciate andare a casa, oltre i frutteti, lungo il vallone? Forse ci avrebbero attaccato la Paralisi Infantile, forse non saremmo mai potute tornare a casa e nessuno avrebbe saputo dove trovarci, in modo da correre da noi con un polmone d'acciaio con la sua chiave speciale! Arrivammo a casa, ansimando e tutte graffiate. Che strano! Il sole era ancora nello stesso punto nel cielo! La cosa ci preoccupava, "Che facciamo? Glielo diciamo?" La decisione fu presa per noi. Nostra madre ci salutò quando varcammo la soglia dicendo, "Non siete state via molto, bambine. Dove siete andate? Spero non troppo vicino all'Invaso." Nostro padre alzò gli occhi dai giornali che stava leggendo. "Non fate che vi sorprenda dalle parti dell'Invaso!" Non dicemmo nulla. Quanto erano arretrati! Avevano veramente paura! CopyrightJanet Frame, 1966 "STATEPERENTRARENELCUOREUMANO" traduzionedi LuciaCardare/li Guardai il cartellone. Mi domandavo se avevo abbastanza tempo prima che, di lì ad un ora, il mio treno lasciasse Filadelfia per Baltimora. li cuore, alto fino al soffitto, occupava un angolo dell'ampia sala e, da qualunque posizione ci si trovasse, se ne poteva sentire il battito: tum-tump, tum-tump ... Si trattava di una STORIE/ FRAME 75 mostra molto popolare e, talvolta, quando c'erano troppi bambini, si doveva sbarrarne l'entrata con delle corde, poiché questi si divertivano a correre su e giù per i vasi sanguigni, cercando di accordare le loro grida al rumore dei battiti del cuore. Mi resi subito conto che per quel giorno il cuore aveva subito già abbastanza danni - il fondo dei vasi sanguigni era tutto rovinato e polveroso, le pareti del ventricolo erano piene di scritte e il cartello che recava la scritta "State percorrendo l'itinerario di una cellula sanguigna attraverso il cuore umano" pendeva di traverso. Volevo visitare più a lungo il Franklin Institute e il Museo di Scienze Naturali sull'altro lato della strada, però un viaggio nel cuore umano mi sembrava affascinante. Ma avevo abbastanza tempo? Più tardi. Prima sarei andata a visitare la Hall of North America, sul lato opposto della strada, tra gli orsi e i bisonti, per aggiornare le mie conoscenze sulla flora e fauna americane. Mi diressi verso la Hall. Ancora bambini, seduti in fila su sedie di tela. Una classe elementare di una scuola di città, accompagnata da un'anziana insegnante. Un custode del museo con un secchio in mano e gli occhi di tutti fissi sul secchio. "Scusate", dissi. "È forse una lezione privata? posso rimanere qui a guardare?". "Ma certamente"- rispose svelto il custode - "Stiamo facendo una lezione su come si maneggiano i serpenti. È una cosa nuova. Si prendono dei bambini piccoli e si insegna loro che non devono uccidere ogni serpente che incontrano. La gente pensa che si debba schiacciare la testa a tutti i serpenti che si incontrano. Per questo prendiamo i bambini piccoli e insegniamo loro come comportarsi con i serpenti." "Posso guardare?" chiesi. "Certo. Questa è un comune biscia. Innocua, assolutamente innocua. Bisogna insegnare ai bambini a toccarla, senza alcun timore". Si rivolse all'insegnante: "Ed ora signorina, signora ...". "Signorina Aitcheson". "Il modo migliore di arrivare ai ragazzi è quello di cominciare con l'insegnante" disse alla signorina Aitcheson, abbassando leggermente il tono della voce. "Se vedono che Lei non ha paura, non ne avranno neanche loro". Deve essere prossima alla pensione, pensai. Una signora di città. Mai toccato un serpente in vita sua. Era pallida in volto. Riuscì appena a trascinare la paura dalla superficie degli occhi a un qualche punto profondo, dove si annidò come una macchia scura. Certo, il custode e i ragazzi se ne erano accorti. "È innocua" ripeté il custode. Aveva lavorato con i serpenti per anni. La signorina Aitcheson, pensai di nuovo. Una vera e propria signora di città. Per lei, tutti i serpenti erano creature da ammazzare, da cui difendersi: il serpente a sonagli, così come I' argistrodonte, il serpente reale e la biscia - velenosi e vittime. Non c'erano forse dei posti nel Sud dove non si poteva camminare per strada per paura di incontrare un serpente a sonagli? Gli occhi di Miss Aitcheson guardavano l'uscita illuminata. Vidi che aveva paura. La luce dell'uscita brillava a tratti, si nascondeva. I bambini, nessuno dei quali aveva mai toccato un serpente in vita sua, sedevano ammutoliti, in attesa che iniziasse lo spettacolo. Uno o due apparvero impauriti quando il custode estrasse dal secchio una biscia lunga circa tre piedi e, con un movimento veloce, prima che l'insegnante avesse il tempo di protestare, la appoggiò sul collo di questa e fece un passo indietro, ammirandola soddisfatto. "Vedete" disse rivolgendosi alla classe, "la vostra maestra ha un serpente intorno al collo e non ha paura".

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