Linea d'ombra - anno XIII - n. 102 - marzo 1995

PADRIDELLAPATRIA FOA,GIOLITTI,PNv\PALONIEBOçCA: RACCONTARSI, A UNACERTAETA MassimoBran Sono vari i modi di leggere un libro autobiografico. Si può essere vinti dalla curiosità aneddotica e concentrarsi, quindi, quasi esclusivamente sugli episodi marginali ma accattivanti, vuoi per la fama dei protagonisti, vuoi per la stravaganza insita nei fatti. Può essere un utile esercizio di riflessione, abbia esso per oggetto la condizione umana, la storia, la politica, o altro ancora. Oppure ci si può lasciare trasportare dal puro racconto, dal romanzo. O, ancora, si possono isolare nella testimonianza individuale del protagonista degli spunti utili a riflettere sul!' attualità, sul nostro presente, leggendo nelle memorie di un individuo un percorso collettivo. È quest'ultimo, forse, pur non escludendo i restanti, il modo con cui ci si deve avvicinare alla folta schiera di autobiografie che ha affollato in questi ultimi anni le librerie. Autobiografie scritte in prevalenza da politici e giornalisti, più o meno appartenenti alla stessa generazione, la generazione che cresce e si forma durante il periodo fascista. L'interesse di questi testi deriva, ad una prima lettura, innanzitutto dal loro indiscusso valore documentario e testimoniale; ripercorrere la storia degli ultimi settant'anni (affrancata dai recinti scientifici che ogni manuale o saggio specifico impongono) attraverso le memorie parziali e uniche di protagonisti della vita culturale, politica e sociale italiana è forse, oggi, uno dei modi migliori per esercitare il proprio spirito critico, messo a dura prova dalle suggestioni e dalle tentazioni mitizzanti che queste pagine emanano. Confrontarsi con i punti di vista, con gli azzardi interpretativi che un libero racconto autobiografico concede permette di rivivere la storia meno schematicamente, alle volte in pericolosa combutta con chi scrive. Il continuo sovrapporsi del dato oggettivo con quello più propriamente emotivo ed intimistico in alcuni di questi testi può ingenerare, in chi vi cercasse delle risposte certe e stentoree, una sorta di confusione, direi di rischiosa confusione, proprio per la giusta e dovuta parzialità degli assunti che un'opera memorialistica deve accogliere ed esprimere. Ma sono le licenze delle libere confessioni molto spesso a disvelare, più di qualsiasi altro resoconto scientifico, aspetti nuovi, ad ingenerare sani dubbi, a creare varchi in recinti ammuffiti ma ancora robusti e inattaccabili, a difesa di verità comodamente e pigramente assimilate e mai più discusse. È per questo, forse, che queste autobiografie riscuotono interesse, seminando incertezze, rinfrancando valori rimessi oggi pericolosamente in discussione, confortando tutti coloro che all'orizzonte non trovano più punti di riferimento, o al contrario stupendo e deludendo coloro i quali avrebbero preteso dai padri della Repubblica un richiamo a rinserrare le file, uno scatto d'orgoglio in difesa dei vecchi ed immarcescibili ideali. Ma forse il dato più interessante e coinvolgente di gran parte di questi testi è ancora un altro, strettamente legato a questo e più profondamente significativo: ossia la pregnanza e l'intensità con cui molti di questi autori sono riusciti a descrivere, o meglio, a raccontare, con quel tanto di affabulazione necessaria, la vita italiana di questo secolo, i tempi, i luoghi, le vicende di un popolo. Il che da un po' di tempo pare non essere più una prerogativa riservata agli autori ITALIA '95 9 di romanzi; è infatti proprio in opere in apparenza strettamente rievocative che spesso oggi si hanno i migliori risultati narrativi, che scaturiscono dal!' agonistico scontro-incontro tra storia e storie preesistenti e libera invenzione, tra la necessità di non debordare, di non fuoriuscire dalla via stretta e dai confini indotti della storia e la tentazione di una rilettura del vissuto più libera, più incline ali' ipotetico e, in alcuni casi, al fantastico, e comunque più disposta a una rivisitazione del passato sgombra da intralci cautelativi e da reticenze di circostanza. Da questo fitto bosco memorialistico peschiamo quattro titoli che ci sembrano nel loro insieme assai significativi, poiché rappresentano uno specchio credibile della complessa varietà di temi affrontati (e delle diverse angolazioni - ideologiche, etiche, politiche, ecc. - con cui gli stessi vengono analizzati) e insieme delle tracce esistenziali comuni che emergono dalle pagine di queste numerose autobiografie. I libri in questione sono Il Cavallo e la Torre di Vittorio Foa, Lettere a Marta di Antonio Giolitti, Il provinciale di Giorgio Bocca e Fedele alle amicizie di Geno Pampaloni. Su un piano prettamente espositivo ed espressivo i quattro libri presentano delle sostanziali differenze, ma in tutti si riscontra una comune sovrapposizione di piani narrativi: un continuo intreccio di memorie personali e storia collettiva, di confessioni intimistiche e di riflessioni politiche di curiosità spicciole e di situazioni ufficiali. Un dato comune questo fitto intreccio di temi, di stati d'animo, di impressioni, dicevamo, che però si esprime in forme estremamente diverse. Del resto l'autobiografia è il genere letterario che per eccellenza si presta a contaminazioni, offrendo un quadro assai vario, in cui si possono incontrare e confondere più o meno legittimamente le più diverse soluzioni formali. L'autobiografo, infatti, può indossare le vesti del diarista, del romanziere, del memorialista, dello storico, del saggista, a seconda di come intenda recuperare le diverse esperienze del suo passato. Il prevalere di uno o più registri stilisticonarrativi su altri è determinato, quindi, non solo dalle diverse qualità letterarie che ogni autore possiede, ma anche dal tipo di selezione che la memoria compie nell'inventario delle esperienze vissute. Ci sono autori che sono mossi principalmente da un interesse di carattere storico e decidono di rileggere la loro vita attraverso la ricostruzione degli eventi pubblici che li hanno visti coinvolti da spettatori o da protagonisti; ce ne sono altri che, viceversa, intendono parlare di sé e delle proprie esperienze in una prospettiva privata ed intima. In entrambi i casi, che comunque rappresentano due estremi tra le varie soluzioni intermedie che il genere autobiografico contempla, non vi può quasi mai essere un'assoluta unidimensionalità. In misura magari attenuata sussiste sempre una sorta di contaminazione tra i due piani. Ciò risulta evidente anche dalla lettura di questi libri. Ai due estremi si collocano le opere di Pampaloni e Giolitti. Il primo è più incline a privilegiare i momenti intimi, privati, o comunque episodi marginali, piccoli affreschi autobiografici ricchi di esemplarità, che nel loro insieme disegnano il ritratto del popolo dell'eterna provincia italiana, lontano dai grandi eventi. Un racconto di un'epica quotidiana e antieroica, in cui il patetismo (sempre in agguato) e il bozzettismo sono sempre corretti da un senso molto drammatico, o molto umoristico, delle cose. li gusto di narrare fine a se stesso si incontra felicemente con la necessità di esprimere le proprie convinzioni sul mondo e sugli uomini. Un libro con una forte connotazione romanzesca: è letteratura in senso pieno. Giolitti, viceversa, predilige una prosa più neutra, adatta a descrivere e a riflettere quasi esclusivamente su fatti storici e politici, su eventi pubblici ufficiali. li suo è uno stile cronachistico,

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