14 MEDIA '95/ CÀNDITO Saigon. Fotodi HeNé Glooguen/ Vivo/ Grazio Neri. alcunj di noi vedevano (e lo vedono ancora, anche se si viaggia molto meno) il lavoro dell'inviato come la capacità di scorrere sotto la superficie della cronaca, di infiltrarsi sotto la cronaca e cercare di trovare le radici, quello che ci sta sotto, e individuare le correnti sotterranee di ciò che cambia, che arriverà in superficie dopo. Anticipare, cogliere questi aspetti era per noi il lavoro dell'inviato. Ti cruamavano all'improvviso, andavi in un posto dove c'era un fatto clamoroso (ad esempio il colpo di stato dell'8 l in Spagna), stavi lì i giorru necessari per raccontarlo, ma poi ti fermavi per 15 giorru, anche unmese, per raccogliere imateriali per la terza pagina. Infatti prima si facevano i pezzi per la pagina degli esteri, poi si ricuperava il senso di quella cronaca inquei cinque o sei articoli che andavano in terza pagina, a metà tra la storia e la sociologia, che approfondivano il racconto di quanto avvenuto e che cercavano di capire quello che sarebbe accaduto in futuro. Quand'è che quel modo difare l'inviato è incominciato a cambiare? Quando è scomparsa la terza pagina, quando si è voluta un'informazione più bruciante. E poi la televisione. Ricordo benissimo quando ebbi la percezione reale che il mjo mestiere era cambiato. C'era stata l'invasione di Panama. Io ero in Brasile per le elezioni presidenziali. Mi svegliarono, una notte, con la notizia dell'invasione. Partii al mattino per Miami, dove trovai i giornalisti americani che erano stati bloccati lì dal Dipartimento di Stato: gli avevano approntato un aereo per portarli a Panama, ma aspettavano a farlo partire, perché dicevano che c'era una situazione di rischio. Il che era vero, ma era soprattutto l'intenzione di farli arrivare dopo che "il lavoro di pulizia" era già stato fatto (il ricordo di Grenada e soprattutto del Vietnam bruciava ancora). Con un collega della RAI e uno del "Giorno" prendemmo i I primo volo possibile, per San Josè, in Costa Rica, e di lì andammo in giù in auto fino a Panama, dove arrivammo contemporaneamente agli americani, che però furono bloccati dentro il forte. Noi invece trovammo una stanza all'ultimo piano del]' unico albergo praticabile, proprio davanti alla Nunziatura Apostolica dove si era rifugiato Noriega, e quindi vedevamo tutto ciò che accadeva. Il 28 arrivarono anche gli altri americani e proprio nella stanza accanto alla mia arrivò una troupe della CNN, che allora era una piccola televisione nei cui confronti noi giornalisti avevamo un atteggiamento protettivo (un po' come i giornalisti del "Manifesto", che lavorano per un giornale con pochi mezzi). Quel 28 dicembre io ero lì sul balcone che guardavo quel che succedeva nella Nunziatura; a un certo punto rientrai in camera, c'era la televisione accesa, e vidi sullo schermo le stesse cose che stavo vedendo lì con i rruei occhi. E capii che il mestiere dell'inviato era cambiato. Non potevo più partire dalla cronaca per il mjo racconto, perché la gente vedeva in tempo reale quello che succedeva. Le cose che gli avrei raccontato il giorno dopo sul giornale le avevano già viste 12 ore prima in televisione. Il rruo modo di fare giornalismo, di essere l'inviato che racconta e che cerca di penetrare dentro la realtà, non poteva funzionare più. Gli inviati oggi sono dei dinosauri, dei sopravvissuti, mal tollerati nei giornali perché la loro capacità di apporto produttivo
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