Linea d'ombra - anno XIII - n. 102 - marzo 1995

30 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE ebbe dopo la morte. Ciò fu dovuto alla storia degli anni Sessanta, quando masse di giovani si identificarono più con il suo ritratto che con il suo pensiero. Così divenne un mito urbano, flessibile, moltiplicatore, scritto con le immagini e gli slogan gridati nelle piazze, che riuscivano allora a tracciare dei veri e propri solchi nell'aria e cunicoli nelle coscienze. La vera e propria colonna sonora di tutti i movimenti di massa degli anni Sessanta/Settanta furono gli slogan coniati dal Che, Uno, due, tre, molti Vietnam, Hasta la victoria, siempre. Che Guevara divenne il mito che rappresentava la gioventù, la lotta per la libertà, la rivolta contro le istituzioni, ma soprattutto la Vittoria dell'ideale, la supremazia dello spirito sulla materia, della fede contro le tentazioni, la vittoria della vita contro la morte. Una vittoria che egli riportò più volte, da bambino, sopravvivendo a un annegamento in piscina, da grande, agli intrighi del mondo socialista, alle pallottole sparate contro di lui in Guatemala, Cuba, nel Congo e in Bolivia, infine convivendo da sempre con una malattia come l'asma. Grazie a questa sua prorompente energia divenne più potente di un sexsimbol ed entrò nel pantheon dei miti contemporanei. Oggi è l'ultimo brandello di quelle figure barbute che si addensarono sull'isola dei Caraibi negli anni Sessanta, compresa la barba bianca di Ernest Hemingway. Che Guevara, dopo aver lottato invita contro l'imperialismo, e aver contribuito con la sua morte all'affermazione della cultura di sinistra, ha subìto, a partire dagli anni Ottanta, un processo di beatificazione, fino a essere assunto nel cielo dei santi senza religione, degli eroi senza patria, dei valorosi senza esercito, finendo in quello spazio segreto del paradiso, il Walhalla, dove si incontrano i guerrieri di tutto il mondo, i martiri di ogni ideale. Se negli anni Settanta era un chiaro eroe della sinistra, nel decennio successivo il suo mito cominciò a trasformarsi, apparendo negli stadi, nelle discoteche, nei raduni dei cattolici integralisti e perfino nei circoli della nuova destra dove gli intellettuali ne valorizzano l'idealismo guerrigliero, mentre per i giovani è un tatuaggio stravagante. Alla trasformazione della natura del mito da un lato contribuirono i grandi giornali scandalistici, trasformandolo in un missionario con il fucile, dall'altro la cultura cattolico-comunista che lo presentò come un santo laico e tributò alle sue foto il rispetto che si conviene alle immagini sacre: una vera e propria veronica, dove gli occhi, l'elemento icastico delle sue foto, continuano a guardare verso il futuro. L'agiografia costruita in quegli anni intorno a lui gli ha riconosciuto vizi e virtù cristiani: gli piacevano le donne, il tabacco, amava i sani divertimenti della gioventù (si rammaricava di non saper ballare), beveva il tè sempre amaro, come fioretto perenne, fin quando non avesse abbattuto l'imperialismo, rinunciò al danaro, al potere, alla gloria terrena, fu "tradito" da Fide! Castro, morì per i poveri. Come ogni santo che si rispetti in vita ebbe il dono dell'ubiquità (infatti durante gli ultimi tempi veniva avvistato in tre, quattro posti diversi), mentre, da morto, una vera e propria leggenda metropolitana è fiorita intorno all'idea che possa ritornare dal luogo misterioso in cui si trova: mi riferisco ai manifesti che sotto la sua foto annunciano Ritornerò, e saremo milioni, ma anche alle voci che attestano sia ancora vivo. In ogni caso, è

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