su di loro. "Aspetta che lui la baci", dicevamo. "Guarda. Ecco. Una meraviglia. Smack." Spesso continuavamo a ridacchiare e a stare lì anche dopo che la coppia ci aveva visti. Aspettavamo proprio che lo facessero. Tutti gli uomini e tutte le donne lo facevano, era un fatto scontato. Facevamo delle congetture sui dettagli tecnici. Avrebbe messo il guanto? Se lui non lo metteva allora lei avrebbe concepito un bambino e sarebbe stata costretta a liberarsene bevendo gin. A proposito, i guanti erano in vendita da Woolworth. Alcuni dicevano che erano copridita, ma noi sapevamo che erano guanti e qualche volta andavamo in città da Woolworth proprio per dargli un'occhiata. Bighellonavamo attorno ai banconi facendo risolini maliziosi. Certe volte morivamo dalle risate, era tutto così buffo. Dopo esserci stancate di stare a spiare le coppiette, andando via gli cantavamo dietro: Penna, pennino e pennuto, dietro una fratta un uomo è caduto, è caduto sopra una donna, un bimbo è spuntato da sotto la gonna, penna, pennino e pennuto! Certe volte ci prendeva un po' di paura - e se un uomo cadeva sopra di noi e faceva spuntare una serie di bambini? Un altro passatempo lungo il torrente era rubare nei frutteti, ma quel giorno d'estate le mele erano ancora piccole, verdi, dure e nascoste dal le foglie. Non c'erano neanche le coppiette. Avevamo il vallone tutto per noi. Seguimmo il torrente, battendo i bastoni, chiaccherando e cantando, ma ci fermammo, zittendoci immediatamente, quando qualcuno - sorella o fratello - disse: "Andiamo all'Invaso!" Ci prese un senso di terrore. Sapevamo, com'è vero che sapevamo il nostro nome e indirizzo Stour Street Trentatré Ohau Isola di Otago Nuova Zelanda Emisfero Meridionale Il Mondo, che un giorno saremmo andate a vedere l'Invaso, ma quel giorno sembrava lontano come il giorno in cui avremmo lasciato la scuola, trovato un lavoro e ci saremmo sposate. E poi c'era anche l'angoscia di decidere il momento giusto - come si decidevano queste cose? "Ci è stato detto di non andare, lo sai", disse una di noi timidamente. Ero io. A forza di mangiare pane e sciroppo a merenda mi erano venuti i capelli rossi e anche la pelle, cosicché arrossivo facilmente e i grandi capivano sempre se dicevo una bugia. "E' lontano", disse la mia sorellina. "Fifona!" In effetti era lontano sul serio e forse ci sarebbe voluto tutto il giorno e la notte, forse avremmo dovuto dormire lì tra gli alberi di pino con i gufi che chiurlavano e le vecchie tane di coniglio piene di aghi che adesso arrivavano al centro della terra dove pozze di piombo fuso gorgogliavano e aspettavano di inghiottirci se inciampavamo, e poi c'era il suono lamentoso degli alberi, un suono che esprime iImassi mo del la malinconia di cui si percepisce il significato rna non si riesce mai a spiegarlo e che va avanti in modo disperato, cercando di farsi comprendere. Sapevamo che gli alberi di pino parlavano in quel modo. Li ascoltavamo con tristezza perché eravamo consapevoli di non poterli aiutare a comunicare, qualsiasi cosa cercassero di dire, poiché se il vento che gli stava vicino non poteva aiutarli, come potevamo farlo noi? Oh no, non potevamo passare la notte all'Invaso tra gli alberi di pino. "Billy Whittaker e la sua banda sono stati all'Invaso, Billy Whittaker e la banda della piuma verde, un pomeriggio". "Ha detto com'era?" "No, non l'ha mai detto." "Lui è stato in un polmone di acciaio." STORIE/ FP.AME 73 Era vero. Soltanto uno o due giorni prima nostra madrè ci aveva rammentato con voce sinistra quel fatto che suscitava in noi invidia e insieme paura, "Billy Whittacker è stato in un polmone di acciaio due anni fa. Paralisi infantile." Certa gente aveva tutte le fortune. Nessuno di noi osava sperare d'essere un giorno circondato dalla magia di un polmone di acciaio; ci saremmo dovuti accontentare per tutta la vita di banali polmoni di carne. "Allora, ci andiamo o no all'Invaso?" Era qualcuno che voleva sembrare autoritario come nostro padre, - "Allora, me li date o no i sandwich al salmone, riuscirò a pranzare oggi oppure no?" Fendemmo l'aria con i bastoni. Sibilarono. Erano flessibili e giovani. Avevamo cercato di ricavarne degli strumenti musicali, avevamo tagliuzzato rami di salice e di sambuco per farne dei pifferi e suonare la nostra musica, ma a parte i nostri mugolii, non ne usciva alcun suono. Perché non riuscivamo mai a ricavare niente dal mondo che ci circondava? Un aeroplano attraversò il cielo. Allungammo il collo per leggere la scritta sotto l'ala, poiché facevamo la raccolta dei numeri degli aerei. L'aeroplano scomparve in un riflesso di sole. "Andiamo?" disse qualcuno. "Se c'è un'eclisse non si vede più niente. Gli uccelli smettono di cantare e vanno a dormire." "Allora andiamo?" Certo che andavamo. Non avevamo vinto tutte le nostre paure, ma ci avviammo verso l'Invaso seguendo il torrente. Che cos'è? mi chiedevo. Dicevano che era un lago. lo pensavo si trattasse di un ammasso di oscurità e di enormi ingranaggi che ti pelavano e affettavano come una mela e ti attiravano con forza demoniaca, allo stesso modo in cui si veniva attratte sotto le ruote di un treno se ci si avvicinava troppo al bordo della banchina. Era quel lo iItremendo pericolo quando iIrapido irrompeva in stazione e ci si doveva avvicinare per baciare le zie che arrivavano. Continuammo a camminare, oltrepassammo i piselli dolci selvatici, ciuffi d'erba molto corta, funghi cavallini, erbacolderina, ginestra e cavoli selvatici; e poi, alla fine del vallone, giungemmo in luoghi strani, steccati mai visti, con il filo spinato che lacerava la pelle e le gonne indossate sopra il costume poiché sentivamo freddo nonostante ci fosse il sole. Oltrepassammo alberi immensi che vivevano con la cima immersa nel cielo, con braccia grandi e giunture che cigolavano per l'età e per il peso di essere alberi e le radici aggrovigliate e nude come ossa scarnificate. C'erano strani cancelli da aprire e da scavalcare, nuove direzioni da discutere e tracciare, cartelli che dicevano/ trasgressori saranno perseguiti a termini di legge. E c'era il sole, lontano e immobile, che diffondeva senza benevolenza il suo cocente influsso su di noi e sulla città, guardando dall'alto in basso dal firmamento e meditando sull'epidemia di paralisi infantile, e i bambini stanchi delle vacanze e desiderosi di ritornare a scuola con i nuovi libri rigidi dalle pagine crepitanti, con il righello da disegno graffiato e con il sole che sorgeva su un lato tra i dodicesimi e i decimi di millimetro, con le matite nuove da temperare e i trucioli che schizzavano via in lunghe schegge e in riccioli nocciola smerlati di rosso e blu; la scuola color marrone, i pavimenti spogli, il ciac ciac nei corridoi nelle giornate piovose. Giungemmo davanti a uno strano recinto, un recinto per tori con il suo occupante immerso tra l'erba alta, vicino al cancello, un toro
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