18 MEDIA '95/ FRECCERO Carlo Freccero LAMARMELLATACATODICA IncontroconFabioGambaro Carlo Freccero lavora in televisione dal 1979. Dopo molti anni passati in Fininvest è stato licenziato da Berlusconi nel 1992. In seguito è stato consulente per RaiUno. Dall'inizio del 1994 lavora per la televisione pubblica francese come coordinatore delle reti. Insegna Sociologia della comunicazione a Genova e sta preparando un libro su televisione e democrazia per Feltrinelli. Carlo Freccero, partiamo dal controverso e discusso rapporto esistente tra cultura e televisione. Secondo alcuni intellettuali, la cultura tradizionale, razionale e colta, sarebbe incompatibile con la televisione. Lei cosa ne pensa? Il termine cultura è talmente ampio che abbraccia quasi ogni manifestazione della vita associata. In senso antropologico la cultura comprende anche i modi di cottura degli alimenti, le tecniche artigianali, ecc. Anche considerando il termine in senso "alto", come kultur, il significato rimane ampio ed applicabile--a cose diverse. Una mostrad'arteècultura, anche se non ha il rigore di un testo filosofico. La musica e il cinema sono forme di cultura. La televisione può produrre cultura televisiva, ma non si può chiedere alla televisione di avere i requisiti di un testo scritto. Anche perché quando la televisione divulga una cultura che non le appartiene, ha semplicemente una funzione pedagogica o di servizio, ma non culturale. Ma allora che senso haparlare, come accade oggi inFrancia, di televisione della conoscenza, del sapere e della cultura? Secondo me, cultura in tv non è il balletto, il teatro, i concerti di musica d'avanguardia o i programmi del DSE. Un sapere televisivo non può identificarsi con il progetto Erasmus di Università a distanza. La televisione come sussidio didattico rappresenta un servizio, non una forma di cultura. Resta il fatto tuttavia che in futuro la televisione di servizio farà sempre più parte della nostra vita, grazie soprattutto alla connessione con il circuito integrato delle reti telematiche che permettono forme di interattività con lo spettatore. Non a caso, già oggi gli studi universitari a distanza sono una realtà. Tuttavia la televisione "generalista", che si rivolge a tutti non può fare cultura come un professore universitario. La tv ha un altro linguaggio che è incompatibile con il linguaggio articolato della cultura alta. Di conseguenza, la cultura televisiva deve essere pensata a partire dalla televisione. D'accordo. Ma poi? La tv produce tante cose, produce la realtà con cui vive lo spettatore. E questa è anche produzione culturale: ad esempio oggi il cinema è essenzialmente prodotto dalla televisione. Il problema è che chi ha un capitale intellettuale vive questa produzione in modo diverso da chi non lo ha. Questo è il vero problema: le competenze del pubblico determinano l'utilizzo della massa di programmi. C'è un pubblico consumatore di Fotodi Giuseppe Arnone/ Grazia Neri. programmi che è preso in considerazione solo come mercato; e c'è anche un altro pubblico, una minoranza, che con la produzione televisiva gioca, ritaglia, scombina, fa una lettura di secondo grado, ecc. Si pensi al "fascino del peggio" tanto presente in televisione: chi ha le competenze culturali può viverlo come un quadro iperrealista o come pop art, mentre altri lo accettano al grado zero, passivamente. Quindi, chi non ha le competenze rischia di essere assorbito e manipolato, ma il problema delle competenze è esterno alla televisione, non è compito della televisione creare queste competenze, deve farlo la scuola, la società, ecc. Non possiamo attribuire e trasferire sulla televisione tutti i mali della società. Certo, se il pubblico fosse tutto di persone come Umberto Eco avremmo una televisione diversa. Ma se il problema sono le competenze del pubblico e queste sono prodotte all'esterno della televisione, significa che si può deresponsabilizzare la televisione? Certamente no, la televisione deve porsi continuamente questo problema, ma sempre in termini televisivi. E poi, forse proprio su questa questione nasce una delle differenze fondamentali tra servizio pubblico e televisione commerciale, la quale in genere non affronta mai questo discorso. O meglio il programmatore si pone il problema della competenza dello spettatore sul piano tecnico-televisivo, ma non quello della competenza del pubblico sul piano culturale. I programmatori si chiedono se un programma "passa" in televisione, ma non come sarà letto e compreso dal pubblico. Ciò naturalmente si spiega con la dittatura dell'audience,
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==