Linea d'ombra - anno XIII - n. 102 - marzo 1995

Nessuno perciò è tenuto a spogliarsi delle idee a cui è più legato. Ognuno hale sue "fedeltà", le sue sovrastrutture, i suoi pregiudizi; il mondo è pieno di fissati. Il liberalismo politico del resto diffida del paternalismo e non pretende che tutti diventino "laici" o illuministi. Ma quando si parla del destino o della vita di "tutti", quando si discute di cose che riguardano l'intera società, anche le concezioni "comprensive" più "assolutistiche" e più spigolose dovrebbero sottomettersi agli "oneri del giudizio" (pp. 62-65), alla comunicazione democratica e alla ve1ifica pubblica delle proprie tesi. Dal punto di vista strettamente "politico", le fedi religiose, le ideologie, le visioni del mondo non sono necessariamente "false" o "irrazionali". La politica non si interessa della verità. Ma la pretesa "irragionevole" di imporre agli altri tutti gli articoli o tutti i dogmi della propria "fede" tradisce un'ostinazione, una rigidità, una sconcertante mancanza di duttilità e di "sensibilità morale" (p. 59) incompatibili con le esigenze della convivenza e con i principi della democrazia. Kant parlava di "uso pubblico della ragione" e di senso comune. Per quanto riguarda l'ambito del politico, Rawls ragiona in una direzione analoga. In democrazia, la politica è uno spazio "vuoto". Le esigenze della convivenza, il riconoscimento del "fatto del pluralismo", la pratica della tolleranza dovrebbero condurci a immettere nel circuito della comunicazione democratica soltanto alcuni aspetti della nostra personalissima visione del mondo. Solp ciò "che può essere giustificato davanti agli altrt' (p. 65), ha legittimo accesso alla sfera politica e alla discussione "pubblica". Speranza senza ottimismo La dimensione espi icitamente "poi itica" di questa teoria del la "ragionevolezza", del pluralismo e della tolleranza, rappresenta, credo, l'aspetto più innovativo e originale del liberalismo proposto da Rawls. Si osserva spesso (e giustamente) che la "libertà dei moderni" è "negativa" e che il liberalismo trova la sua ispirazione in un ideale borghese di non interferenza, nella "libertà dalla politica" e nel credo dei diritti incomunicabili della privatezza. Cari Schmitt parlava di una tattica generale di "neutralizzazione e spoliticizzazione", ma ovviamente non c'è nessun bisogno di condividere il gergo proto-nazista dell "'amico-nenùco" per iiconoscere che all'interno dell'universo liberal, l'avversione implicita per le prese di posizioni limpide e radicali, una certa spontanea propensione al compromesso, una qualche forma di blanda ipocrisia tendono effettivamente a stemperare i conflitti e le questioni più gravi della democrazia in una sorta di "ideologia" o di culto della moderazione e del "buon senso" 12 • Il liberalismo "politico" di Rawls è molto diverso. Quando circoscrive la koinè etica, il consenso e !'"unità sociale al solo ambito del politico, Rawls non ragiona affatto in direzione dello "stato minimo". Riconoscere i limiti della politica, dire in modo finalmente chiaro cosa la politica non può e non deve fare, non significa che la politica sia meno impmtante, o che ci sia bisogno di "meno" politica. La pratica faticosa della tolleranza, la costruzione di un "cultura" e di un linguaggio comune della democrazia, richiedono anzi una sorprendente intensificazione della politica e una forte immissione di socialità negli stessi assetti protetti e invalicabili della vita privata. La "novità" della proposta di Rawls, la sua irriducibilità al tradizionale "liberalismo dei diritti", probabilmente sta proprio in questo deliberato intento "costruttivo". La "vecchia" tolleranza liberale delegava spesso ai meccanismi spontanei della law of opinion, al confo1mismo repressivo del custom, del buon senso e della consuetudine, al giudizio p1ivato della maggioranza, la sanzione di tutti quei comportamenti eccentric i o diffornù, di tutte quelle convinzioni eterodosse che il potere politico preferiva non affrontare in prima persona. Come diceva Locke, quasi nessuno così "duro e insensibile" da soppo1tare "la costante antipatia e la riprovazione del propri circolo" .13 Così quando la politica non si vuole sporcare le mani con la repressi ne, può sempre lasciare alle inclinazioni spontanee della maggioranza, al perbenismo insinuante e aggressivo degli "I.M.", ai pregiudizi diffusi nella società il compito in effetti abbastanza sgradevole di stabilire le regole del bene e del male e di ripristinare una certa omogeneità "morale" nella società. Il liberalismo di Rawls non accetta più questo singolare e sotterraneo "gioco delle parti", questa ipocrita "divisione del lavoro" tra potere politico e "società civile". Anzi uno dei compiti essenziali della politica nello schema di Rawls mi sembra precisamente quello di privare le diverse "concezioni comprensive" - le fedi, le ideologie, le visioni morali - di ogni "potere" pubblico e di ogni latente funzione repressiva. li potere dovrebbe essere "visibile". Per Rawls il processo di progressiva sottrazione, le mediazioni e il lungo lavoro di auto-limitazione che portano al consenso per intersezione nella sfera politica devono verificarsi "pubbl icamente" alla luce del sole. La prospettiva teorica di Rawls è dunque lontana dall'atmosfera di "neutralizzazione e spoliticizzazione", dalla moderazione programmatica, dal culto mediocre del buon senso tipici di gran parte della cultura liberal. Liberalismo politico è un sorprendente, ma rigorosamente "laico", atto di fede nella politica e nelle sue capacità. Ma questa fiducia nelle potenzialità comunicative dell'agire democratico non ha niente di ingenuo o di rassicurante. Con grande onestà, Rawls riconosce infatti che lo stesso schema del "consenso per intersezione" coffe sempre sul filo di una difficoltà o di un paradosso. La "cultura politica" della democrazia, il consenso "ragionevole" sulle istituzioni e sulle norme fondamentali della società, non sono mai spontanei o garantiti. Anzi la tesi che la politica, che un ambito linùtato, specifico e parziale dell'agire pubblico, possa dirimere autonomamente i conflitti di "valore" tipici del pluralismo e coordinare il comportamento di tutte le altre sfere, di tutti i sistemi e le dimensioni del mondo sociale poggia evidentemente su una base precaria, strutturalmente insicura e reversibile. Rawls è consapevole di questo di lemma: "come è possibile che i valori del l'ambito specifico del politico - i valori di un sottoambito del regno di tutti i valo1i - prevalgano, normalmente, su qualsiasi valore sia in conflitto con essi?" (p. 127) Se c'è un limite liberal, un sospetto di ottimismo, una residua ingenuità nella prospettiva teorica di Rawls, questo probabilmente sta proprio nella risposta troppo tranquiUizzante a una domanda così radicale. Secondo Rawls, i valori del "politico" dovrebbero "normalmente" 1iuscire a prevalere sulla tentazione di "usare il potere statale" per imporre agli altri la nostra dottrina comprensiva perché "sono valori grandissimi, difficilmente superabili" (pp. 127, 151). Esiste una sorta di soglia naturale che l'ilTazionalità, il fanatismo, l'intolleranza non possono varcare indefinitamente. Nel mondo moderno i valori politici governano "l'impianto di base della vita sociale, I' intelaiatw-a stessa della nostra esistenza", e lentamente le istituzioni e le regole di una società ben ordinata determinano p1ima o poi un consenso accettabile e quelle virtù politiche ("la toUeranza, il rispetto reciproco, il senso dell'equità e della convivenza civile", p. 115) che sono davvero essenziali alla democrazia. Ma più che ingenua, questa "risposta" è forse più semplicemente soltanto prematw-a. L'urgenza di "chiudere i I sistema" può

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