Linea d'ombra - anno XIII - n. 102 - marzo 1995

:VEDEREL,EGGEREA,SCOLTARE 57 AMSTERDAM-SARAJEVO TOLLERANEZADEMOCRAZIA INJOHNRAWLS VittorioGiacopini Il racconto delle due città Grazie a Dio, sono ateo Luis Buiiuel Non è poi così vero che i Paesi Bassi siano un posto "piatto", grigio o deprimente. Nel Trattato teologico-politico, Spinoza fa un elogio molto sincero della città di Amsterdam. 1 Spinoza non era una persona ipocrita. Se "il vero fine dello Stato è la libertà", dovremmo liberare ciascuno dal "timore", garantire la pace e la "sicurezza" e permettere davvero a tutti la libertà di "parola" e di "giudizio". Ma è mai esistito un luogo in cui uomini con opinioni "diverse e contrastanti" siano riusciti a "convivere pacificamente"? La risposta di Spinoza è affermativa: gli esempi non mancano e non c'è neppure bisogno di "andare troppo lontano per trovarli: ne offre uno la città di Amsterdam". Amsterdam diventa così agli occhi di Spinoza un paradigma della filosofia politica e un sogno realizzato. "In questa floridissima repubblica ... convivono in perfetta concordia uomini cli tutte le nazionalità e cli tutte le relis.ioni". E abbastanza grottesco osservare che tra le cupe, estraniate città del nostro tempo quella forse più vicina allo straordinario esempio della tranquilla, tollerante, pacifica Amsterdam del seicento sia molto stranamente Sarajevo. Ne li 'Europa delle guerre di religione e dell' "odio teologico", Amsterdam era l'emblema della tolleranza e di una fragile ma tenace speranza di pace. Alle porte dei Balcani, Sarajevo ha rappresentato - ancora fino a ieri - un sorprendente esempio di rispetto reciproco, di fiducia e di buona e sensata convivenza. Sembra incredibile, e forse è proprio vero che la storia si ripete ma non insegna niente. Le immagini a cui ormai ci siamo abituati- le macerie della biblioteca moresca, i tram colorati sfigurati dalle fucilate dei cecchini, i rottami e i detriti del ponte di Mostar- sono pesantemente reali ma in parte fuorvianti. La Bosnia non era precisamente l'oriente sanguinario. A Sarajevo abitavano "uomini cli tutte le nazionalità e clitutte le religioni"; vivevano in pace e in armonia. Ma le basi di quell' equilibrio erano evidentemente più deboli e precarie di quanto non si potesse immaginare. Così sono riemerse tensioni latenti e spinte distruttive. E forse la guerra- il "caso d'emergenza" -è quasi il minore dei mali, il meno persistente. La guerra, ovviamente, sospende la pace. Ma l'intolleranza, il fanatismo, I~ crudeltà, il nazionalismo irragionevole e aggressivo, hanno effetti molto più devastanti e durevoli delle distruzioni. I conflitti "morali" che portano alla guerra lacerano in profondità la trama del tessuto civile, le ragioni e le modalità della convivenza. Rendono letteralmente incredibile la "cultura" della democrazia. Per quanto ci riguarda, temo che la lezione di Sarajevo sia inseparabile dal ricordo di "Amsterdam", da questo sgradevole "racconto delle due città". Come succede sempre, la favola parla anche per noi. Amsterdam e Sarajevo rappresentano due poli estremi della cultura della democrazia; due zone inconciliabili della modernità. Eppure i valori, le tensioni, i modelli antropologici e politici diametralmente opposti che questa "azione parallela" riassume in modo tanto drammatico e brutale non sono poi così distanti tra loro come in fondo sarebbe anche legittimo sperare. Sarajevo oggi "significa" questo. Nel momento del suo trionfo, la democrazia è costretta di nuovo a misurarsi con un sostrato di passioni, di pregiudizi, di pulsioni ciecamente violente e distruttive che l'intera vicenda politica del mondo moderno autorizzava a ritenere almeno in larga misura superate. Il nemico non viene da fuori, questa volta. I nazionalismi "paranoici", l'integralismo, l'odio razziale, i conflitti etnici, la retorica delle radici e dell'identità che si riaffacciano anche in questo nostro, angusto, angolo di mondo intrattengono un rapporto intero abbastanza sottile e complicato con le categorie e con gli ideali della democrazia. Così si manifesta un paradosso, una sorta di "cortocircuito" o di contrazione della modernità. L'incidenza dei particolarismi riconduce la nostra democrazia matura e "universale" a ripensare in modo radicale le sue stesse premesse pratiche e teoriche. Come nell'Europa delle guerre di religione e della riforma, dobbiamo tornare a interrogarci sulla possibilità della convivenza, sulla tolleranza, sul valore e sui rischi delle differenze. Stranamente, i confusi scenari di questa fine secolo presentano una sorprendente affinità con l'orizzonte politico della prima età moderna. Democrazia, pluralismo e stabilità I nodi del pluralismo e della tolleranza, la definizione consensuale di una "base pubblica e ragionevole" di giustificazione degli assetti della convivenza, i rapporti tra morale e politica e la possibilità di costruire una "cultura della democrazia" capace di sostenere la micidiale sfida dei particolarismi rappresentano il vero fulcro teorico di Liberalismo politico di John Rawls (Ed. di Comunità, 1994, pp. 382, lire 45.000). Liberalismo politico riprende, ma corregge e modifica molto sensibilmente, le tesi neocontrattualiste di Una teoria cligiustizia. 2 A Theory of Justice era un testo coraggiosamente ottimista e "visionario". Venti anni dopo, l'ottimismo di Rawls si è in parte attenuato e l'incessante lavoro di auto-revisione teorica che si concentra nelle dense pagine di Liberalismo politico esprime una forte inquietudine sulle sorti della "società normativa della democrazia" (S. Veca), certe questioni limite, certi temi estremi e di confine tornano - inaspettatamente - centrali e decisivi. Per comprendere sino in fondo la novità e il significato di un testo complesso come Liberalismo politico è in effetti estremamente utile e importante cogliere questi momenti di frattura, gli elementi di discontinuità e di tensione con l'opera maggiore e senz'altro più celebre di Rawls. Una teoria della giustizia si chiudeva con una sorprendente descrizione del "regno dei fini". Dopo aver illustrato diffusamente la proposta di "una concezione della giustizia che generalizza e porta ad un più alto livello di astrazione la nota teoria del contratto sociale"3 (i principi e le regole della giustizia sociale, la struttura istituzionale, le conseguenze economiche e giuridiche di una riforma in senso egualitario e liberale della società), Rawls dedicava tutta la terza parte del suo scritto ("Fini") ai temi schiettamente "filosofici" e morali della bontà, del senso di giustizia, della felicità. Il finale "filosofico" del libro anticipava così, con toni scopertamente- e consapevolmente- "utopici", eventuali accuse di utopismo. "Fini" proiettava nel futuro della

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