McCarthy con alcuni collaboratori in uno foto del 1954. "caccia alle streghe" come Quisling lo è stato di "traditore/collaborazionista". La grande intuizione di McCarthy non fu solo quella di capire che i suoi concittadini erano pronti a seguirlo sulla strada del più becero anticomunismo (erano già in molti che lo avevano capito e ne avevano approfittato); fu soprattutto quella di utilizzare la stampa e la televisione come efficace eco e amplificazione delle proprie sempre più assurde accuse e campagne propagandistiche. Fu solo quando la stella del senatore del Wisconsin cominciò a vacillare - per merito di pilastri dell'establishment come l'esercito e il presidente- che la stampa e la televisione dettero il loro immediato e decisivo contributo al crollo di quel mito minaccioso e pericoloso che aveva impaurito e ridotto al silenzio, o alla collaborazione, i democratici e i liberali. McCarthy, che era ignorante ma certo non stupido, nei giorni del suo trionfo riuscì perfino a irridere quella parte dei media che lo aveva attaccato e che continuava a mostrarglisi ostile. Una volta tanto non definì più i giornalisti del campo avverso come criptocomunisti, radical-chic, utili idioti, culturame sovversivo e pericoloso: insinuò che fossero affetti da fobofilia, da amore per il nemico; e che non potessero più vivere, scrivere, pubblicare senza attaccarlo, senza averlo sempre davanti, senza parlare di lui anche quando non c'era nulla da dire. Ognuno può stabilire quanto queste rapide annotazioni di carattere storico possano significare qualcosa anche per ciò che accade oggi in Italia. Certo in forma di farsa, e non in quella tragica del!' America dei primi anni Cinquanta. È un fatto, tuttaITALIA '95 S via, che la "cultura" mediatica italiana, non certo la tecnica e il linguaggio, sembra troppo spesso vicina a quel modello lontano. Berlusconi ha potuto "inventare", riscuotendo consensi, la favola dei comunisti ancora pericolosi e ancora al potere; ma la "costruzione" di Berlusconi come Nemico, e quindi anche come Protagonista, è in gran parte opera, se non in tutto, delle forze che gli si sono opposte. La concezione del nemico sembra aver preso posto definitivamente nella politica italiana, con tutto ciò che si porta dietro in termini di voglia di assoluto, di rivalsa, di spoliazione, di bottino, di giustizialismo, di retroattività. È una concezione che, non avendo più la corazza ideologica dietro cui ripararsi, appare in tutta la sua sconcezza. È una concezione che crea sospetto, inventa traditori, scopre spie, smaschera quinte colonne; e che è il surrogato, per un potere urbano dinamico e postmoderno, di ciò che era il controllo sociale nell'immobile e conservatrice società contadina. È quindi qualcosa di estraneo e nemico della democrazia. Come illuminano tragicamente gli avvenimenti da cui non riusciamo a trarre alcun insegnamento, si chiamino Bosnia o Cecenia, Algeria o Somalia. A volte, nel passato, per mettere in crisi questa concezione e cultura del nemico è stato sufficiente che una parte, in genere quella moralmente più adatta, si ritraesse dal gioco. Costruirsi i nemici ha sempre voluto dire non aver tempo e voglia di individuare e combattere gli ostacoli reali e i nemici veri che, malauguratamente, esistono. Non sarà il caso di porci attenzione anche a costo di perdere, probabilmente solo per poco, parte di quell'audience con cui ormai si misura la democrazia?
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