16 MEDIA '95/ CÀNDITO direttori di giornale siano interessati alla notizia ma non ali' informazione. Ad esempio gli dici che si può pensare a dei servizi sulle divisioni all'interno della leadership palestinese, che ti fanno capire come sarà, drammaticamente, il problema del nuovo stato palestinese quando nascerà. El oro ti chiedono: "Ma c'è la notizia?". Se c'è un fatto immediato su cui si può titolare, bene, altrimenti non c'è un niente da fare. E teniamo conto che inoltre la titolazione è ormai a una sola riga, anch'essa televisiva, che ti deve colpire immediatamente. E sotto devono esserci articoli molto brevi, non come quelli che faceva un inviato, che aveva bisogno di spazio per raccontare, al confine tra cronaca e narrativa. Questo la terza pagina glielo consentiva, ora non è più possibile: titoli brevi e di consumo molto rapido. Le televisioni hanno modificato il panorama giornalistico e quindi anche lafigura dell'inviato. Ma è una caratteristica peculiare del giornalismo italiano quella di aver scelto di essere al rimorchio del giornalismo televisivo (e oltrettutto, quale giornale straniero decente si sognerebbe di dar spazio nelle sue pagine alle fregnacce televisive?). L'anno scorso ho avuto occasione di parlare con i giornalisti del "New York Times" di questa ossessione per il sistema di comunicazione televisivo che avevano i direttori dei giornali italiani. Uno di loro mi fece vedere gli ultimi sette numeri del giornale (erano i giorni dell'insediamento di Clinton): c'erano tre giòrni, mettiamo domenica, martedì e giovedì, con tre pagine intere di un reportage da Cuba con l'articolo che iniziava in prima pagina (titolo, due colonne e poi il proseguimento all'interno). Non solo, ma c'erano inoltre i soliti servizi da inviato in terza e quarta, due tagli grandi etc. etc. Il nuovo direttore, arrivato pochi mesi fa, ha ulteriormente accentuato il ruolo dell'inviato. Il settimanale "Times" poco più di un anno fa decise di modificare il suo modello, che appariva in crisi, sostituendo le storie brevi con le cover stories, cioè con lunghi racconti, perché se c'è uno specifico dell'informazione scritta è sicuramente quello di andare oltre i fatti. Sulla notizia è ovvio che siamo bruciati. Mi pare tuttavia che adesso i direttori (anche se le resistenze sono ancora molte) comincino a rendersi conto che questo innamoramento eccessivo per la TV sta uccidendo i giornali, che la sovrabbondanza di notizie implica una scarsità di informazione. L'approfondimento da terza pagina è una cosa comunque destinata a non tornare più? Non è più proponibile. Il costo dell'inviato è molto alto. Tra spese di viaggio, di trasmissione ecc. possono essere da 500 a 800 dollari al giorno, quindi un costo notevole. Ma a parte questo, c'è la convinzione che quel tempo sia finito. Il reportage ha una vita molto più breve di un tempo. Nel passato gli avvenimenti avevano una dimensione che si distendeva; oggi, probabilmente perché la TV ci imbottisce di notizie ogni ora, i fatti si bruciano rapidamente, per cui si ha l'impressione che ci sia scarso interesse a recuperare una dimensione di racconto. Tutto viene esaurito al massimo con un pezzo, con una storia che dopo recuperi in qualche modo, ma non c'è più spazio nei giornali di oggi per una comunicazione scritta come quella che c'era fino a qualche anno fa. Anche l'inviato dei settimanali va sul posto per un brevissimo periodo e confeziona poi i pezzi in redazione (ma lì ci sono problemi di tempi, perché passano da 5 a 15 giorni da quando il pezzo viene scritto a quando esce). FotoSigmo/ Grazia Neri. La TV dà solo notizie (sempre che siano tali), ma un tempo c'era un'informazione televisiva. Quindi anche lì c'è stato uno spostamento; e le inchieste televisive non esistono più. Paradossalmente si direbbe che la TV stia recuperando uno spazio che primaeradell'informazionescritta. La TV, che per sua lingua e forma espressiva da questa successione rapidissima e indeterminata di notizie, va recuperando attraverso i dibattiti e i servizi speciali un minimo spazio di riflessione. Proprio laTV che ha questa comunicazione in tempo reale, bruciante, sente il rischio dell'auto-soffocamento e dà spazio all'intervento intorno e dentro alla notizia pura e semplice. È vero che le inchieste televisive quasi non esistono più. Però c'è una situazione ancora fluida. Lo scontro tra i due grandi media ha prodotto uno spostamento del campo di confronto, ma nessuno ha determinato quale debba essere automaticamente il proprio ruolo. Né la TV né i giornali hanno individuato definitivamente il loro modello comunicativo. Sono ancora in fase di ricerca e ci sono possibilità di sviluppo fino a poco fa impensabili. Si potrà avere il giornale attraverso la televisione, sullo schermo televisivo; e poi ci sarà accanto la stampante, che consèntirà il recupero della "manualità", del contatto fisico col giornale. In questo consumo televisivo dell'informazione scritta non riesco a immaginare quale possa essere lo spazio per un reportage. Ci sarà qualcuno che avrà voglia di leggere sullo schermo, o di farsi avere dalla stampante, un reportage? Io, che sono favorevole al recupero del reportage (possibile quando i direttori si riprenderanno dalla cotta televisiva), sono al
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