Linea d'ombra - anno XIII - n. 102 - marzo 1995

• • -~ ~ • ~-~ - --- ,<. • "" ... • A ~ • ..... VEDERE, LEGGERE,_ASCOLTARE 25 ci. A mio avviso, una buona parte del successo del romanzo risiede in questa "opportunità" che lo scrittore offre al suo lettore: di raccogliere, insieme alla parola affabulante del personaggio-chedice-io (e, bisogna ammetterlo, è una voce pulita, garbata, "precisa"), una gran messe di "informazioni" sulle strategie comportamentali che governano l'esistenza quotidiana. Non c'è, del resto, grande romanzo che non lasci un'eredità esperienziale, ma qui il "laboratorio" è esibito come in un manifesto, si avverte una sorta di fastidiosa intimità fra lo scrittore e la "gente". Come una stella, ci illumina la certezza che la nipote tornerà dall'America e non lascerà chiuso il prezioso quadernetto. La "redenzione" dell'assente è garantita, non quella del lettore. La voce del cuore emerge sì ma a prezzo di palesi ( e non sempre abili - anche questo va detto) accorgimenti narrativi che, cercando di giustificare il personaggio, ne impoveriscono la protestata "semplicità": lo si avverte nell'accenno agli eventi a cavallo fra anni Trenta e Quaranta ("C'era il fascismo, le leggi razziali, era scoppiata la guerra e io continuavo soltanto a occuparmi delle piccole infelicità personali, dei millimetrici spostamenti della mia anima. Non credere però che il mio atteggiamento fosse eccezionale, al contrario. Tranne una piccola minoranza politicizzata, tutti nella nostra città si sono comportati in questo modo"). Come non leggere in questa opposizione "minoranza/ tutti" un'appassionata celebrazione della "gente"? Della gente che sta aderendo e consentendo alla narrazione, ovviamente, non di quella gente "storica" che dava il suo muto assenso al fascismo. E ancora: "Eppure ho la sensazione che adesso tutto sia più accelerato. La storia fa accadere tante cose, ci bersaglia con avvenimenti sempre diversi.( ...) Pensa soltanto alla rivoluzione di Ottobre, al comunismo!( ...) ...ad un tratto, un giorno come tutti gli altri, apro la televisione e vedo che tutto questo non esiste più, si abbattono i muri, i reticolati, le statue: in meno di un mese la grande utopia del secoloèdiventataun dinosauro.( ...)Dico il comunismo, ma avrei potuto dire qualsiasi altra cosa, me ne sono passate talmente tante davanti agli occhi e di queste nessuna è rimasta." Le grandi costruzioni storiche passano, il cuore rimane -questa la "verità" del romanzo. Non credo che si possa obiettare al cristallino messaggio della "nonna". Non fosse una "nonna" a rammentarci il precipitare delle umane vicende, la ricezione del messaggio sarebbe più inquieta, meno tollerante. E non tanto perché il personaggio rimanda inevitabilmente all'immagine della narratrice di favole che la cultura ha sedimentato, quanto perché la "favola" attinge a fonti estranee a quella stessa cultura: c'è nella solitaria vecchiezza del personaggio, nella sua serena prossimità alla morte, nel suo stesso rapporto con cose, oggetti, natura una pacata autorevolezza da maestro orientale. La tonalità "buddhista" del romanzo è evidente, addirittura esibita; e Der Spiegel, all'uscita della versione tedesca del romanzo, ha significativamente citato Siddharta di Resse. Del resto, chiunque abbia frequentato anche solo occasionalmente una palestrn yoga sa cosa significa "sguardo interno", sa che la pratica del rilassamento comincia con l'immagine del corso d'acqua su cui passano, comenon ci riguardassero, gli eventi, le persone, i fatti che dominano la nostra quotidiana esistenza. La sensazione è che qui siano imacro-eventi- le ombre del fascismo, le contraddizioni del comunismo, ivi comprese quelle più circostanziate degli anni Settanta-a passare "come se non ci riguardassero". E a questo punto, dopo aver appreso il senso del testamento che la nonna lascia alla nipote, risulta molto meno chiaro cosa la scrittrice voglia lasciare al lettore. I cattivi maestri cacciati dalla porta si presentano con composta insistenza alla finestra: "A me fa paura il dilagare di tutti questi maestri, le vie che propugnano per trovare la pace in sé, l'armonia universale. Sono le antenne di un grande smarrimento generale", e poco dopo "L'unico maestro che esiste, l'unico vero e credibile è la propria coscienza. Per trovarla bisogna stare in silenzio - da soli e in silenzio-bisogna stare sulla nuda terra, nudi e senza nulla intorno come si fosse già morti", dove l'uso reiterato dell'impersonale "bisogna" è già spia di un ammaestramento in atto. Questo cenno ai maestri che dilagano è, comunque, quanto meno sorprendente: almeno due generazioni (i trentenni prima, i ventenni poi) sono cresciute nella vacanza pressoché totale di maestri, almeno nel senso alto del termine. È venuta a mancare ogni forma di paideia, e si sono via via spenti gli ultimi depositari di quella cultura della trasmissione del sapere (e, soprattutto, delle modalità del sapere) che, nel bene e nel male, hanno rappresentato dei punti fermi nella formazione delle generazioni precedenti. La stessa lenta "corruzione" dell'istituto scolastico ha cancellato la tradizione del rapporto discente-docente, edificando, nel migliore dei casi, forme didattiche fondate sulla "tecnica" o sul funzionalismo dell'apprendimento. In questo senso ben più efficace è la maschera ironica delle generazioni più giovani che, proprio nella spirale dell'equivoco, nell'implodere dei "romanzi di formazione", lascia affiorare il vuoto, il silenzio, o semmai la babele di un passato che sirovescia nelpresente a 3900 lire. I maestri a cui fa riferimento il personaggio della Tamaro sono in realtà i "santoni" - e lo dice - i venditori di fumo della religione e della politica. Ma non è con le distinzioni che la voce del cuore può trovare lo spazio che gli è proprio: i "maestri" vanno cancellati tutti, perché chi ha arrischiato di comunicare un pensiero è rimasto prigioniero della Storia, è caduto con essa nell'errore. Tolto il dovere di pensare, resta l'urgenza di sentire,sembra dire laTamaro. Ed invero, per la "gente" non v'è nulla di più consolante. 3. Sarebbe ridicolo voler trovare in Va' dove ti porta il cuore i segni di una "operazione" culturale meditata a tavolino (la Tamaro è artigianadella scrittura troppo sensibile):maè senza dubbio un segno che ilpubblico, decretandone ilsuccesso,ha eletto ilromanzo a sommesso, gentilevangelo della propriaconfusione, non, invero,per penetrarla, ma per aderirvi come a un destino inevitabile, per abitarvi e muoversi senza inciampi dolorosi. Lo psicologismo gnomico (funzionale e non terapeutico) non è del resto un'esclusività del romanzo dellaTamaro: sciamadentro tutti iperiodicifemminili e adolescenziali, pullula nei talk-show, intride persino la struttura dei serial televisivi (che infatti non raccontano più ma impaginano infiniti "casi" di psicologiacomportamentale).LaStoriaèrischioederrore,ilcuorenon esclude il dolore ma lo riconduce in un alveo di tollerante comprensibilità. Aderendo alla Storia si può essere trascinati via Oa disperata madre sessantottina non ha certo, come personaggio, una complessità che giustifichi il suo precipizio: è solo una martire dell'ideologia, è un exemplurn), aderendo alla voce del cuore si sta, si consiste malgrado lebufere del tempo storico.Che cosa abbiaache fare il "sentimento" con tutto ciò, è difficile da spiegare. Eppure, Susanna Tamaro ripete, fuori dal romanzo, che si è persa la capacità di parlare dei sentimenti. Il "cuore" del suo romanzo non si muove verso il tormento, il movimento, il "gesto" della passione; semmai ne ritorna e cerca l'immobilità dell'ascolto, è un cuore che addomestica. "Sui sentimenti -dice nell'intervista citata- c'è un discorso da fare tutto daccapo. Io ricevo, ad esempio, migliaia di lettere dove mi si dice grazie."La "gente" ringrazia. Perché no?Haavutoqualcosa. Qualcosa che il cuore-da solo, umile e forte, così come lo vorrebbe il romanzo - non è in grado di dare: l'identità del proprio srnarrime;nto.

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