L'INFERNODI KOLYMA VARLAMSALAMOVTESTIMONEPOETA Pia Pera Forse non vedremo mai in traduzio!}e italiana i tre volumi completi di I Racconti della Kolyma di Salamov, appena usciti da Adelphi (pp. 631, Lire 58.000) in quella che, dopo le edizioni di Savelli, Sellerio e di Theoria, resta comunque la scelta più ampia. La Kolyma, così chiamata dal fiume che vi scorre, è la regione nord-orientale della Siberia. Kapusciriski la descrive così «Zona dei grandi geli, dei deserti bianchi, dell 'oscurità perpetua: una terra vuota, sterile, quasi spopolata, anticamente visitata solo dalle piccole tribù nomadi dei cukci, degli evenki, degli jakuti» . Nazareno Scarioli, un operaio antifascista di Genzano emigrato in Russia, e arrestato nel '37 insieme ad altri seicento italiani, vi trascorse 13 anni: "Alla fine pesavo trentasei chili ... Mandavo una lettera dopo l'altra a Togliatti che abitava a Mosca, all'albergo Lux, insie~ne agli altri caporioni del Comintern. lo lo conoscevo, a volte facevo una capatina al Club internazionale in via Tverskaja. Gli ho scritt'6 tante volte: Non ho fatto niente di male. Non mi ha mai risposto ... E Robotti, il cognato di Togliatti, sapeva e non diceva nulla, finché fu arrestato anche lui. A Kolyma giacciono due compagni: lo scultore. Specchi e Riccardo Papa. Si possono ancora ritrovare, a Kolyma)utto congela" 1 • Nella Kolyma Varlam Salamov (1907-1982) ha trascorso quasi due decenni, a partire dal secondo arresto nell'anno del Grande Terrore, il 1937, per avere pubblicato il cosiddetto testamento di Lenin, fatto questo per cui aveva già scontato una condanna dal 1929 al 1931, e anche con l'accusa, infondata, di trockismo. Quelli della Kolyma, con le loro spaventose miniere d'oro, erano i ca~pi più duri, l'ultimo cerchio del Gulag, al dire di Solzenicyn. Salamov ne uscì solo nel 1951, ma, privo del permesso di tornare a Mosca, dove aveva una moglie e una figlia, vi restò in esilio. Da lì, nel 1952, spedì due suoi quaderni di poesie a Pasternak che rispose esortando il poeta esiliato, gi diciassette anni più giovane, a liberarsi della sua influenza. Salamov replicò che non di influenza si trattava, ma di condivisione di idee, comunanza di ideali, puntualizzava poi di non volere "confronti fra artisti", nel rifiuto della "nozione di gerarchia. Per quanto impressionante, la forza di un altro poeta non potrà mai ridurmi al silenzio". Pasternak gli fece allora leggere Il Dottor Zivago in dattiloscritto, Salamov se ne disse entusiasta, ma spiegò anche di sentirsi più portato alla forma del racconto che non al romanzo, che lo faceva pensare a una "spedizione alla conquista dell'Everest". Correggeva inoltre, in una lettera del gennaio 1956, le vaghe nozioni pasternakiane sui campi: "La vostra descrizione dei lager non è veridica", scriveva per poi spiegargli diffusamente la loro vera natura e concludere che l'aspetto essenziale della realtà concentrazionaria risiede "nella corruzione della mente e del cuore, quando giorno dopo giorno l'immensa maggioranza delle persone capisce sempre più chiaramente che in fin dei conti si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore né senso del dovere. Tutto viene a nudo, e l'ultimo denudamento è tremendo. La mente sconvolta, già intaccata dalla follia, si aggrappa ali' idea di "salvare la vita" grazie al geniale sistema di ricompense e sanzioni che le viene proposto". E aggiungeva: "Non c'è nulla al mondo di più vergognoso della volontà di dimenticare questi crimini. Perdonatemi se vi parlo di cose così tristi, ma vorrei che aveste un'idea più o meno corretta di questo fenomeno capitale e singolare che ha fatto la gloria di quasi vent'anni di piani quinquennali e dei grandi cantieri che vengono definiti audaci realizzazioni. Perché non c'è una sola costruzione importante che sia stata portata a termine senza detenuti, persone la cui vita non è che una catena ininterrotta di umiliazioni. La nostra epoca è riuscita a far sì che l'uomo si dimenticasse di essere umano". Dalla corrispondenza, recentemente pubblicata dalla Rosellina Archinto, non trapela se Pasternak conoscesse i racconti che Salamov andava allora scrivendo. Ma è innegabile il rapporto, nelle lettere a Pasternak, fra le riflessioni sulla rima poeJica e la più profonda ispirazione dei racconti della Kolyma. Salamov vedeva nella rima uno strumento di ricerca, una guida per il poeta nel labirinto di verità connesse attraverso le imprevedibili assonanze del materiale sonoro. Il processo della creazione "è un processo di eliminazione e non di scoperta, perché il poeta non cerca nulla: l'universo intero sorvola il suo spirito e lo attraversa alla velocità della luce. li poeta non fa altro che respingere, eliminare guanto è inutile. La rima gli permette di attirare il mondo nel suo campo gravitazionale e operare una scelta". Considerazioni analoghe si ritrovano in Cheny-Brandy, il racconto sulla morte di Mandel'stam, in cui Salamov ricostruisce i pensieri del poeta morente, steso su un pancaccio, derubato del suo ultimo pezzo di pane, inerte cassa di risonanza di una vita che fugge per continuare a lambirlo a ondate intermittenti: in questo andare e venire la vita rivela sempre più la sua identità sostanziale con l'ispirazione e il poeta comprende come suo compito non sia creare, ma scegliere. I materiali di costruzione di questi racconti sono quelli classici della letteratura concentrazionaria: uno scenario di condizioni di vita intollerabili, abusi inconcepibili, condizioni di lavoro difficili a credersi, una umanità di detenuti di ogni provenienza sociale e ideologica, ridotti al livello minimo di animalità, a una sopravvivenza trascinata a suon di tradimenti soprusi e delazioni. Come ha osservato Gustaw Herling "Nel suo quadro dell'inferno di Kolyma, Salamov non va mai al di là di una relazione breve e secca, quasi incolore, sulle mostruosità di quel fondo dell'esistenza umana, resistendo alla tentazione di adattare lo stile e la lingua alla crudeltà dei fatti descritti. Usa una lingua convenzionale, obiettiva, tipica di un cronista o di chi scrive un rapporto, piuttosto che di un narratore. Evita le esclamazioni e la gonfiatura drammatica delle parole, anche là dove l'argomento stesso della descrizione sembra richiederlo. Racconta con voce equilibrata e pacata, come leggermente smorzata, con una sfumatura di triste riflessione. Tn poche parole, avverto in lui una paura istintiva e consapevole, di fronte alle insidie della letteratura 'brutale', impressionante, e una volontà di restare fedele alla sua memoria 2 ". In tanta economia di mezzi, traspare più pura e più grande l'energia di uno scrittore che ha saputo servirsi del lager come di un laboratorio personale, e nell'interrogarsi su quella realtà ha
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