sua versione vulgata, nella tematizzazione del succo dei romanzi fantascientifici di Gibson, Sterling, Rucker, "il cyberpunk parla di mondi futuri cibernetici e dominati dalle tecnologie avanzate, dove l'uomo è diventato interfaccia del computer" (cito deliberatamente da una quarta di copertina). La fantascienza cyberpunk rappresenta l'avvenire in atto, eppure in un certo senso già superata. Ma come! Mi sono dovuto aggiornare su una premonizione del futuro che ha già fatto il suo tempo! Ali 'improvviso mi sento dire che esiste questo filone della letteratura pop che ha previsto tutto, ha descritto tutto in avantempo reale, ha metaforizzato una serie di fenomeni contemporanei cruciali: nello stesso istante vengo informato del fatto che questo filone ha probabilmente già esaurito la propria spinta propulsiva. Spiazzamento di un avvenire retrodatato, futuribilità postuma che potrebbe essere salutare, perché gratta via fin da subito la vernice alla moda, il packaging truffaldino in cui si imballano i prodotti industriali da far sfilare in passerella. Comunque, ho un bel leggere le interviste a William Gibson che giura di aver pestacchiato Neuromancer con due incerti polpastrelli su una- per nulla cibernetica - macchina da scrivere: in questo momento sto scrivendo sulla tastiera di un computer, eppure manca quel minimo di attrezzatura tecnologica che mi affratelli a un hacker, un pirata di banche dati elettroniche, non possiedo uh modem né un lettore di CD-Rom; quanto alla mia esperienza corporea di androidi, cyborg e replicanti, essa si limita a una capsula dentaria. È per questo forse che i romanzi cyberpunk li leggo scioccamente, con golosità salgariana, inquietandomi poco, suggestionandomi molto, assaporandoli esoticamente. Gli scrittori cyberpunk dislocano mutazioni e sconvolgimenti post-umani in un futuro virtuale da cui non mi sento ancora chiamato in causa: lo so, è una constatazione ottusa, retriva, dovrei vergognarmi ad ammetterla, ma di questa constatazione mi fido, probabilmente ha a che fare con l'epifania della cosa indole, la stessa per cui mi sorprendo a fischiettare beato la hit in testa alle classifiche del cantante che mi sta antipatico. La narrazione fantascientifica mi sembra un modo di ingabbiare le acquisizioni cognitive facendole accadere in un tempo che non mi riguarda, piuttosto che una predica mascherata sulla piega che stanno prendendo le cose. Oggi ho letto sul giornale che hanno dato un premio ad Arthur C. Clarke per la sua preveggenza tecnologica, cinquant'anni dopo la pubblicazione di un romanzo: ma non è unmodo di ammettere che quelle azzeccate premonizioni romanzesche a suo tempo non hanno scomodato nessuno? Riattaccando il cyberpunk a terra La letteratura cyberpunk ha per me una paradossale deriva cyber-cyberpunk, un elevamento al quadrato, nel senso che non mi fa percepire il contatto inquietante, euforico, osceno, eccitante fra organismo e cibernetica: la dislocazione narrativa fodera di cibernetica letteraria il nocciolo tenero-duro della questione, la mescolanza fra computer e carne; assisto alle vicende di personaggi cyborg che si armano di protesi intrasomatiche e partono al posto mio per interfacciarsi con l'apocalittico spauracchio prossimo venturo: invece di procurarmi spavento e farmi coscienziosamente riflettere sui destini del mondo, lo ammetto, mi diverto moltissimo come lettore. Può darsi che sia solo una questione di gusti. Sta di fatto che di recente sono altri i libri che mi hanno fatto percepire il nucleo di metafore tematizzate dalla fantascienza cyberpunk. "Ciò che è significativo non è più il rapporto maschiofemmina, ma l'inteifaccia uomo-macchina", afferma il cyberartista Stelarc in Il corpo tecnologico (a cura di Pier Luigi Capucci, Baskerville 1994). All'inizio di Staccando l'ombra da terra (Einaudi 1994), Daniele Del Giudice pronuncia subito questa specie di condanna kafkiana: "è giunto il momento, per te, di trovarti su un aeroplano senza passeggeri, senza piloti, senz'altro che non sia tu stesso, come nel peggiore dei sogni". lo preferisco le storie che parlano di rapporti maschio-femmina e più in generale di relazioni umane, piuttosto che di interfacce uomomacchina. Se però devo scegliere un libro recente che mi fa sentire tutte le tensioni, le resistenze e le attrazioni reciproche fra uomo emacchina, fotografati un attimo prima della loro compenetrazione cyberpunk, scelgo Staccando l'ombra da terra. Il pilota che guida l'aereo "con le parti vitali ricoperte da corazze spesse e dure" coincide con l'esoscheletro maschile, individuato daCarni Ile Paglia nei carapaci bronzei degli eroi omeiici, nelle armature 1inascimentali e nelle protezioni dei giocatori di football americano, tutte figure della "caparbietà del volere dell'Occidente" (Sexual Personae, Einaudi 1993). Staccando l'ombra da terra raffigura un mondo maschi le di personaggi che dialogano indirettamente, mai a tu per tu, sempre riferendosi a una tecnica, a una procedura, a un'operazione: i due interlocutori sono per lo più un maestro e un apprendista, un esperto e un iniziato, un veterano e un dilettante. Questo libro va letto accanto a un bel saggio di David Gaie, "Cowboys in paradiso. Nuova speranza per uomini malinconici", raccolto nel primo volume di Cibernauti (acuradiFranco Berardi "Bifo", Castelvecchi 1994). Gale rintraccia i precedenti letterari degli entusiasti sostenitori cyberpunk del Corpo Obsoleto e dell'Essere Postbiologico, li diagnostica in termini di narcisismo, isteria maschile e psicopatologia del terrore quotidiano. RileggendoÀ rebours di Joris-Karl Huismans eLocus Solus di Raymond Roussel, Gaie indica nell'esteta recluso Des Esseintes e nell'inventore di macchine celibi Canterei i due precursori della malinconia maschile ciberspaziale, che cerca rifugio nell'assenza di contraddizioni offerta dalla Realtà Virtuale, per "vivere in un paradiso senza donne, senza terrore, senza oggetti". Del Giudice si trattiene due passi prima, fa i conti con il terrore e l'oggetto come passioni (e patimenti) novecentesche: "lo, come aeroplano, appartenevo al secolo delle traduzioni in cose, il secolo più realistico che mai si sia visto, un secolo che solidificava le fantasie in oggetti (e, più tardi, superando se stesso, sarebbe diventato il secolo della sparizione delle cose, sostituite dalla loro immagine)". Per essere governato l'oggetto-aereo richiede una innaturale naturalezza, addestra a manovre anti-istintive, sostituisce la matematica interiore al parossismo impulsivo, insegna un linguaggio funzionale che "non contempla desideri, neppure desideri cruciali, soltanto posizioni e direzioni». Il libro è un censimento di pedaggi pagati all'oggetto e al terrore: terrore di perdersi in una nuvola, di precipitare per errore o sfortuna, abbattuti dalla contraerea o da un attentato, e soprattutto di sacrificare a una competenza troppo specialistica tutto il resto dell'esistenza: il sapere del pilota è ciTcosc1ittoal volo, fa fatica a rintracciare nella propria condotta delle analogie con qualcos'altro, la sua impeccabile esattezza terminologica è avara nel nutrire di metafore il linguaggio con cui attraversa tutte lealtreespeiienze. C'è un'altra immagine che può servire a leggere questo libro sulla scia che precede concettualmente l'immaginario cyberpunk: è la metamorfosi dei transformer, giocattoli giapponesi della fase industriale cosiddetta "meccatronica". Sono descritti da Derrick de
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