""'- - "' VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 33 contadini indios analfabeti, pagando così la sua "diversità" con la morte. A ben 1iflettere, il contrasto con Fide!, forse, è centrato su due modi diversi di intendere la politica. Che Guevara aveva costruito la sua vita e la sua figura su valori innocenti, "privati", che rinviano al cuore; al contrario, Fide!, uomo di stato, costruì la sua immagine su valmi pubblici, mentali e colpevoli. Se sommiamo gli aspetti profondi della personalità del Che, amicizia, sangue, scrittura, capacità di parlare alle masse, idealismo, coerenza con le proprie idee fino alla morte, senso degli affetti, sconfitte politiche e militari, emerge la figura di uno scudiero del ventesimo secolo, sempre in groppa al suo Ronzinante, che ha una visione della vita vista come erranza, senza radici, se non quelle dell'onore, dell'ideale della giustizia, della vita intesa come lotta contro ogni oppressione, I' azione come forma di poesia. Questo mito straordinario ebbe inizio con due foto. E come spesso accade con i grandi destini dell'uomo, tutto cominciò per caso, anzi fu il rigore del caso a determinare il successo delle foto. La prima fu scattata da Alberto Korda, il 5 marzo del 1960, la seconda il 9 ottobre 1967, nella scuola di Higueras da un militare boliviano. Quest'ultima è costruita - secondo Adriano Sofri - "come una sacra deposizione". Perché poi queste due foto siano diventate mitiche non dipese solo da lui, ma dall'incontro fra il suo pensiero, l'industria culturale che le diffus_ee le masse giovanili degli anni Settanta che le portarono nelle piazze di tutto il mondo. Così diventarono, mito, racconto di quegli anni. Alberto Korda, fotografo di moda e di pubblicità, ricordava che la foto con il basco e la stella, nemmeno messa bene a fuoco, fu fatta in occasione di' una manifestazione di condanna per un sabotaggio alla nave La Coubre carica di armi comprate dalla rivoluzione cubana. Il Che, dopo aver fatto il corteo in prima fila, salì sul palco per qualche secondo, "avanzava guardando l'orizzonte, si fermò ai bordi del palco, guardò la folla e scomparve". Korda ebbe il tempo di fare solo due scatti. Il resto del rullino ritrae Fidel che parla, Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, altre autorità. La foto restò in un cassetto fino al '68, quando l'editore Feltrinelli la mise come copertina del Diario del Che in Bolivia, pubblicato dopo la morte. Alla fine degli anni Ottanta l'immaginario urbano ha partorito altri due guerrieri sconfitti: Zapata e Geronimo. Rispetto a essi Guevara è più seducente perché è un mito urbano, capace di parlare, ancora oggi, a tutto l'immaginario di un giovane occidentale. Era nato in Argentina, aveva frequentato l' università a Buenos Aires, la città più europea dell'America latina e fra il dicembre del '51 e l'agosto del '52 era andato in giro per il continente, a bordo di una moto, in autostop e con mezzi di fortuna, come un qualsiasi giovane europeo o nord americano della beat generation. Geronimo e Zapata hanno altre radici culturali: il primo fu un indiano delle riserve, il secondo un allevatore di cavalli, ambedue rappresentano una cultura legata alla terra, al passato, una cultura che non sapeva scrivere. Zapata lottò per dare validità alla scrittura burocratica della colonia spagnola, che certifica vada parte dei contadini l'appartenenza della terra usurpata dai latifondisti di Porfirio Diaz (mentre Guevara combatté a lungo gli "orrori" della burocrazia statale) e Geronimo difese il territorio degli indiani dall'invasione dei bianchi (mentre Guevara è proprio un "invasore" di territori altrui). La difesa del "territorio" è un tratto che accomuna Geronimo alla destra razzista italiana, questi pensano di difendere un territorio (il proprio quartiere) dall'invasione degli extra-comunitari, protetti dall'inerzia dello Stato. Zapata e Geronimo sono figure di frontiera, simboli di resistenza che lottano per salvare un mondo assediato: il mondo indio. Se Geronimo e Zapata furono aiutati dagli indiani e dagli indios per i quali si batterono, Guevara fu tradito dagli stessi indios boliviani per i quali era andato a morire, facendo rivivere in terra d'America la figura risorgimentale di Pisacane, tradito dai contadini meridionali che voleva liberare. Il bisogno di santi che permea il mondo contemporaneo è emerso ancora una volta nei giorni successivi alla morte della pornostar Moana Pozzi. Un giornale scandalistico ha dichiarato che: "Visse nell'inferno ma morì come un angelo". In questo caso non è solo la coerenza del vizio, se perseguito con rigore e abnegazione a portare alla santità-ossia a quella dimensione dove accedono solo gli intransigenti di ogni tipo -, ma è soprattutto la fede, anche solo quella dell'ultimo secondo a determinare il senso di una vita. Non deve meravigliare che la Chiesa guardi con attenzione a figure di "peccatori". Infatti, ha sempre guardato con paterna attenzione al cristianissimo vizio della lussuria (il più innocente fra tutti i peccati capitali, come ricorda la figura evangelica della Maddalena), e al desiderio di lottare per i poveri, la più pericolosa fra tutte le virtù cristiane.
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