Linea d'ombra - anno XIII - n. 102 - marzo 1995

DOVE VANNO I MEDIA? DOMANDEDALl:INTERNDOIUNSISTEMEASPLOSO Mimmo Càndito L'INVIATOSPECIALE UNA SPECIEIN VIA D'ESTINZIONE IncontroconPaoloBertinetti Il rapporto tra giornalismo e letteratura di cui spesso c1 siamo occupati negli ultimi tempi, nella quasi totalità dei casi presupponeva l'esistenza, sia che si trattasse di giornalisti di professione, sia che si trattasse di scrittori autori di reportages, di una figura e di un ruolo che siamo abituati a pensare come l'espressione più alta del giornalismo, quella dell'inviato speciale. Il giornalismo italiano è un caravanserraglio di servi, di narcisi e di disonesti in totale malafede che sente il bisogno di dare la patente (l'Ordine) di giornalisti ai propri i componenti perché altrimenti a nessuno verrebbe in mente di considerarli tali. Giornalisti degni di questo nome ce ne sono. Pochi, però. E quei pochi devono fare i conti, oltre che con la beceraggine dei più 90n i profondi mutamenti che hanno attraversato il giornalismo italiano, stravolgendo nel giro di pochi anni assetti di proprietà, modi di scrittura e configurazione stessa dei vecchi giornali. Una delle conseguénze di questi cambiamenti è stata la quasi scomparsa della figura dell'inviato speciale, almeno di quello della carta stampata (è un caso che l'inviato del "Corriere" in Cecenia fosse accompagnato da un cameraman e che lo stesso reportage prevedesse quindi tanto gli articoli per il giornale quanto il servizio televisivo?). Sulla trasformazione e quasi estinzione del ruolo dell'inviato, abbiamo raccolto la testimonianza di Mimmo Càndito, 50 anni circa, inviato speciale de "La Stampa". Quando ho iniziato, come tutti i giornalisti giovani, mi portavo dietro il mito di Barzini che se ne va, racconta e manda i telegrammi. E però avevo la consapevolezza che fare l'inviato significasse soprattutto il viaggio con la cultura, il viaggio con il libro. Il mio primo viaggio fu in America Latina. Io ero arrivato alla "Stampa" dal "Lavoro", dove facevo la terza pagina. Ero stato segnalato da un loro corrispondente da Genova. Gli serviva qualcuno per gli esteri e io dissi che sarei andato alla "Stampa" soltanto se potevo viaggiare, cosa che un piccolo giornale come il "Lavoro" non poteva permettermi. In realtà non è che mi fecero viaggiare subito. Mi misero un anno a leggere i giornali stranieri. Per un anno non scrissi una riga, passavo ogni tanto qualche pezzo, ma null'altro. Allora il direttore era Ronchey, che era innamorato delle citazioni, cercava la frase che colpisce, che da sola da il senso di una realtà. Dato che io ero lì, piuttosto frustrato, trovò questa scappatoia. Ogni giorno io cercavo una quindicina di frasi di quel tipo, poi alle otto di sera andavo da lui in direzione, chiacchieravamo su quanto offrivano i vari giornali europei e poi si sceglieva una decina di frasi da pubblicare. Finalmente giunse poi l'occasione buona: l'inaugurazione di una diga in Perù, un viaggio di sei giorni, senza particolare interesse. Ma siccome io ero innamorato dell'America Latina, della rivoluzione cubana, che era il sogno di tutta la nostra generazione, accettai subito. Partii con una valigia con dentro uno zaino, un paio di maglioni, un vestito e alcuni libjji. Feci il servizio, poi diedi valigia e vestito all'ufficio stampa dell' Alitalia che ci accompagnava e chiesi al giornale (a quel tempo il direttore era Levi) di poter utilizzare le ferie arretrate e di restare un po' in Sud America. Ci restai dall'inizio di settembre fino al 24 dicembre, viaggiando in autobus e in autostop, girando tutta l'America Latina e leggendo i libri che man mano mi compravo. Compagno di viaggio mi fu soprattutto un libro di Marce! Niedergang, Le 49 Americhe, un lungo reportage di questo giornali stadi "Le Monde" che allora era un mito. E me lo consultavo come un abbecedario, mentre viaggiavo nei vari paesi. Iniziai così. In quei quattro mesi avevo mandato delle lettere al giornale, ma non degli articoli. Quando tornai chiesi di pubblicare una quarantina di pezzi, feci un lungo elenco, dal Cile e l'Argentina alla Bolivia, e poi su fino al Messico e a Cuba (dove avevo partecipato alla mitica zafra del '73). Naturalmente era impossibile, ma ci mettemmo d'accordo su una quindicina di pezzi. Era un racconto fatto dall'interno: ero stato, ad esempio, con gli Uros, una comunità allora quasi sconosciuta, con gli Indios in Amazzonia, con i guerriglieri in Colombia, avevo fatto delle esperienze che può fare solo uno che viaggia, che non è preso dall'ossessione del pezzo da scrivere subito, che cerca di capire una cosa per raccontarla dopo. Questo modo difare l'inviato non era però comune neanche allora. Assolutament.e no. Sono stato fortunato, perché veniva apprezzato il mio modo di scrivere. Di lì a qualche anno ero uno dei pochi, insieme a Sandro Viola, a Bernardo Valli e qualche altro, che andava in un posto, cercava di capirlo, e poi lo raccontava, facendo insomma quello che era il vero lavoro dell'inviato, che non ti mandava solo il telex con la notizia, ma che cercava di illustrarti un Paese, una società. Certo, con l'aiuto delle letture, ma anche con la capacità di trovare i canali giusti, che ti aiutano a capire quello che si sta muovendo nel posto dove vai. Anche allora non era facile trovare dei libri nelle valige degli inviati. Oggi meno che mai. Ma in passato c'era un gruppo di inviati che i libri li leggeva, se li scambiava, e non solo saggi specifici, ma anche testimonianze, romanzi. Si leggeva, si andava in un posto, si faceva la cronaca. Ma cercando di sfuggire un po' alla mannaia del racconto stretto del giorno per giorno, cercando di dare uno spessore maggiore. Il che significa che in pratica

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