Linea d'ombra - anno XIII - n. 102 - marzo 1995

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 45 perto a sue spese, l'amore non esisteva, al massimo la compasvsione.Doveva essere stato un matrimonio ben poco felice, se Salamov arrivò a suddividerne la discendenza in due gruppi: i figli in cui si era incarnata la brutale forza paterna, e quelli, fra cui includeva se stesso, e che erano chiamati a fare da vittime e giudici a un tempo, in cui avevano prevalso i geni materni. Varlam incolpava il padre anche di avergli rovinato le orecchie e il naso con cure mediche incompetenti, procurandogli un raffreddore cronico in virtù del quale lo aveva poi bollato con il crudele soprannome di "moccioso", per via della goccia cronica. Non solo: questo padre sedicente medico e sciamano rifiutava di accorgersi che il figlio era affetto dalla malattia di Ménière, soffriva di vertigini, aveva un occhio presbite e l'altro miope, ragion per cui gli era impossibile prendere la mira e sparare. In ogni caso, Varlam non aveva nessuna intenzione di assecondare suo padre nella passione per la caccia: non avrebbe mai ucciso nessun animale: "Eravamo una famiglia di cacciatori. Io ero il merlo bianco [...] Il mio rifiuto ostinato di uccidere: ecco in cosa è consistito il vero conflitto con mio padre. Per la sua forza morale e spirituale, questorifiuto era una sfida alla sua ambizione di sottomettere ogni volontà umana: mio padre si distolse da me, allargò le braccia. Era troppo adirato di vedere che non andavo a caccia di nidi, che non uccidevo gli scoiattoli e nemmeno gli uccelli con la fionda". Rifiuto che, all'età di sei anni, si accompagna alla perdita della fede in Dio: "Nel mio cristianesimo infantile, gli animali venivano prima degli uomini". La precocità del figlio rendeva sospettoso il padre, che non sopportava di vederlo leggere a so(j tre anni, e poi divorare libri di cui non approvava perché non ne vedeva l'utilità immediata: a cosa potevano servire Les exploits de Rocambole, le storie di Alexandre Dumas o di Conan Doyle? Quando compì cinque anni, gli regalò un grosso quaderno rilegato con su scritto, in lettere dorate: Diario di Varlam Salamov. Poi gli fece un discorsetto di questo tenore: d'ora in avanti sarebbe stato suo compito redigere la cronaca dei successi familiari. Varlam non fece nulla del genere, e non tenne mai un diario. Tichon Salamov non fumava e non beveva, ed era figlio di una donna che aveva lasciato morire di freddo, davanti alla porta sprangata, il marito colpevole di essere tornato a casa ubriaco. Varlam non prese mai il vizio di bere, però fumò a otto anni la prima sigaretta, mentre sua madre, timorosa del marito, fumò solo nel suo ultimo anno di vita, il 1935, che fu anche il primo di vedovanza. Con la rivoluzione di febbraio del 1917, Tichon Salamov si schierò con la sinistra, per la ragione che, come osserva maliziosamente il figlio, vedeva fin troppo chiaramente i lati deboli dei cadetti liberali. Intanto il suo precoce bambino, dieci anni di età, si entusiasmava per i Socialisti Rivoluzionari, i grandi sconfitti dell'Ottobre. Conosceva a memoria brani interi di Il Cavaliere pallido di Savinkov, era assetato d'eroismo, impaziente di sentirsi contro la pressione dello Stato e resisterle. Ma, non potendo ancora liberarsi della tutela paterna, aveva l'impressione che la vita gli passasse accanto mentre lui, come Don Carlos, rimane fatalmente in ritardo sugli eventi. Nel 1918 suo padre, già gravemente malato di un glaucoma che lo costringerà a quattordici anni di dolorosissima cecità, fu licenziato da pope, e poi, in quanto ex pope, anche dal lavoro di commesso di libreria. Seduto nella sua poltrona mentre la famjglia piombava nell'indigenza, rifiutava l'unico sollievo possibile al tempo, il taglio del nervo ottico, perché, da positivista incallito, fantasticava che proprio suo figlio avrebbe scoperto un giorno una cura per il glaucoma. Salamov pare provare pena e rabbia per quell'uomo che rifiutava di capire cosa gli succedeva intorno, afflitto da una cecità quasi più spirituale che fisica, la cecità dell'Ottocento di fronte al baratro che si sarebbe spalancato nel secolo successivo. Antigone suo malgrado, accompagnava il padre cieco ai dibattiti pubblici, alle conferenze di Vvedenskij, l'ecclesiastico modernista che combatteva perché si tornasse alla purezza e alla semplicità della chiesa apostolica, le liturgie venissero celebrate in volgare russo e non in antico slavo ecclesiastico, i popi potessero risposarsi, e il clero secolare, tradizionalmente subordinato al clero monastico, ottenesse un'influenza maggiore nella vita delle Chiesa. Vvedenskij aveva molta stima di Tichon Salamov, dei suoi interventi ai dibattiti pubblici. Quando suo padre prendeva la parola, Varlam si premurava di correggere la sua posizione, per evitare che si sbracciasse rivolto alla parete anziché al pubblico che non poteva vedere. Intanto tutto andava perduto: i mobili in luminosa betulla di Carelia venivano portati via da contadini di una cupidigia efferata, in casa loro venivano a vivere estranei, fra cui un uomo che ogni mattina buttava fuori di casa la moglie per poi riempirla di botte in strada. Il piccolo Varlam assisteva alla scena col cuore che gli batteva all'impazzata, intanto sentiva sul collo il fiato caldo di sua madre che gli diceva: "Non vorrei mai vederti diventare così, crescendo" al che lui le rispondeva "Ma io non sono così, mamma". Nell'epoca buia del comunismo di guerra Vologda si trovò in balia dell'efferato Kedrov, poi ucciso dal non meno efferato Beria che gli spezzò la spina dorsale con un bastone di ferro. Kedrov si accaniva contro la famiglia del pope modernista di Vologda: nel periodo in cui questi era in preda a una polmonjte gravissima, gli infliggeva due perquisizioni ogni notte. In tutto questo Tichon Salamov continuava a non volere capire: diceva che erano solo sciocchezze. "Ahimé, non era così. La Russia autentica emergeva alla luce del giorno con tutta la sua malvagità, la sua cupidigia, il suo odio per tutto quanto non fosse livellato. Forze oscure si erano levate in tempesta e non potevano né calmarsi né venire rasserenate. La cosa più grave era che queste forze oscure esistevano, confermavano di essere eterne anche quando si nascondevano e si mascheravano fino alla esplosione successiva: guerra o terrore". Le penose incomprensioni col padre vennero meno quando, nel 1923, Salamov si trasferì a Mosca. Nel 1926 si iscrisse alla facoltà di diritto dove, come ricorda, trovò compagni con cui credette "di potere né più né meno cambiare il mondo". Mentre era soltanto una tappa del percorso che, con l'arresto, lo avrebbe portato alla Kolyma e da lì alla creazione, fianco a fianco con scrittori di cui non poteva udire la voce, della terribile nuova letteratura del nostro secolo. l) R. Kapuscinski, fmperium, Feltrinelli, Milano, 1994, p. 171. 2) Citato in G.Herling, Diario serino di notte, Feltrinelli, Milano, 1992, p. 62. 3) G. Herling, op. cit., p. I I 5. 4) R. Kapuscinski, op. cit., p. 183.

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