Linea d'ombra - anno XIII - n. 102 - marzo 1995

Janet Frame DUERACCONTI Di Janet Frame, una delle scrittrici più importanti della letteratura contemporanea, "Linead' ombra" ha pubblicato una intervista nel numero 53 (a cura di Liuba Songini). L'INVASO traduzionedi RosariaCorica Dicevano che era a quattro o cinque miglia lungo il vallone, oltre i frutteti, le fattorie e i recinti con il bestiame e le pecore, oltre i campi di grano e di ginestra selvatica, oltre le colonie dei conigli, gli abusivi della teti-a, che rosicchiavano l'interno delle colline creando qualcosa di simile alla scultura moderna; e comunque, che ne potevamo sapere noi di scultura moderna, non conoscevamo altro che il monumento al Soldato sulla strada principale, con le sue corone di papaveri nel Giorno dei Caduti, e le statuine degli gnomi che piangevano nel parco perché i gabbiani si appollaiavano sui loro cappelli verdi e non mostravano per loro alcun rispetto; e quanto era importante che gli uccelli, gli animali e la gente, specialmente i bambini, mostrassero rispetto! Ed è per questo che per tanto tempo abbiamo obbedito agli ordini dei grandi e non siamo mai andate fino al tanto proibito invaso; eravamo, comunque, contente di ritornare "stanche ma felici" (come seri vevamo nei nostri temi), in risposta alla domanda, Dove sei andata oggi a passeggio? che nascondeva il sospetto del ricatto, "Oh, quasi fino all'Invaso!" L'Invaso rappresentava la fine del mondo; oltre si precipitava; oltre e' erano distese di piante spinose, bestiame mai visto, strane fattorie, esseri leggendari che non avremmo mai incontrato o riconosciuto neanche se fossero venuti tra noi in città di venerdì sera quando correvamo dietro ai ragazzi, andavamo ad ascoltare la banda dell'Esercito della Salvezza e a comp.-are il frappé in cremeria, e poi tornavamo a casa per constatare che tutto andava bene, che nostra madre non era scappata via e che non aveva quindi preso il treno notturno per l'Isola del Nord, che nostro padre non si era sparato per la preoccupazione dei conti da pagare, ma in realtà era stato anche lui in città, e da Woolworth ci aveva comprato il solito regalo del venerdì sera, una scatola di liquirizia assortita e una di cioccolatini. L'invaso ossessionava le nostre vite. Non ne avevamo mai visto uno prima di arrivare in questa città; fino ad allora avevamo utilizzato l'acqua del pozzo. Ma qui, nella nostra nuova casa, l'acqua scorreva dai rubinetti quando li aprivamo e, se eravamo sbadati e li lasciavamo aperti, nostro padre si metteva a urlare, come se il fatto lo riguardasse personalmente, "Volete prosciugare l'invaso?" Questo ci terrorizzava. Cosa avremmo fatto se l'invaso si fosse prosciugato? Saremmo morti di sete come Burke e Wills nel deserto? "L'invaso", diceva nostra madre, "ci dà l'acqua pura, acqua che si può bère senza bollirla." Quell'acqua era quindi di una qualità diversa da quella del torrente che scorreva Iungo iI vallone; eppure anche quello aveva origine dall'Invaso. Perché, allora, non aveva ricevuto la grande attenzione dei burocrati che avevano provveduto a eliminare erbacce e terra, pesciolini, trote e anguille prima che l'acqua uscisse dal rubinetto? Forse l'Invaso non era completamente puro? "Oh no", dissero, quando ci informammo. E venimmo a sapere che l'acqua dell'Invaso era stata "trattata". Immaginammo che questo volesse dire che durante la notte uomini in uniforme celeste strisciavano oltre il gruppo dei pini che circondava l'Invaso con i sacchi ir. spalla e ne versavano il contenuto nell'acqua per dissolvere le carogne e prevenire la carie dei denti. Poi, certe volte, c'erano delle notizie sul giornale che mia madre discuteva con i vicini di casa oltre la steccionata sul retro. Alcuni bambini erano annegati nell'Invaso. "Nessun bambino", diceva la vicina di casa, "dovrebbe avvicinarsi all'Invaso". "Ai miei io lo dico sempre di tenersi rigorosamente lontani", rispondeva mia madre. E per tanto tempo abbiamo obbedito agli ordini di mia madre nelle nostre passeggiate preferite lungo il vallone, limitandoci a seguire il tanto bistrattato torrente, non trattato chimicamente, che amavamo e che scorreva.giorno e notte nel le nostre menti con tutte le sue particolarità- i piselli dolci selvatici, color rosa leccalecca, e la menta che crescevano lungo le sponde; il punto esatto dell'acqua in cui si poteva trovare l'ultima pecora morta e il fetore del suo corpo gonfio e della lana che volava, un puzzo sopportabile di carogna che accettavamo con piacevole revulsione e che non suggeriva la rima "uzzi uzzi quanto puzzi" che si riferiva soltanto a quegli esseri umani dall'odore nauseabondo. Sapevamo dove l'acqua era bassa e vi si poteva quindi sguazzar dentro, dove poter fare delle fortezze con i ciottoli; conoscevamo i luoghi profondi e spaventosi in cui le anguille si nascondevano e quelli in cui le erbacce erano aggrovigliate in forme orripilanti; conoscevamo i luoghi da cui si poteva saltare, i massi coperti di muschio con i loro pericoli, limitazioni e vantaggi; i luoghi scintillanti in cui il sole scorreva accanto all'acqua, sui sassi; gli acquitrini creati dal bestiame vagabondo, dove qualche capo restava a volte intrappolato fino alla morte; le nude ossa che segnalavano la sua presenza; le piccole valli con la nuova e rigogliosa vegetazione erbosa lì dove il torrente aveva "cambiato il suo corso" e non scorreva più. "Il ton-ente ha cambiato il suo corso", diceva nostra madre, con un tono che esprimeva terrore e un senso di stranezza, come fosse successa una tragedia. Conoscevamo gli umori del torrente, i livelli del flusso basso, del flusso medio e del flusso alto che tutti sembravano collegare a impedimenti alla sorgente: l'Invaso. Se una mattina l'acqua diventava color argilla e un sacco di bolle viaggiavano su ogni improvvisa e rapida onda che incalzava, ci guardavamo l'un l'altro e commentavamo l'accaduto con la fatalità e la reverenza

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