VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 59 lacerazioni "filosofiche" generate dai particolarismi riguardano "dichiaratamente le cose più elevate", "l'unica forma di salvezza coincide con la possibilità di individuare al centro del sistema una zona neutrale, un ambito di convivenza e di laicità, una fom1a inedita di "unione sociale", capaci di coordinare efficacemente il moto centripeto delle soggettività e di stabilire nuovi criteri di cooperazione e di reciprocità senza intaccare le differenze e il pluralismo "ragionevole" delle convinzioni. In Liberalismo politico, la teoria della giustizia si limita ormai esclusivamente ali '"ambito del politico" e alle sue istanze. Rawls diffida di ogni retorica delladijférance. Per esistere, perdurare nel tempo, per garantire anche le "generazioni future" e i loro bisogni, una società deve essere in grado di darsi veramente una "cultura" politica comune, un'idea condivisa di giustizia, una base pubblica di giustificazione. Ma una "concezione politica della giustizia" non può superare dialetticamente il "pluralismo" (come accadeva ancora in Una teoria). La cultura politica pubblica della democrazia, è forse più "difficile" ma meno esigente. "In che modo cittadini che restano profondamente divisi per quanto riguarda le loro dottrine religiose, morali e filosofiche possono, ciononostante, mantenere una società democratica stabile e giusta?" (p. 28). La risposta di Rawls evidenzia una coraggiosa fiducia nella ragione e nei principi migliori di conquistare attorno ad un nucleo limitato di regole e di valori politici comuni il "consenso per intersezione" (o per "sovrapposizione") di tutte le tradizioni, di tutte le culture particolari presenti nella società. Come diceva Durrenmatt, "ciò che riguarda tutti non può essere risolta che da tutti". La teoria politica deve individuare le situazioni o le cose che riguardano davvero "tutti" e fare in modo che almeno le circostanze della "vita pubblica" possano essere discusse e decise "indipendentemente dalle dottrine filosofiche e religiose opposte e contrastanti sostenute dai cittadini" (p. 28). Lo scopo "pratico" della giustizia come equità, è quelJo di definire "una concezione politica tale che tutti possano far propri i suoi principi e valori"; una concezione esplicitamente "politica e non metafisica" (p. 28). L' "ambito del politico" e la tolleranza Judith N.Shklar ha desc1itto la presenza di due versioni rivali ma intrecciate di liberalismo. Da Locke a Nozick, la mainstream del pensiero politico moderno ha sempre visto nel liberalismo una concezione dei limiti del potere e una teoria dei diritti individuali. Ma accanto al "liberalismo dei diritti" c'è anche un'altra storia e scorre una vicenda apparentemente minore e clandestina. Seguendo un percorso relativamente in ombra che da Montaigne giunge almeno fino a Kant, la Shklar ha ricostruito in Ordinary Yices il "liberalismo della paura", le coordinate e la genealogia di una teoria politica diversa che "mette la crudeltà al primo posto" e individua nella "paura della paura" il peggiore dei mali, "la minaccia da evitare a tutti i costi". 10 Il tema centrale del liberalismo classico o ufficiale è quello che Nozick chiamerebbe lo "spazio dei diritti", la costruzione ordinata della libertà, la creazione di piccole, personalissime, zone protette di non interferenza in cui ciascuno possa godere in assoluta autonomia dei propri beni, della sua vita, della "proprietà". li liberalismo della paura lavora sullo sfondo oscuro o sul "lato selvaggio" di questo scenario trasparente. La paura "può essere l'inizio e la fine delle istituzioni e dei diritti" (Shklar), e per tenere a freno la crudeltà, per arginare la violenza, per contenere l'arroganza dei pregiudizi, la teoria politica deve sforzarsi incessantemente di immaginare forme possibili di comunicazione e costruire uno spazio pubblico, un terreno comune per vivere 111s1eme.Il tema centrale del liberalismo della paura non riguarda i diritti ma la tolleranza. Nel saggio di Rawls, queste due tradizioni sono entrambe presenti. Lo schema normativo espresso dai "principi di giustizia", rientra abbastanza evidentemente nella tradizione "classica" dei diritti e della libertà. Tuttavia, l'attenzione particolare che Liberalismo politico riserva al conflitto "morale" per le cose "più elevate", l'interesse per i nodi della "stabilità", della coesione e della cultura della democrazia, esprimono un'ansia e un senso di un'inquietudine riconducibili all'altra matrice- minoritaria - del liberalismo. E in effetti la principale novità del libro Rawlsl'idea di "consenso per intersezione" come unica risposta non metafisica ai particolarismi - riporta al centro della teoria politica precisamente il "vecchio" argomento della tolleranza. Liberalismo politico può essere letto nel suo insieme come una "teoria generale della tolleranza". Massimo Cacciari ha osservato recentemente che il concetto di tolleranza è soltanto un "ferrovecchio dell'illuminismo". Esageratamente tranciante e sbrigativo, questo giudizio di Cacciari manifesta forse un disagio anche comprensibile. Come al solito, la strada dell'inferno è lastricata di buone intenzioni e di belle parole e di frasi fatte. E troppo spesso gli appelli generici, gli inviti moralistici, le esortazioni rituali alla tolleranza o alla correctness si rivelano effettivamente così intrisi di ipocrisia, così retorici, così flessuosamente vaghi e ricattatori, da risultare obiettivamente sciocchi e disgustosi. Nel suo saggio, Rawls rifiuta questa tentazione abbastanza corriva di considerare la tolleranza uno "stato d'animo", un sentimento o-popperianamente 11 - unaforma mentis. Secondo Rawls, la tolleranza ha (nuovamente) bisogno di teoria. In questo senso, la tesi chiave di Liberalismo politico è che "il consenso per intersezione" di tutte le dottrine comprensive attorno ad una concezione di giustizia debba limitarsi esclusivamente alJa struttura politica di fondo della società. Per definire lo spazio pubblico, il nucleo di compiuta laicità, da cui si generano n1tte le nostre decisioni collettive "il liberalismo politico applica il p1incipio di tolleranza alla filosofia stessa" (p. 28). Per Rawls, la tolleranza non è un "ferrovecchio". IL "costruttivismo politico" - l'idea che gli assetti fondamentali della nostra convivenza siano il risultato di un processo di scelta e di una consapevole procedura morale - "non usa il concetto di verità né lo nega" (p. 92); ne fa, semplicemente, deliberatamente, a meno. Respingendo simultaneamente l'ideologia della "politica assoluta" e ogni forma di fondamentalismo, Rawls concentra il fulcro della sua proposta in una so1ta di doppio movimento: la politica deve abdicare alle sue pretese "filosofiche" totalizzanti e rinunciare definitivamente a esprimersi in nome della verità; parallelamente, le diverse teorie "comprensive", le singole visioni del mondo contrapposte che costituiscono lo scenario eterogeneo e plurale della modernità, dovrebbero imparare ad auto-limitarsi, a riconoscere il loro raggio d'azione specifico, a non avanzare alcuna pretesa normativa sullo "spazio pubblico" e su quelle scelte collettive che riguardano anche gli altri, le loro convinzioni più intime e profonde, la loro coscienza. La tolleranza non implica che uno rinunci alla sua identità "impolitica", alla sua visione del mondo, alle sue convinzioni morali o religiose, per fondersi con gli altri nell'improbabile "corpo mistico" di una società rigenerata. L'illuminismo di Rawlsè più sobrio e meno ambizioso. La società "giusta" non è né un'associazione privata né una comunità e nel "consenso per intersezione ... ogni cittadino afferma sia una dottrina comprensiva sia la concezione politica centrale" (p. 7).
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