LASPIRALEDELL'IRONIA E ILCUOREIN CATTEDRA lA NARRATIVA"TARDOADOLESCENZIALE" AlbertoRollo · Walter Veltroni ha ammesso: "Leggo la Tamaro e piango". A sua volta Susanna Tamaro ha avuto modo di rispondere a Lucia Annunziata (Corriere della Sera, 20/1/1995): "C'è la vergogna dei sentimenti, e un'altra cosa: che abbiamo perso la capacità di parlarne". E aggiunge: " ...abbiamo vissuto per anni una vita solo esterna, fondata sui valori del successo e dell'avere; poi siamo arrivati a una situazione di stal1o, con tanta insoddisfazione politica, e al1orala gente ha cominciato a guardare dentro di sé.Ma quel1o che non capiscono coloro che parlano contro i sentimenti è che questi sono la base dell'uomo, che le grandi confusioni e le tragedie avvengono quandò non c'è chiarezza nei sentimenti. E per sapere chi sei, cosa sei, c'è bisogno di grande precisione. Il sentimentalismo è invece imprecisione, è il grande pentolone della tv del dolore dove va tutto quello che fa palpitare. Questa è la confusione che mi fa arrabbiare: confondere sentimenti e sentimentalismo". Ribattendo alle critiche di chi, a fronte del successo di mercato del romanzo, ha volentieri rovesciato Va' dove ti porta il cuore dentro lo stesso "pentolone" televisivo, la giovane scrittrice triestina, pur incespicando nella banale distinzione fra sentimenti e sentimentalismo, allt?de a quella "cultura dei sentimenti", tutt'altro che scontata, di cui parlava Walter Benjamin nel saggio Per la critica della violenza: "E in generale, possibile il regolamento non violento di conflitti? Senza dubbio. I rapporti fra persone private ne offrono esempi a iosa.L'accordo non violento ha luogo ovunque la cultura dei sentimenti ha messo a disposizione degli uomini mezzi puri di intesa.( ...) Gentilezza d'animo, simpatia, amor di pace, fiducia e tutto quanto si potrebbe aggiungere ancora, sono la loro premessa soggettiva. Ma la loro manifestazione oggettiva è determinata dalla legge che mezzi puri non sono mai mezzi di soluzioni immediate, ma sempre di soluzioni mediate". Va da sé che questa "cultma dei sentimenti" ha ben poco a che vedere con le lacrime di Veltroni e con lefo1me di sentimentalismo contro cui giustamentes' accanisce laTamaro. In Va' dove ti porta il cuore c'è in gioco ben altro. Forzando i termini della questione, si direbbe che il romanzo, scrollandosi di dosso la propria allme romanzesca, cerchi proprio quella "mediazione" che cuce assieme la privatezza dell'educazione sentimentale, i "mezzi puri di intesa", e l'ambito ben più ampio della società. Come e con quali esiti, lo vedremo più avanti. Se questo accada come causa o come effetto del successo di pubblico, è altra questione da esaminare. TI vero nodo, dunque, non è forse il preteso bisticcio fra sentimento e sentimentalismo ma la visione che il romanzo (e i commenti che lo accompagnano) offre di quella "cultura dei sentimenti" di cui parlava Benjamin. Nell' intervista pubblicata sul Corriere la Tamaro usa termini come "confusione", "gente", "precisione": ed è proprio da qui che viene spontaneo prender le mosse. Magari allargando le maglie del discorso. Magari rischiando di vagabondare un po' col pensiero. SusannaTamaroin uno foto di Giovanni Giovannetti 1. La cultura contemporanea, presa nel suo insieme, è celebrazione, monumento al disordine (un disordine, va da sé, che non ha nulJa a che vedere con l'opposizione a un ordine). Neppme gli uffici marketing delle grandi aziende sembrano ostentare la baldanza degli anni Ottanta. Sapere cosa vuole la "gente" non è cosa.da poco, ma la "gente" è parte di quel disordine; è, essa stessa, un prodotto chiamato a scegliere altri prodotti, e come tutte le cateoorie merceologiche, anche la "gente" è vuota, è un non- o ' senso fuori dai rapporti di mercato. E estranea al reticolo morale che la vorrebbe chiamata in causa, che la vorrebbe depositaria di opinioni, di scelte, di coscienza. L'uso che si fa del termine contribuisce a dilatare lo spaesamento, la vaghezza dei tempi. "La gente pensa" "La gente dice" "La gente sa" sono proposizioni che rimandano a un fantasma, a una proiezione sociale che non contiene nulla di veramente "sociale". Nessuno-anche quando utilizza quelle proposizioni - si sente parte di una "gente", perché la parola cade fuori dall'individuo ma non accede ad alcuna fisionomia di gruppo. "Gente" è sinonimo di confusione. Tanto più grave allora appare il fatto che invece si faccia di quell'ovale bianco, con puntini in luogo di occhi naso e bocca, una categoria politica e morale. Ma ancora più grave è avallare i modelli culturali che l'artificialità di quel volto ricalcano, promuovono, difendono. La "cultura della.confusione" ha prodotto almeno due modelli di "risentimento" ("opposizione" sarebbe troppo e troppo scorretto): la maschera ironica e lo psicologismo gnomico (mi si passino le formule). Sono due "modelli" che si avvertono soprattutto nella nuova ondata di narrativa che si è generosamente rovesciata sulla spiaggia italica nell'ultima decade ma ne porta il segno anche molto giornalismo, sensibile com'è agli spostamenti progressivi del gusto e, soprattutto, del linguaggio. L' "allergia" ironica - vale
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