Linea d'ombra - anno XIII - n. 102 - marzo 1995

. . ~ . VEDER~/~EG~ERE,ASCOLTARE 49 saggezza, ha saputo stabilire con quella natura generosa, assecondandola e trovando nei miti e nelle credenze religiose un corrispettivo, una ricorrenza, un parallelo, che la congiunge al mondo fantastico della spiritualità. La vita tradizionale è però anche fatta di diffidente inerzia, di vecchie abitudini, di ostinati pregiudizi: contro di essi deve inevitabilmente scontrarsi la predicazione del giovane Moorthy. Ma è uno scontro che, gandhianamente, egli vuole non violento, che oppone alla brutalità altrui la sopportazione e l'amore per il nemico: è una scelta difficilissima, psicologicamente e fisicamente. Soprattutto per le donne (solitamente custodi della tradizione e qui invece principali agenti del cambiamento), che tuttavia, vincendo il terrore che già la sola idea della violenza che dovranno subire incute loro, affrontano con trepido coraggio le azioni non violente promosse da Moorthy, i sit-in, le marce, le forme di disobbedienza civile. A esse si oppone la forza bruta del potere, che fa scheggiare le pagine di Kanthapura di urla, di gemiti, di lamenti, dei colpi delle bastonate, dei calci e infine degli spari contro i dimostranti inermi. Ma non era stato poi così difficile, in fondo, sospingere gli abitanti del villaggio ad opporsi ai dominatori inglesi e ai loro alleati. Più difficile da accettare, perché si scontrava con uno dei cardini socio-religiosi del mondo induista, era stata la predicazione (e la pratica) che rifiutava l'isolamento dei Paria, la casta degli intoccabili. L'opposizione, in particolare della casta superiore dei brahmini, era stata così determinata, così efficace da indurre la madre di Moorthy a lasciarsi morire, incapace di sopportare un comportamento che così intollerabilmente sconvolgeva la visione del mondo di cui era parte. Le vicende, dice Rao nella prefazione, sono raccontate come se appartenessero a una sthala purana, un'antica storia leggendaria. E tuttavia, poiché la narratrice, una donna anziana che presenta gli avvenimenti del presente in cui è attivamente coinvolta, non può avere la distanza rispetto al materiale narrato propria del modello puranico, i toni sono piuttosto quelli dell' Harikatha, con le digressioni, i riferimenti agli aspetti religiosi e folklorici, le parentesi "confidenziali" che caratterizzano questo genere eminentemente orale. Anche in esso c'è però il modo di trasfigurare i I presente sovrapponendolo al passato e di conferirgli connotati epici: i I racconto della realtà contemporanea assume i contorni di un'antica leggenda. Attraverso la sua narratrice Rao propone dunque una vicenda sull'India dell'oggi raccontata in una forma dell'India di sempre. E la loquacità fluviale, il piglio orale della narrazione della vecchia Achakka, gli consente di immergere il racconto nei mille sapori, nelle mille luci, nelle tradizioni e nei miti del mondo indiano. In questo pregio sta anche il limite del romanzo, che a volte annega la vicenda nel contesto che lo circonda; e poiché questo non è un racconto conradiano in cui il senso si trova non nel nocciolo ma in ciò che gli sta intorno, ne discende a tratti un'impressione di dispersione e di debolezza narrativa. E tuttavia il rilievo del contesto risponde a una scelta di fondo da parte di Rao, che, usando la lingua inglese, e rivolgendosi quindi anche e soprattutto a lettori non indiani, vuole preservare, con lo sfondo culturale e antropologico, i modi narrativi e i modi linguistici propri del suo mondo indiano. La scelta dell'inglese è giustificata da Raja Rao in un brano della prefazione divenuto poi una specie di manifesto: "Noi tutti siamo per istinto bilingui, molti di noi scrivono nella propria lingua e in inglese. Non possiamo tuttavia scrivere come gli inglesi. Non dobbiamo. Ma non possiamo neppure scrivere solo come indiani. Siamo stati abituati a considerare la vasta distesa del mondo come parte di noi stessi". La lingua inglese è sì la lingua dei dominatori coloniali, ma è anche la lingua che fa parte del suo "corredo intellettuale, come prima lo erano stati il sanscrito e il persiano". Ed essa potrà essere trasformata e adattata in modo da rivelarsi un giorno "altrettanto autonoma e ricca di sfumature personali quanto l'irlandese e l'americano". In Kanthapura Rao traduce così frasi, espressioni e modi di dire indiani dalla sua bngua madre, il Kannada, direttamente in inglese; e numerosissimi sono i vocaboli che lascia in originale. In realtà sono soprattutto il ritmo della lingua locale e le sue strutture sintattiche che hanno modificato l'inglese degli scrittori dei Caraibi e dei Paesi africani: tra gli scrittori indiani questo è stato meno vero. Anche perché i maggiori tra loro hanno preferito appropriarsi dell'inglese in tutta la sua ricchezza linguistica per rivoltarlo contro l'antica dominazione. Nota L'uso di molti vocaboli indiani e i numerosi riferimenti a personaggi, divinità, miti e costumi dell'India suggerì a Rao la necessità di un'ampia appendice di "Note". Tuttavia, nonostante la loro notevole mole, in parecchi casi il curatore ha ritenuto opportuno integrarle con ulteriori informazioni (dettate da vero amore per il mondo indiano e da indubbia competenza), che portano l'appendice ali 'inusitata ampiezza di circa sessanta pagine. Leggi? la Rivisteria Librinovità • riviste • video Ogni mese tutte le novità di libri, riviste, video e tutto ciò che si dice sui libri. Richiedeteci una copia saggio: nomee cognome ___________ _ indirizzo e numero __________ _ città __________ CAP --- professione _____________ _ La Rivisteria - Via verona, 9 - 20135 Milano tel. 02/58301054 - fax 02/58320473

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