Linea d'ombra - anno XIII - n. 102 - marzo 1995

Sitakant Mahapatra SULLA STRADA DI MATHURA ••• a curadi IleanaCitaristi Sitakant Mahapatra è nato nel 1937 in Orissa, stato centroorientale dell'India. Ha pubblicato, oltre a numerosi saggi e traduzioni, una dozzina di volumi di poesia in oriya, la lingua indo-ariana del suo Paese natale. Mahapatra ha ricevuto numerosi riconoscimenti per la sua opera poetica, tra cui, nel I 994, lo Jnanpith Award, che è probabilmente il massimo premio letterario indiano. La sua poesia è stata autorevolmente lodata per la sua capacità di fondere gli stilemi e i temi della lirica tradizionale oriya con i modi della poesia modernista, di Eliot in particolare, di Ezra Pound e di Wallace Stevens. Nelle due brevi liriche che qui pubblichiamo in traduzione italiana è però soprattutto presente il patrimonio tradizionale della cultura indiana a cui Mahapatra appartiene. Una poesia per Kubuja Per molti anni, sulla strada di Mathura, sono rimasta a fissare con sguardo assente, un cielo senza nuvole, crudele, silenzioso e vuoto, afflitta da acute fitte di dolore, ascoltando, durante i grigi autunni e primavere, le patetiche note di foglie cadenti, sotto un cielo annacquato e senza colore, con la fragranza del "bakula" persa in un mare di polvere, attraverso una piccola apertura della mia mente ormai raggrinzitae stanca, ho osservato il passaggio degli anni, dei mesi, dei giorni e degli attimi in una rotazione continua, aspettando di veder apparire sull'orizzonte dell'animo, le nuvole cariche di pioggia preannunciate dai cupi tuoni del l'estate. Soddisfatto per gli aromi che gli procuro, il re Kamsa mi ha donato, tra le molte cose, tre interi villaggi; con i cesti sotto le ascelle giro per le strade di Mathura e offro i miei ungenti e profumi ogni giorno alla presenza del re, sono una sua serva io, ho applicato abbastanza unguento al suo corpo, sono sola, non ho né marito né figli, non ci sono modulazioni o onde sulle acque della mia esistenza nessuno ha voluto sposare questo mio corpo sfigurato la mia vita è come una futile impronta sulle sabbie di un deserto sono una serva del re Kamsa io. Non ci sono profumi per me, né colori, né suoni, ogni cosa è sbiadita, insipida e spenta pervasa di silenzio e monotonia. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, secolo dopo secolo, ho offerto i miei servizi al perfido demone e per questo, il mio corpo, la mia mente, il mio animo soffrono di un dolore soffocante, nel campo vuoto e bruciato, l'erba è immobile, non c'è ombra di nuvola, in questo inferno di Mathura, pervaso di un odore putrefatto, ogni abitante è in preda alle torture delle fiamme. In questo mio stato d'animo l'intero pianeta mi appare dannato e turbolento in Mathura non c'è vita, ogni cosa è morta, il mio corpo distorto da tre gobbe, è indecente ogni abitante è dannato i corpi spalmati di unguento profumato non sono che cadaveri resi insensibili dal tocco freddo della morte. Nelle mie cellule, attraverso le mie vene e i miei nervi soltanto il suono della frustrazione vibra senza sosta, tutte le esistenze ferite, i sogni distorti delle mie innumerevoli reincarnazioni, hanno lasciato impronte avvelenate sul mio corpo e animo, e tutte le speranze e aspirazioni di infinite generazioni precedenti, sono morte una dopo l'altra. Oggi raccolgo il frutto di tutto il mio passato di tutte quelle nuvole sterili, di quella polvere senza vita, di questa terra inerte come un vitello morto! Tu che sai leggere le mie emozioni più profonde, oggi mi hai chiesto una goccia di balsamo! Oggi questo balsamo ritorna alla sua fonte originaria, a colui da cui è scaturito, proprio a voi due fratelli a cui non deve essere certo difficile ottenerlo!! Oggi di sicuro il calore bruciante di questo campo arso si è mitigato all'ombra di questa amata nuvola carica di pioggia seppure nata serva e gobba sin dalla nascita oggi il mio animo, ricolmo di gioia è rifiorito come un fiore di "kadamba". Al tocco della sua bacchetta magica il suono funebre delle ossa è diventato una canzone la vecchiaia è scomparsa i sogni infranti si sono ricomposti l'animo sgualcito e rattoppato come un vecchio vestito

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