4 ITALIA'95 LACOSTRUZIONEDELNEMICO MarcelloFlores L'idea del nemico è un concetto cruciale della modernità. Numerose sono state le speculazioni filosofiche e le riflessioni politiche e strategiche che si sono avute in proposito e ognuno potrà· attingere dai propri ideologi preferiti la definizione più convincente e utile. E tuttavia nella Grande Guerra, come ha raccontato Paul Fussell nel suo originalissimo saggio che compie oggi vent'anni (La Grande Guerra e la memoria moderna, ed.orig. 1975, trad. ital. Il Mulino, 1984), che si afferma e generalizza questa dicotomizzazione, che diventa un permanente abito mentale dell'età moderna. La contrapposizione tra noi e l'altro si radica nella memoria e nella coscienza dei popoli d'Europa in modo nuovo e diffuso proprio a partire dal 1914. È una contrapposizione che contiene in sé gli elementi del!' alterità e del!' odio, tra loro intrecciati e graduati in una gamma che varia a seconda della geografia, della classe sociale, della cultura, e non sempre in ordine omogeneo e crescente. Il nemico è spesso misterioso, invisibile, impenetrabile; ma può anche diventare estremamente concreto e minaccioso: ma sempre diverso, mostruoso, non umano, impostore. La sua presenza, comunque, è certa e favorisce la nascita di quell'atteggiamento contro che troverà ampia espressione perfino sul piano lessicale. La definizione di sé a partire dalla Grande Guerra privilegerà spesso il momento anti rispetto a un'identificazione positiva, perfino quando essa esiste ed è forte. La concezione del nemico è accompagnata da un'idea binaria della storia e della vita, che si imprime nella coscienza collettiva come una sorta di programma genetico. La sua forza è tale che ne discendono, spesso inavvertitamente e inconsapevolmente, dei corollari su cui non ci si interroga più, ma che si praticano. In questa immaginazione semplificata, naturalmente, trova spazio anche l'identificazione, la.solidarietà, la giustificazione nei riguardi di noi, dei comportamenti nostri e dei nostri amici. Quest'idea del nemico non nasce dalla guerra mondiale, anche se è iì che trova la sua espressione e il concime che la farà crescere: l'odio nazionale, razziale, di classe aveva già abbondantemente alimentato gli spiriti per tutto l'Ottocento. Nel passaggio dalla guerra alla pace, tuttavia, quest'idea si consolida e diversifica, si radicalizza al punto di sollecitare in quasi tutta Europa una guerra civile: strisciante come in Italia e Francia, aperta come in Germania e Ungheria. Ed è una guerra civile che vede spesso contrapposti due popoli, con le vecchie classi dirigenti sullo sfondo in trepidante e cinica attesa. Una ricostruzione postbellica così conflittuale è accompagnata e a sua volta esaspera il carattere ideologico che giustifica e concettualizza lo scontro. L'ideologia è l'abito moderno che indossano ribellioni che hanno ancora tanto in comune, se se ne osservano i comportamenti empirici, con le jacquerie contadine o con i tumulti urbani; ed è un'ideologia che sembra spesso discendere da una mentalità complottarda e cospiratoria che aveva ridotto il "nemico" a un'entità fisica o simbolica di facile individuazione e neutralizzazione. Una volta recepita e introiettata dalle masse, però, l'ideologia non trova più solo alimento dalla realtà ma dalla sua stessa esistenza. Nell'epoca tra le due guerre l'esistenza del nemico e l'ideologia dell' anti si alimentano a vicenda: il fascismo esiste, il comunismo si è affermato, il nazismo ha trionfato non solo nell'immaginazione, nel desiderio e nella paura, ma nella concretezza di paesi ben reali. È il periodo in cui la concezione del nemico trova la sua maggiore giustificazione, anche se quest'ultima produrrà una mutazione profonda pur se poco visibile nelle ideologie dell'inizio del secolo. Con la seconda guerra mondiale si assiste all'identificazione e alla simbiosi tra la percezione della realtà e la realtà stessa, alla sovrapposizione tra il nemico in carne e ossa e l'ideologia del contro, allo sciogliersi apparente dell'ideologia nella cronaca tragica della guerra. Il nemico, tuttavia, non muore con la fine dei tremendi massacri del 1939-45, non viene individuato e quindi dimenticato nei "vinti" di quella tragica esperienza collettiva. Il nemico diventa adesso astratta ideologia, concezione universalistica e finalistica della storia, sotto veste sempre ecomunque di crociata, sia pure con bandiere diverse. Dall'ideologia concretizzata in regimi, uomini, popoli, dittature degli anni Trenta all'astrazione ideologica di un nemico che non si può e non si osa neppure colpire nel timore di morire con esso degli anni della guerra fredda e della paura atomica. Il nemico c'è sempre e sembra sempre più ostile, furbo, malvagio. Il secondo dopoguerra sembra caratterizzato dall'incapacità di spogliarsi dell'odio che era sorto e si era alimentato con la guerra, dalla volontà di procrastinarlo, di aggrapparcisi come àncora di sicurezza, come segno di vitalità. Non è tanto la scarsità dei beni disponibili, la miseria diffusa, a reggere e alimentare questa prosecuzione dell'odio, ché anzi essa provoca sacche non piccole di solidarietà e fratellanza; ma il bisogno del nemico, che l'ideologia è pronta a soddisfare individuandolo con certezza e senza tentennamenti soprattutto dove non c'è. Da cosa nasca questo bisogno, se sia connaturato alla società di massa e alla modernizzazione, se sia un corollario ineliminabile della democrazia e dell'ingresso in essa del popolo si discute e si discuterà ancora. Quel che è certo è che esiste, e che non scompare con la crescita economica, la diffusione del benessere, l'acculturazione di folle prima escluse dal sapere e dall'informazione. Pace e benessere non hanno sconfitto paura e insicurezza neppure nel paese che, dal dopoguerra, domina il mondo. Gli Stati Uniti sembrano pronti più di altri, proprio quando il loro modello può lanciare la sfida per la conquista dell'occidente e poi del mondo intero, a inventarsi nemici, costruirseli, a creare minacce pericolose e inquietanti. Non è forse L'invasione degli ultracorpi uno dei film più tipici e rappresentativi della guerra fredda? Nel corso della guerra fredda gli americani sembrano sopraffatti dalla paura: di essere spiati, di essere traditi, dei comunisti, dei gialli, dei neri, degli omosessuali, degli ebrei. In parte è paura ancestrale, la paura dell'altro tipica, paradossalmente, di una nazione che mescola etnie e culture come nessun'altra. Ma in parte è paura indotta dall'alto, dalle autorità, per ottenere consenso o prevalere sull'avversario interno, per demagogia e strumentalizzazione, per imporre un'omogeneizzazione sociale e culturale al livello più basso. Chi spinge il dibattito sulla strada della volgarità, dell'ignoranza, della menzogna, sa per certo che in tal modo costringerà gli avversari a ribattere, accettando così il terreno voluto. Un maestro di questo comportamento fu il senatore McCarthy, che dette nome a un intero lustro e che è rimasto sinonimo di
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