Linea d'ombra - anno XIII - n. 102 - marzo 1995

società giusta i risultati anche antropologici, psicologici e caratteriali della "rivoluzione" determinata dall'adesione di tutti i cittadini ai principi di giustizia e ai criteri cooperativi enucleati consensualmente nella "posizione originaria". Sullo sfondo di istituzioni eque, in un quadro di modelli sociali di coordinamento direttamente ispirati ai due principi di giustizia,4 i cittadini avrebbero acquisito progressivamente il "senso di giustizia", l'idea di "bontà come razionalità", la "moralità associativa" e la serenità d'animo capaci di garantire la durata temporale e l'armonia della società "ben ordinata" creata dal contratto. Nel Contrat Socia!, Rosseau parla del "cambiamento molto notevole" prodotto nell'uomo dal "passaggio dallo stato di natura allo stato civile". L"eistante felice" del contratto detennina una radicale modificazione antropologica: sostituisce la "giustizia all'istinto"; dà alle azioni dell'uomo "la moralità che ad esse prima mancava"; trasforma definitivamente un "animale stupido e limitato" in "un essere intelligente e un uomo". 5 Il Rawls di A Theory of Justice riprende implicitamente lo schema evolutivo di Rousseau. Le acquisizioni psicologiche e morali rese possibili dal contratto "ipotetico" sui principi detenninano anche quei "sentimenti di socialità senza i quali è impossibile essere buon cittadino o suddito fedele", 6 e il fatto che tutti i cittadini si ritrovino a condividere una medesima, totalizzante, "concezione di giustizia", garantisce la stabilità della società giusta. Il modello di "unione sociale", la koinè etica e politica propugn1ti appassionatamente da Una teoria presuppongono l'adesione compatta e "comunitaria" ad un'unica visione del bene, della giustizia e detla vita buona. Liberalismo politico nasce dalla constatazione del fallimento di questa concezione "roussoiana" della stabilità sociale. Nel modello politico di Rousseau c'è una tensione costante e simultaneamente una disastrosa simmetria tra le volontà "individuali" e la "volontà generale". "Unica", "inalienabile" e "indivisibile", il gorgo della volontà generale tende a inghiottire il "pluralismo" radicale delle individualità. In modo simile, in Una teoria, le differenze sociali e culturali, l'incommensurabile pluralità di dottrine filosofiche, di concezioni morali e religiose, la stessa irriducibilità a modelli e a valori comuni delle individualità che definiscono metaforicamente lo "stato di natura" da cui si genera la democrazia, tendono progressivamente ad attenuarsi e a sciogliersi in un consenso etico universale sulla vita buona. In Liberalismo politico, Rawls prende definitivamente le distanze da questa visione pacificata della società. L'idea che "tutti i cittadini" facciano alla fine propria "una dottrina filosofica comprensiva" (p. 5), un'unica visione del bene e della società, è radicalmente "irrealistica" (pp. 5-9) e sbagliata. Una teoria della giustizia sacrificava il pluralismo sul discutibile altare della "stabilità". Il punto di vista di Liberalismo politico è diametralmente opposto. Lo "sforzo di introdurre una nuova famiglia di idee", la sistematica revisione dei capisaldi teorici di A Theory, il forte impulso autocritico che lo caratterizzano scaturiscono precisamente "dall'accettazione del fatto del pluralismo" è da un diverso modo di considerare la questione cruciale della stabilità. Il "regno dei fini" non è di questo mondo, e Rawls intuisce che, nel contesto della modernità, il "pluralismo" resta un elemento permanente del linguaggio politico e morale della democrazia. L'"esistenza di una molteplicità di dottrine comprensive", di visioni del mondo "ragionevoli ma incompatibili"' (p. 6) non è un'ostacolo al costituirsi dell'unità sociale ma un "risultato dell'esercizio della ragione umana", una conseguenza importante e "naturale" (p. 12) della libertà. Ad Amsterdam (come a Sarajevo) vivevano "in perfetta concordia uomini di tutte le nazionalità e di tutte le religioni". Nella società "giusta" o "benordinata" della democrazia, coabitano simmetricamente una "pluralità di concezioni comprensive" radicalmente incompatibili tra loro. Così il cortocircuito della modernità tende a riportare la democrazia molto vicino al suo luogo di origine. "Durante le guerre di religione", gli uomini furono costretti a interrogarsi su come "fosse possibile una società tra persone di fede diversa" (p. 12). Il "problema" del liberalismo politico ricalca questo scenario frammentato: "come è possibile che esista e che duri nel tempo una società stabile e giusta di cittadini liberi e uguali profondamente divisi da dottrine religiose, filosofiche e morali incompatibili, benché ragionevoli? Come è possibile che dottrine comprensive e profondamente contrapposte ... convivano e sostengano tutte la concezione politica di un regime costituzionale?" (pp. 6-7). La consapevolezza di questo nuovo terreno di ricerca segna anche un 'ulteriore, importante, innovazione rispetto alle categorie e al metodo di Una teoria. Rawls elabora un nuovo concetto di conflitto. A Theory of Justice presupponeva ancora un paradigma in senso Iato "utilitaristico". In un mondo dominato dalla "scarsità relativa" delle risorse e dei beni primari, le tensioni e gli scontri più gravi tendevano per lo più a risolversi in una sorta di competizione strategica "per le cose" fissando in termini di benessere e di equità distributiva il conflitto sociale e le sue manifestazioni più significative.L'accettazione del "pluralismo" come trattato saliente della modernità, rende anacronistiche questa idea di lotta per le "cose" e l'ipotesi complementare che il conflitto si possa risolvere in termini prevalentemente economici e distributivi. Hobbesianamente, l'abbondanza non garantisce la pace o la tranquillità. L'inquietudine che rende pe1manentemente instabile la stimmung della "nuova costellazione" moderna (o post-moderna),7 è più profonda e più lacerante. La scoperta forse più straordinaria della modernità è che la "voce della coscienza" parla anche "nei senza legge e nei senza Dio". 8 Ma in un orizzonte privo di canoni morali universali di riferimento, in un clima di radicata "incredulità nei confronti delle metanarrazioni" della scienza e della morale e della filosofia,9 il conflitto abbandona il piano ancora piuttosto rassicurante del le cose (o delle provisions, come direbbe Dahrendorf) e investe direttamente i "valori nobili. "Il liberalismo politico assume che le lotte più accanite siano quelle condotte, dichiaratamente, per le cose più elevate: per la religione, per visioni filosofiche del mondo, per concezioni morali diverse del bene" (p. 24). La lucida percezione di queste nuove modalità conflittuali e l'intuizione della natura "ideale" dei rischi che minacciano la democrazia, spingono Rawls a ripensare in profondità le stesse finalità della filosofia politica e morale. L'intera riflessione di Liberalismo politico si condensa nel tentativo di trovare una soluzione schiettamente "politica" alle emergenze e alle contraddizioni della nostra storia di questi ultimi anni. La possibilità di definire un modello di unità sociale e un criterio di stabilità che tengano conto del "fatto del pluralismo" - della "profondità assoluta di questo inconciliabile conflitto latente" -è in effetti un "problema di giustizia politica" e non riguarda affatto "il sommo bene". Rawls cerca allora di individuare il minimo comun denominatore e gli elementi comuni che consentano di unificare all'interno di una "cultura politica" unitaiia il panorama morale conflittuale e differenziato della modernità. Se il conflitto e le

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