Linea d'ombra - anno XIII - n. 102 - marzo 1995

~26 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE CYBERPUNK EVECCHIMERLETTI {MIEI) MARIOPERNIOlAEl:INORGANICO TizianoScarpa Tre epifanie della cosa Prima epifania: la cosa-corpo. Anni fa ho seguito un seminario in un dipartimento di filosofia. Tema: l' internazionalità. Al filosofo americano piaceva alzarsi in piedi, esemplificare gesticolando, mimare. «Quando decido di sollevare il braccio sinistro - diceva sollevando il braccio sinistro - sollevo il braccio sinistro». Intanto con la mano destra toccava una specie di walkman appeso alla cintura: le dita premevano dei piccoli pulsanti accanto a una finestrella digitale di cifre luminose intermittenti. Il filosofo non faceva nulla per dissimulare questo gesto, lo considerava una specie di grattatina in pubblico. Lo ostentava ironicamente mentre discuteva il problema mente-corpo, eppure durante le due settimane di seminario non ha mai fatto nemmeno un cenno ali' aggeggio che toccava ogni dieci minuti.,: È stata la prima volta che ho visto un pace-maker, innervato nel corpo di un filosofo cyborg che regolava con un atto di volontà i battiti del proprio cuore. Seconda epifania: la cosa-parola. In una conferenza a teatro, l'anno scorso ho ascoltato un attore italiano sostenere che è normalissimo per chi recita non sforzarsi di comprendere ciò che dice. "Quasi tutti gli attori imparano la parte accodandosi alla suggestione della sequenza di sillabe, fissano la melodia di una frase, lavorano sul tono di una catena di parole, senza per questo cercare di comunicare la loro comprensione di una battuta, di dare una veste fisica al senso interno della frase che pronunciano". L'attore diceva che, per quanto gli è possibile, lui cerca sempre di capire prima quello che dovrà dire in scena: però considera inevitabile porgere un certo numero di battute senza aver compreso cosa vogliono dire. Spesso sono le reazioni del pubblico a fargli capire le frasi che dice, come se le frasi fossero delle cose da collaudare pronunciandole, e i I loro senso non consistesse nell'aderenza a uno stato d'animo interno o una volontà di significare, ma nella proposta di una contemplazione del linguaggio, una contemplazione condivisa da chi parla e chi ascolta. "Non sono sicuro di capire ciò che vi sto dicendo in questo momento". Terza epifania: la cosa-indole. Mesi fa aspettavo la prossima uscita di un libro di uno scrittore che mi piace molto, del quale ho letto quasi tutti i libri. Stranamente, quando ho visto il libro in vetrina, mi è sembrato l'oggetto meno appetibile del mondo. Eppure la copertina era bella come al solito. Non avevo nessuna voglia di leggerlo, l'idea di aprirlo e cominciare a passarci sopra gli occhi mi ha provocato un profondo senso di stanchezza. In seguito ho letto un'intervista a un editore deluso per l'insuccesso di quel libro: aveva investito parecchi soldi per assicurarsi i diritti, ma contro tutte le aspettative ne aveva venduto pochissime copie. Ho immaginato migliaia di lettori, FotoGrazia Neri affezionati come me a quello scrittore, che avevano avuto la mia stessa reazione di inspiegabile sazietà. Potrei elencare decine di esempi quotidiani di questo tipo di epifanie, che riguardano tutti i tipi di prodotti industriali: non solo i libri, ma anche i partiti politici, le canzonette, le proposte di legge, i dentifrici, i film, le merendine. In effetti io penso di non avere nessun bisogno di indagini di mercato per sapere immediatamente se qualcosa venderà o no: lo so allo stesso modo in cui lo sanno immediatamente tutti. Le mie emozioni più intime di fronte ai prodotti sono identiche a quelle di tutti gli altri consumatori: ciò trasforma in un'indagine sociologica ogni mio più autistico atto di introspezione. Si tratta di una sensazione ambivalente: da un lato mi sento derubato della mia sacra originalità, dall'altro lato provo un gradevole senso di iscrizione a una legge generale, alla quota percentuale di un sondaggio che mi impedisce di sbandare e perdermi per sentieri solitari. Queste tre epifanie della cosa sono più o meno tutto quello che ho a disposizione per fare i conti con uno degli ultimi prodotti industriali di successo. Ragionando di recitazione e orizzonti d'attesa, infatti, la prima operazione consisterà nel dare almeno un'occhiata al proprio paesaggio. Sì, perché per quanto riguarda il paesaggio collettivo nazionale, il prodotto in questione è apparso come una novità vecchiotta: "Il cyberpunk arriva in Italia in anni che lo vedono già defunto secondo molti osservatori d'oltreoceano. Quando in Italia la parola cyberpunk non diceva ancora nulla a nessuno, nemmeno ai suoi successivi estimatori e propagatori, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna ci si interrogava sullo stato di salute del movimento", nota Fabio Giovanni in Cyberpunk e Splatterpunk (Datanews 1992). Nella

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