Linea d'ombra - anno XIII - n. 102 - marzo 1995

Marzo199S Numero102 Ure9000 mensile di storie, immagini, discussioni e spettacolo __..,dr•:• :~)-. ,.,:"+:'----

"RICONOSCENDO L ORMDEICHCI lHAPRECEDUTO SIVA VA. .. --...... ~,.~1•"\~ "'J(S ,. T'· I~ vn A:>::f. ~ ,.,s,léj o. \ o: . -Ja :~wa ·Y . . r ,

FINCHSIÉSCORIGNENANAZNIOUI NA Abbonarsi è unasceltacheassicur/'aindipendenzaLinead'ombrae ai lettori stessi. Ed è ancheunasceltaconveniente: UNLIBRAOSCB.TA CarmelBoene ABOCCAPERTA LuisBuiiuel I FIGLDI ELLVAIOLENZA HeinricBh611 LEZIONFIRANCOFORTESI GuntheArnders I MORTDI.ISCORSUOLLTEREGUERRE MONDIALI ArnoSchmidt ILLEVIATAsNeOguitoda TINAODELLIAMMORTALITA' IVANTAGGI 1.Risparmdiio L. 20.000sull'attuaplerezzodicopertina. 2.Bloccdoelprezzdoi copertina. 3. Scontdoel20%suinumerai rretrati. 4.Scontdoel20%suvi olumdi ellacollana "ApertureE",dizionLi nead'ombra. 5. Tremesdi iabbonamengtroatuitos:e infattci isegnalaitlenomediunamicogli manderemuonacopiaomaggiodella rivistaS. esiabbonaprolungheremdio3 mesiilvostroabbonamento. o~ ~IBLIOTECA GINOBIANCO N * O SÌs, ottoscrivo unabbonamenatonnuale(11numerai/ Linead'ombraperunimportototaledi L.85.000. Scelgo (salvo esaurito/ inomaggio il volume: O A8OCCAPERTA o IFIGLDI ELLVAIOLENZA o LEZIONFIRANCOFORTESI o IMORTDI.ISCORSUOLLTERE GUERRMEONDIALI O ILLEVIATANseOguitoda TINAODELLIAMMORTALITA' Segnalo unamicointeressaatoricevere unacopiaomaggiodi Linead'ombra (incasodi rispostaffermativparolungherete di 3mesil mioabbonamento/. NOME__________ _ COGNOM_E_______ _ INDIRIZZ_O________ _ _______ CA_P__ _ CITT_À_________ _ NOME________________ _ COGNOM__E_____________ _ INDIRIZZ_O______________ _ _____________ CAP____ _ CITT_À_______________ _ Indico lamodalitdàipagament(osenzaggiuntadispespeostali/. O Assegn(obancariopostalne. __________ _ banca______________ inbustachiusa/ O Awenutoversamenstoulc/cpostalne.5414020i7ntestataoLinead'ombra O Vi autorizzaodaddebitarmlaicifradi L. 85.000sucartadicredito O CartaSi O Visa O Mastercard O Eurocard I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I N. SCAD. INTESTAT_A_A_____________ _ FIRMA____________ _ " LINEAD'OMBRAV,IAGAFFURI4O, 20124MILANO.POTETMEANDARAENCHEUNFAXAL02-6691299 _ 0

Lev N. Tolstoj DENAROFALSO Un racconto-pamphlet sulla potenza corruttrice del denaro. Lire 12.000 Aldo Capitini LETECNICHEDELLANONVIOLENZA Lire 12.000 "Voices" GLISCRITTORIE LA POLITICA NordeSud,EsteOvest, GuerraePace. Neparlano:Boll, Chomsky, Eco, Gordimer, Grass, Hall, Halliday, Konrad, Rushdie, Sontag, Thompson, Vonnegut. Lire 12.000 GiintherAndersIMORTI.DISCORSOSULLETREGUERRE MONDIALI. Lire 12.000 Albrecht Goes LAVITTIMA Cristiani ed Ebrei aJ tempo di Hitler. Lire 12.000 APROPOSITODEICOMUNISTI A. Berardinelli, G. Bettin, L. Bobbio, M. Flores, G. Fofi, P. Giacchè, G. Lerner, L. Manconi, M. Sinibaldi,con il Piccolo Manifesto di Elsa Morante. Lire 12.000 Heinrich Boli LEZIONIFRANCOFORTESI Poetica e morale, cultura e società. Lire 12.000 "Voices 2" IL DISAGIODELLAMODERNITÀ Amis, Beli, Bellow,Briefs,Castoriadis,Dahrendorf,Galtung,Gellner,Giddens, lgnatieff, Kolakowski, Lasch, Paz, Rothschild, Taylor, Touraine, Wallerstein. Lire 12.000 Arno Schmidt IL LEVIATANO seguitoda TINAO DELLA IMMORTALITÀ. A cura di Maria Teresa Mandatari. Lire 12.000 Francesco Ciafaloni KANTE I PASTORI Identità e memoria, campagna e città, ieri e oggi, Italia e America, destra e sinistra. Lire 12.000 UN LINGUAGGIOUNIVERSALE Le interviste di "Linea d'ombra" con gli scrittoridi lingua inglese: Ballard, Barnes, lshiguro, Kureishi, McEwan, Rushdie, Swift (Gran Bretagna), Banville (Irlanda), Gallant, lgnatieff, Ondaatje (Canada), Breytenbach, Coetzee, Gordimer, Soyinka (Africa), Desai, Ghosh (India), Frame (Nuova Zelanda). Lire 15.000 VIOLENZAO NONVIOLENZA Engels, Tolstoj, Gandhi, Benjamin, Weil, Bonhoeffer, Caffi, Capitini, Fanon, Mazzolari, Arendt, Bobbio, Anders. Lire 15.000 Marco Lombardo Radice UNA CONCRETISSIMAUTOPIA Lavoropsichiatricoe politica. Lire 12.000 TRADUEOCEANI Le interviste di "Linea d'ombra" con gli scrittori statunitensi: Barth, Bellow, Carver, De Lilla, ,: Doctorow, Ford, Gass, Highsmith, Morrison, Ozick, H. Roth, Singer, Vonnegut. Lire 15.000 Riccardo Bauer LA GUERRA NON HA FUTURO Saggi di educazione alla pace: le tattiche e le strategie, le tecniche e gli strumenti per costruire insieme un mondo meno intollerante. A cura di Arturo Colombo e Franco Mereghetti. pp.128, Lire 12.000 Salman Rushdie ILMAGODIOZ Un grande scrittore analizza e discute un classico del cinema musicale e fiabesco. pp. 96, Lire 12.000 SorenKierkegaard BREVIARIO L'etico, l'estetico, il religioso: alle origini dell'esistenzialismo. A cura di Max Bense. pp. 96, Lire 12.000 PER ELSA MORANTE La narrativa, la poesia e le idee di uno dei maggiori scrittori del '900. Parlano: Agamben, Berardinelli, Bettin, Bompiani, D'Angeli, Ferroni, Garbali, Leone/li, Lollesgaard, Magrini, Onofri, Pontremoli, Ramondino, Rosa, Scarpa, Serpa, Sinibaldi. pp. 272, Lire 15.000 SCRITTORI PER UN SECOLO 151 fotoritratti e 104 fotografie di contesto storico e biografico a cura di Goffredo Fofi e Giovanni Giovannetti. pp. 338, Lire 18.000 Aldo Palazzeschi DUE IMPERI ... MANCA TI. Una dura requisitoria contro la guerra, da parte di un poeta reduce dalla prima guerra mondiale. pp. 192, Lire 15.000 Diane Weill-Ménard VITA E TEMPI DI GIOVANNI PIRELLI La biografia di un intellettuale atipico: i suoi dilemmi e le sue scelte politiche e culturali. pp. 192, Lire 15.000 Gaetano Sa/vernini I PARTITI POLITICI MILANESI NEL SECOLO XIX. I saggi e gli interventi di un grande storico '-..._.,,

Direzione: Paolo Bertinetti, Roberta Mazzanti, Santina Mobiglia, Alberto Rollo. Direzione editoriale: Lia Sacerdote. Direttore responsabile: Goffredo Foti. Gruppo redazionale: Mario Barenghi, Alfonso Berardinelli, Gianfranco Betfin, Francesco Binni, Marisa Bulgheroni, Gianni Canova, Marisa Caramella, Grazia Cherchi, Riccardo Duranti, Bruno Falcetto, Marcello Flores, Fabio Gambaro, Piergiorgio Giacchè, Filippo La Porta, Gad Lerner, Marcello Lorrai, Luigi Manconi, Danilo Manera, Bruno Mari, Paolo Mereghetti, Maria Nadotti, Marco Nifantani, Oreste Pivetta, Giuseppe Pontremoli, Fabio Rodrfguez Amaya, Marino Sinjbaldi, Paola Splendore, Emanuele Vinassa de Regny. Collaboratori: Damiano D. Abeni, Adelina Aletti, Chiara Allegra, Enrico Alleva, Livia Apa, Guido Armellini, Giancarlo Ascari, Fabrizio Bagatti, Laura Balbo, Alessandro Baricco, Matteo Bellinelli, Stefano Benni, Andrea Berrini, Giorgio Bert, Lanfranco Binni, Luigi Bobbio, Norberto Bobbio, Marilla Boffito, Giacomo Borella, Franco Brioschi, Giovanna Calabrò, Silvia Calamandrei, Isabella Camera d'Afflitto, Rocco Carbone, Caterina Carpinato, Bruno Cartosio, Cesare Cases, Francesco M. Cataluccio, Alberto Cavaglion, Roberto Cazzola, Francesco Ciafaloni, Luca Clerici, Pino Corrias, Vincenzo Consolo, Vincenzo Cottinelli, Alberto Cristofori, Mario Cuminetti, Peppo Delconte, Roberto Delera, Stefano De Matteis, Carla de Petris, Piera Detassis, Vittorio Dini., Carlo Donolo, Edo11rtlo Esposito, Saverio Esposito, Giorgio Ferrari, Maria Ferretti, Ernesto Fra11co,Guido Franzinetti, Giancarlo Gaeta, Alberto Gallas, Nicola Gallerano, Giovanni Galli, Roberto Gatti, Filippo Gentiloni, Gabriella Giannachi, Giovanni Giovannetti, Paolo Giovannetti, Giovanni Gi.udici, Bianca Guidetti Serra, Giovanni Jervis, Roberto Koch, Stefano Levi della Torre, Mimmo Lombezzi, Maria Maderna, Maria Teresa Mandalari, Edoarda Masi, Roberto Menin, Renata Molinari, Diego Mormorio, Antonello Negri, Grazia Neri, Luisa Orelli, Maria Teresa Orsi, Armando Pajalich, Pia Pera, Silvio Perrella, Cesare Pianciola, Guido Pigni, Giovanni Pillonca, Pietro Polito, Giuliano Pontara, Sandro Portelli, Dario Puccini, Fabrizia Ramondino, Michele Ranchetti, Marco Restelli, Marco Revelli, Alessandra Riccio, Paolo Rosa, Roberto Rossi, Gian Enrico Rusconi, Nanni Salio, Luigi Sampietro, Paolo Scarnecchia, Domenico Scarpa, Maria Schiavo, Franco Serra, Francesco Sisci, Joaqufn Sokolowicz, Paolo Soraci, Piero Spila, Antonella Tarpino, Fabio Terragni, Alessandro Triulzi, Gianni Turchetta, Federico Varese, Bruno Ventavoli, Tullio Vinay, Itala Vivan, Gianni Volpi. Progetto grafico: Andrea Rauch Impaginazione: GRAAF/Como Pubblicità: Miriam Corradi Esteri: Pinuccia Ferrari Abbonamenti: Daniela Pignatiello Amministrazione: Patrizia Brogi Hanno contribuito alla preparazione di questo numero: Annelisa Addolorato, Giovanna Busacca, Paola Concari, Victoria Damjanj, Brigida Messina, Michele Neri, Andrea Rosso, Marco Antonio Sannella, Barbara Verduci, le agenzie fotografiche Contrasto, Effigie e Grazia Neri. Editore: Linea d'ombra Edizioni srl - Via Gaffurio 4 20124 Milano Te!. 02/6691132. Fax: 6691299 Distrib. edicole Messaggerie Periodici SpA aderente A.D.N. - Via Famagosta 75 - Milano Te!. 02/8467545-8464950 Distrib. librerie POE - Via Tevere 54 - 50019 Sesto Fiorentino - Te!. 055/301371 Stampa Litouric sas - Via Rossini 30 - Trezzano SIN LINEA D'OMBRA Iscritta al tribunale di Milano in data 18.5.87 al n. 393. Direttore responsabile: Goffredo Fofi Spedizione in Abbonamento Postale 50% LINEA D'OMBRA anno Xlii marzo 1995 numero 102 IL CONTESTO 4 Marcello Flores 6 Piergiorgio Giacchè 8 Gianfranco Bettin 9 Massimo Bran 13 Mimmo Càndito 18 Carlo Freccero CONFRONTI 22 Alberto Rollo 26 Tiziano Scarpa 29 Nicola Bottiglieri 34 Marisa. Caramella 42 Pia Pera 43 Paolo Bertinetti 46 57 Vittorio Giacopini 62 Pier Cesare Bori INCONTRI 36 Henry Bauchau 40 Shawqi Baghdadi POESIA 55 Sitakant Mahapatra STORIE 50 Pira Sudham 53 Hama Turna 68 Asar Eppel' 71 Janet Frame La costruzione del nemico "Non abbiate paura" Besame Mucho, di Enrico Deaglio Padri della Patria. Foa, Giolitti, Pampaloni e Bocca: raccontarsi a una certa età Dove vanno i media? L'inviato speciale. Una specie in via d'estinzione ·incontro con Paolo Bertinetti La marmellata catodica incontro con Fabio Gambaro La spirale dell'ironia e il cuore in cattedra Cyberpunk e vecchi merletti (miei) Ariel contro Calibano. Il mito Che Guevara Il colore delle parole . L'inferno di Kolima. I racconti di VarlamvSalamov La Nigeria di Chinua Achebe Il primo romanzo di Raja Rao Amsterdam-Sarajevo. Tolleranza e democrazia in fohn Rawls In spirito e verità. Tolstoj, Cristo e la samaritana -------,_-....,.,,---~- La strada, il mito, lo zen a cura di Fabio Gambaro Dopo la schiuma una sana tempesta a cura di Isabella Camera d'Afflitto Sulla strada di Mathura ... a cura di Ileana Citaristi Le piogge a cura di Silvia Padrone Vendetta Camicie nere alla Casa Bianca Due racconti La copertina di questo numero è di Gianluigi Toccafondo Abbonamento annuale: ITALIA L. 85.000, ESTERO L. 100.000 a mezzo assegno bancario o c/c postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra o tramite carta di credito SI (si veda il tagliando a pagina 2). I manoscriui non vengono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. Dei testi di cui non siamo in grado di rintracciare gli aventi dirillo, ci dichiariamo pronti a ottemperare agli obblighi relativi.

4 ITALIA'95 LACOSTRUZIONEDELNEMICO MarcelloFlores L'idea del nemico è un concetto cruciale della modernità. Numerose sono state le speculazioni filosofiche e le riflessioni politiche e strategiche che si sono avute in proposito e ognuno potrà· attingere dai propri ideologi preferiti la definizione più convincente e utile. E tuttavia nella Grande Guerra, come ha raccontato Paul Fussell nel suo originalissimo saggio che compie oggi vent'anni (La Grande Guerra e la memoria moderna, ed.orig. 1975, trad. ital. Il Mulino, 1984), che si afferma e generalizza questa dicotomizzazione, che diventa un permanente abito mentale dell'età moderna. La contrapposizione tra noi e l'altro si radica nella memoria e nella coscienza dei popoli d'Europa in modo nuovo e diffuso proprio a partire dal 1914. È una contrapposizione che contiene in sé gli elementi del!' alterità e del!' odio, tra loro intrecciati e graduati in una gamma che varia a seconda della geografia, della classe sociale, della cultura, e non sempre in ordine omogeneo e crescente. Il nemico è spesso misterioso, invisibile, impenetrabile; ma può anche diventare estremamente concreto e minaccioso: ma sempre diverso, mostruoso, non umano, impostore. La sua presenza, comunque, è certa e favorisce la nascita di quell'atteggiamento contro che troverà ampia espressione perfino sul piano lessicale. La definizione di sé a partire dalla Grande Guerra privilegerà spesso il momento anti rispetto a un'identificazione positiva, perfino quando essa esiste ed è forte. La concezione del nemico è accompagnata da un'idea binaria della storia e della vita, che si imprime nella coscienza collettiva come una sorta di programma genetico. La sua forza è tale che ne discendono, spesso inavvertitamente e inconsapevolmente, dei corollari su cui non ci si interroga più, ma che si praticano. In questa immaginazione semplificata, naturalmente, trova spazio anche l'identificazione, la.solidarietà, la giustificazione nei riguardi di noi, dei comportamenti nostri e dei nostri amici. Quest'idea del nemico non nasce dalla guerra mondiale, anche se è iì che trova la sua espressione e il concime che la farà crescere: l'odio nazionale, razziale, di classe aveva già abbondantemente alimentato gli spiriti per tutto l'Ottocento. Nel passaggio dalla guerra alla pace, tuttavia, quest'idea si consolida e diversifica, si radicalizza al punto di sollecitare in quasi tutta Europa una guerra civile: strisciante come in Italia e Francia, aperta come in Germania e Ungheria. Ed è una guerra civile che vede spesso contrapposti due popoli, con le vecchie classi dirigenti sullo sfondo in trepidante e cinica attesa. Una ricostruzione postbellica così conflittuale è accompagnata e a sua volta esaspera il carattere ideologico che giustifica e concettualizza lo scontro. L'ideologia è l'abito moderno che indossano ribellioni che hanno ancora tanto in comune, se se ne osservano i comportamenti empirici, con le jacquerie contadine o con i tumulti urbani; ed è un'ideologia che sembra spesso discendere da una mentalità complottarda e cospiratoria che aveva ridotto il "nemico" a un'entità fisica o simbolica di facile individuazione e neutralizzazione. Una volta recepita e introiettata dalle masse, però, l'ideologia non trova più solo alimento dalla realtà ma dalla sua stessa esistenza. Nell'epoca tra le due guerre l'esistenza del nemico e l'ideologia dell' anti si alimentano a vicenda: il fascismo esiste, il comunismo si è affermato, il nazismo ha trionfato non solo nell'immaginazione, nel desiderio e nella paura, ma nella concretezza di paesi ben reali. È il periodo in cui la concezione del nemico trova la sua maggiore giustificazione, anche se quest'ultima produrrà una mutazione profonda pur se poco visibile nelle ideologie dell'inizio del secolo. Con la seconda guerra mondiale si assiste all'identificazione e alla simbiosi tra la percezione della realtà e la realtà stessa, alla sovrapposizione tra il nemico in carne e ossa e l'ideologia del contro, allo sciogliersi apparente dell'ideologia nella cronaca tragica della guerra. Il nemico, tuttavia, non muore con la fine dei tremendi massacri del 1939-45, non viene individuato e quindi dimenticato nei "vinti" di quella tragica esperienza collettiva. Il nemico diventa adesso astratta ideologia, concezione universalistica e finalistica della storia, sotto veste sempre ecomunque di crociata, sia pure con bandiere diverse. Dall'ideologia concretizzata in regimi, uomini, popoli, dittature degli anni Trenta all'astrazione ideologica di un nemico che non si può e non si osa neppure colpire nel timore di morire con esso degli anni della guerra fredda e della paura atomica. Il nemico c'è sempre e sembra sempre più ostile, furbo, malvagio. Il secondo dopoguerra sembra caratterizzato dall'incapacità di spogliarsi dell'odio che era sorto e si era alimentato con la guerra, dalla volontà di procrastinarlo, di aggrapparcisi come àncora di sicurezza, come segno di vitalità. Non è tanto la scarsità dei beni disponibili, la miseria diffusa, a reggere e alimentare questa prosecuzione dell'odio, ché anzi essa provoca sacche non piccole di solidarietà e fratellanza; ma il bisogno del nemico, che l'ideologia è pronta a soddisfare individuandolo con certezza e senza tentennamenti soprattutto dove non c'è. Da cosa nasca questo bisogno, se sia connaturato alla società di massa e alla modernizzazione, se sia un corollario ineliminabile della democrazia e dell'ingresso in essa del popolo si discute e si discuterà ancora. Quel che è certo è che esiste, e che non scompare con la crescita economica, la diffusione del benessere, l'acculturazione di folle prima escluse dal sapere e dall'informazione. Pace e benessere non hanno sconfitto paura e insicurezza neppure nel paese che, dal dopoguerra, domina il mondo. Gli Stati Uniti sembrano pronti più di altri, proprio quando il loro modello può lanciare la sfida per la conquista dell'occidente e poi del mondo intero, a inventarsi nemici, costruirseli, a creare minacce pericolose e inquietanti. Non è forse L'invasione degli ultracorpi uno dei film più tipici e rappresentativi della guerra fredda? Nel corso della guerra fredda gli americani sembrano sopraffatti dalla paura: di essere spiati, di essere traditi, dei comunisti, dei gialli, dei neri, degli omosessuali, degli ebrei. In parte è paura ancestrale, la paura dell'altro tipica, paradossalmente, di una nazione che mescola etnie e culture come nessun'altra. Ma in parte è paura indotta dall'alto, dalle autorità, per ottenere consenso o prevalere sull'avversario interno, per demagogia e strumentalizzazione, per imporre un'omogeneizzazione sociale e culturale al livello più basso. Chi spinge il dibattito sulla strada della volgarità, dell'ignoranza, della menzogna, sa per certo che in tal modo costringerà gli avversari a ribattere, accettando così il terreno voluto. Un maestro di questo comportamento fu il senatore McCarthy, che dette nome a un intero lustro e che è rimasto sinonimo di

McCarthy con alcuni collaboratori in uno foto del 1954. "caccia alle streghe" come Quisling lo è stato di "traditore/collaborazionista". La grande intuizione di McCarthy non fu solo quella di capire che i suoi concittadini erano pronti a seguirlo sulla strada del più becero anticomunismo (erano già in molti che lo avevano capito e ne avevano approfittato); fu soprattutto quella di utilizzare la stampa e la televisione come efficace eco e amplificazione delle proprie sempre più assurde accuse e campagne propagandistiche. Fu solo quando la stella del senatore del Wisconsin cominciò a vacillare - per merito di pilastri dell'establishment come l'esercito e il presidente- che la stampa e la televisione dettero il loro immediato e decisivo contributo al crollo di quel mito minaccioso e pericoloso che aveva impaurito e ridotto al silenzio, o alla collaborazione, i democratici e i liberali. McCarthy, che era ignorante ma certo non stupido, nei giorni del suo trionfo riuscì perfino a irridere quella parte dei media che lo aveva attaccato e che continuava a mostrarglisi ostile. Una volta tanto non definì più i giornalisti del campo avverso come criptocomunisti, radical-chic, utili idioti, culturame sovversivo e pericoloso: insinuò che fossero affetti da fobofilia, da amore per il nemico; e che non potessero più vivere, scrivere, pubblicare senza attaccarlo, senza averlo sempre davanti, senza parlare di lui anche quando non c'era nulla da dire. Ognuno può stabilire quanto queste rapide annotazioni di carattere storico possano significare qualcosa anche per ciò che accade oggi in Italia. Certo in forma di farsa, e non in quella tragica del!' America dei primi anni Cinquanta. È un fatto, tuttaITALIA '95 S via, che la "cultura" mediatica italiana, non certo la tecnica e il linguaggio, sembra troppo spesso vicina a quel modello lontano. Berlusconi ha potuto "inventare", riscuotendo consensi, la favola dei comunisti ancora pericolosi e ancora al potere; ma la "costruzione" di Berlusconi come Nemico, e quindi anche come Protagonista, è in gran parte opera, se non in tutto, delle forze che gli si sono opposte. La concezione del nemico sembra aver preso posto definitivamente nella politica italiana, con tutto ciò che si porta dietro in termini di voglia di assoluto, di rivalsa, di spoliazione, di bottino, di giustizialismo, di retroattività. È una concezione che, non avendo più la corazza ideologica dietro cui ripararsi, appare in tutta la sua sconcezza. È una concezione che crea sospetto, inventa traditori, scopre spie, smaschera quinte colonne; e che è il surrogato, per un potere urbano dinamico e postmoderno, di ciò che era il controllo sociale nell'immobile e conservatrice società contadina. È quindi qualcosa di estraneo e nemico della democrazia. Come illuminano tragicamente gli avvenimenti da cui non riusciamo a trarre alcun insegnamento, si chiamino Bosnia o Cecenia, Algeria o Somalia. A volte, nel passato, per mettere in crisi questa concezione e cultura del nemico è stato sufficiente che una parte, in genere quella moralmente più adatta, si ritraesse dal gioco. Costruirsi i nemici ha sempre voluto dire non aver tempo e voglia di individuare e combattere gli ostacoli reali e i nemici veri che, malauguratamente, esistono. Non sarà il caso di porci attenzione anche a costo di perdere, probabilmente solo per poco, parte di quell'audience con cui ormai si misura la democrazia?

6 ITALIA'95 11 NON ABBIATEPAURA" PiergiorgioGiacché Non c'è bisogno di essere psicologi per capire che la "paura dell'altro" non esiste più da tempo. È una bugia e un alibi con cui si suole di tanto in tanto spiegare l'aggressione allo stadio, il raid razzista, l'emarginazione e la derisione verso i diversi. Tutti sport che si praticano invece con disinvoltura e senza più grandi coinvolgimenti, per guadagnare magari il brivido della sensazione ma senza sfiorare affatto il sentimento. E se il sentimento non c'entra, non sarà dunque "la cultura dell'odio" quella che spinge un giovane del Milan ad accoltellare un ragazzo del Genoa, ma più una banale e meccanica subcultura della guerra: e la guerra - almeno per ora e almeno qui da noi - è una specie di gioco che, se forzato dal caso, finisce per farci compiere azioni anche cruente senza che ci si senta responsabili. Colpevoli sì, ma chi non è peccatore? Responsabil" no, nel senso che il gesto esagerato e l'esito tragico non erano previsti e sono stati registrati (e forse anche vissuti) alla stregua di uno sciagurato incidente. Non era premeditato e dunque non era voluto. Og'iii tifoso, di qualsiasi curva sia, capisce benissimo che non c'è niente da capire: è successo e basta e "non deve succedere" più (c'era scritto negli striscioni, appesi al vento negli stadi come preghiere buddiste). Ci si può accordare sul fatto di lasciare a casa almeno i coltelli e di ricorrere soltanto ai cazzotti. Ci si può ripromettere soltanto di vigilare su noi stessi: gli "altri" non c'entrano affatto nello scontro fra le due parti, le due fazioni, i due quartieri in cui ci si trova divisi in tempo di festa. La rissa è il residuo e il bisogno di una rituale guerra civile (in tutti i sensi) che prende più spazio e senso nei momenti e nei luoghi in cui si riduce quello che siamo abituati a chiamare civiltà. Così, anche fuori dello stadio, dentro la cattiveria di pochi, come dietro la rassegnata mitezza dei più, la più grande e motivata paura è quella verso il "prossimo tuo", nel senso letterale del vicino di posto, del simile se non dell'uguale. Ancora una volta non è una questione di odio - anche se è certo che sono pochissimi quelli che il prossimo Io amano. È soltanto stata abrogata all'improvviso la norma di una fredda e pacata indifferenza ed è subentrata la regola di una altrettanto fredda ma più nervosa ostilità. Anche scendendo in politica (ormai si può dire soltanto così, giacché a salire la politica non la si trova più), il cambiamento culturale più vistoso prodotto da quest'annata di destra sembra proprio quello di una accresciuta e provocata ostilità: a usare termini forti, ma non impropri, si potrebbe dire che il mutamento più grande del clima politico consiste nelì 'accettazione e perfino nella propaganda della "guerra" come la nuova e nemmeno troppo spiacevole regola del vivere sociale. Non che la vittoria della destra stia all'origine di questa trasformazione, ma questa trasformazione ha però contribuito al suo successo. Non si tratta della solita demonizzazione: il fatto è che, "in tempo di guerra", è la destra la parte che interpreta meglio il potere e che dunque può suggerire a tutti i comportamenti più pratici o più convenienti. Il militarismo o il passato fascista c'entrano poco: c'entra magari l'ammirazione per la forza e il rispetto per la ci.eca e dunque giusta libertà del mercato: c'entra il fatto che pur non chiamandosi mai progressista, la destra è più affascinata dalla novità e dalla tecnologia, più aperta verso l'avventura del futuro, più fiduciosa nell'identità e nelle possibilità dell'uomo. La sinistra cerca l'uomo nuovo, mentre la destra sembra accontentarsi e inorgoglirsi di quello che già c'è. Diciamo destra così, tanto per dire, perché in realtà si sta come al solito parlando di un'esperienza ancora non sedimentata, caratterizzata dalla presenza teleossessiva di un leader insolito, ben rappresentato ma non per questo davvero rappresentativo di una parte così importante del dibattito e della storia politica di una nazione. Quello che è certo è che la sua composta modernità non è in contraddizione con il clima retrò che la destra "all'italiana" sembra preferire, fatto di facili abiti e ambienti da anni Cinquanta. Fatto di ritorni al De Gasperi - pensiero e ali 'Italia delle canzonette e delle lotterie, perfino con la madonna che piange, "su e giù per l'Italia". Ma soprattutto fatto della riscoperta esaltante della gente - termine che è uscito dalla sua antica genericità e neutralità per diventare il protagonista indiretto e inconsapevole di ogni scelta, dacché appunto la gente viene continuamente interpellata e dunque sovrastimata dalla democrazia giornalistica e giornaliera del dacci oggi il nostro sondaggio quotidiano. Intanto, a sinistra, lapaura inconfessabile eppure insopprimibile è proprio quella che si ha nei confronti della Gente. C'è chi la chiama Opinione Pubblica, e chi la misura e la corteggia chiamandola con il suo nuovo nome, Maggioranza. Ma non fraintendiamo: non si tratta di una paura elettorale. Quella sarebbe appena il timore di non conquistare appunto la maggioranza, sarebbe una comprensibile mistura di vile scoraggiamento e di saggia sfiducia davanti all'ipotizzabile o presumibile voto di domani (dopo aver visto l'esito miracoloso dell'exvoto di ieri). Quella sarebbe la paura di una rinnovata vittoria delle destre, con le sue conseguenze deleterie su tutti i fronti: anche e soprattutto su quello che non ci saremmo mai immaginati, dell'impreparazione e dell'incapacità a realizzare le sue stesse promesse. Altro che tecnocrazia, altro che imprenditorialità, altro che privatizzazione ... Mai si è avvertito uno statalismo invadente, un paternalismo lamentoso, un patriottismo sterile e appiccicoso come quello che è risultato dalla sovrabbondante immagine e presenza dei forzisti italiani, degli alleati nazionali e dei nordisti federalisti (che, proprio come nei western, hanno persino fatto parte dell'arrivano i nostri e hanno rotto, momentaneamente, l'assedio). No, la paura vera e inconfessabile è un'altra, ed è destinata a rimanere anche dopo, anche nella felice ipotesi di una vittoria delle sinistre (che nel migliore dei casi sarà una vittoria di un centro ammiccante e benevolo nei confronti della ragionevolezza di Adornato, dell'intelligenza di Bordon, dell'abilità di Segni, dell'acutezza di Ayala, eccetera ...) . In poiitica, i giochi sono forse ancora aperti anche se i giocatori sembrano tutti da rinchiudersi, ma la paura è che al contrario, per quanto riguarda la società e la cultura, i giochi siano chiusi e i giocatori siano implosi nella gente, nell'opinione pubblica, nella maggioranza: termini o corpi collettivi ormai impermeabili, impermeabili al pensiero e al gesto, al dubbio e all'idea. Qualcuno di recente ha cominciato a parlare - e per fortuna a parlar male - della democrazia intesa come "dittatura delle maggioranze", ma il male dell'attuale cultura democratica è proprio l'invenzione della maggioranza e la sua sovrapposizione tanto forzata quanto gratificante sopra i gruppi e gli individui, sopra le articolazioni personali e le contraddizioni della mentalità

e della soggettività collettiva. Davanti alla maggioranza come maschera obbligatoria della vita sociale e come unica regola del gioco della politica, non si può non ammettere di sentirsi diversi e soprattutto divisi. Non si può non sentire anche noi la nostalgia inutile di un clima retrò, magari leggermente avanzato e spostato appunto a sinistra, sui formidabili anni Sessanta. Bei tempi quando il professor Eco ci spiegava che si poteva essere apocalittici o integrati davanti a "Lascia o raddoppia?". Adesso la scelta è drammaticamente la stessa, ma l'integrazione o l'apocalisse sono diventate dimensioni ravvicinate del terzo tipo e riguardano quasi ogni aspetto del fare e dell'esistere. Adesso, si dirà che ancora una volta si preparano tempi difficili, ma si ha la sensazione che potrebbero essere anche tempi orribili. Tempi in cui la divaricazione fra l'aspirazione alla maggioranza e l'identità di minoranza si allarga e si spezza dentro ciascuno di noi, mentre integrati o apocalittici diventano nella realtà sinonimi e si toccano come i poli di un minaccioso arco voltaico. Ma la sinistra è bella perché è varia. Ad esempio c'è anche qualcuno che, irrimediabilmente progressista, non fa che scrivere saggi sull'Elogio del tempo nuovo e ci ha già spiegato che, se Berlusconi non ci fosse stato, si sarebbe dovuto inventarlo, giacché "la discesa di Berlusconi fra gli uomini" ha confortato le più avanzate teorie sui mass media e ci permette di pensare con rinnovato ottimismo a un prossimo futuro, nel quale avverrà - udi te! - "i I passaggio dalla democrazia di massa al la democrazia elettronica". Che sia il solito modo intellettuale di sfuggire alla forbice e di rinviare l'integrazione al domani apocalittico che si sta preparando? In questo caso perfino Alberto Abruzzese avrà certo capito che si tratta di una consolazione risibile e di una conciliazione che equivale a un cortocircuito. Ma forse non se ne è accorto. Quando si studia e si conosce tutto delle comunicazioni di massa salvo la questione del loro potere, è come quando da bambini si imparava tutto sull'elettricità ma si continuava lo stesso a prendere la scossa. UNA CANZONE PERQUESTAITALIA BESAMEMUCHO, DIENRICODEAGLIO Gianfranco Bettin Quando sarà un po' più maturo - tra non molto, si spera - questo paese si vergognerà di quello che ha combinato negli ultimi tempi. Se ne vergognerà una sua cospicua parte, soprattutto, che lo ha combinato con entusiasmo e adesione. Ma anche l'altra parte, quella che ha subìto, dovrebbe un po' avercela con sé per non aver saputo trovare le parole, i gesti, le proposte giuste per resistere adeguatamente. Chi ci ripagherà, comunque, della vergogna di aver fatto vincere a mani basse le elezioni e di aver consegnato il governo e buona parte del potere a uno sfacciato demagogo carico di debiti e di cerone? Come si potrà rimediare al fatto avvilente di aver visto prevalere, nei collegi elettorali di Palermo, un fascista ITALIA '9S 7 Ilario Alpi in uno foto di Isobella Baleno/ Grazio Neri contro Antonino Caponnetto? E, soprattutto, ora, disarcionato Berlusconi ed entrati nella grande vigilia dello scontro forse definitivo per gli assetti politici e di potere dei prossimi anni, come impedire un nuovo trionfo della destra demagoga vorace che abbiamo conosciuto nei mesi scorsi? Primo: capire. Forse è questo che occorre, intanto. Capire nei tempi brevi che sono concessi alla riflessione in una stagione politica incalzante, in una congiuntura economica e in deriva sociale e culturale che possono farsi irrefrenabili e devastanti. Besame mucho, il libro di Enrico Deaglio (Feltrinelli, pp. 167, Lire 20 mila) non è solo un "diario di un anno abbastanza crudele", il 1994 appunto. È anche uno dei primi e più acuti tentativi di ragionare sul caso italiano e di interpretarlo non solo alla luce delle sue manifestazioni politiche ma tenendo anche conto di quanto avviene nelle profondità del Paese Italia (come recita il titolo di un bel libro di Ruggero Romano, pubblicato da Donzelli). Più "a caldo" ci avevano provato Corrias, Gramellini e Maltese ad azzardare analisi e ritratti dell'Italia berlusconizzante e della sinistra masochista e pasticciona, col loro 1994. Colpo grosso (Baldini e Castoldi). Chi l'ha letto ha certo provato un senso di smarrimento e di ripulsa di fronte al paese che vi veniva descritto (con fedeltà e brillante capacità narrativa). Con Besame mucho scendiamo un po' più in profondità nelle viscere e negli umori dell'Italia odierna. Deaglio vi si muove esplorandone i dettagli come le strutture portanti, i nuovi ricchi e i nuovi potenti come i nuovi poveri e i nuovi diseredati, gli indizi seminascosti dei cambiamenti come le plateali mutazioni sotto gli occhi di tutti. È un libro bello e amaro, avvincente e inquietante. C'è un'immagine, sul finire, che forse ne rende più di altre l'umore e il tono. Deaglio è appena uscito dalla casa dei genitori di Ilaria Alpi, la giornalista del TG3 assassinata in Somalia insieme al suo

8 ITALIA'95 operatore Miran Hrovatin perché stava indagando su un traffico di armi, una delle figure belle del libro e dell'Italia di questi anni. Deaglio ha appena saputo del vero contesto e delle vere ragioni di quel delitto, le ha riassunte, ha descritto le forti e straordinarie figure dei genitori di Ilaria, e anche dei colleghi che non hanno mollato la presa delle sue inchieste e le stanno continuando. "Ci vuole energia e tenacia, in queste inchieste" scrive, "Non bisogna lasciarsi scoraggiare. Bisogna sapere aspettare. Ma, non so bene perché, io ero piuttosto demoralizzato (...) Ripensavo a Roma, che in quei giorni di inizio novembre- i giorni dei santi e dei morti - si crogiolava ancora nel sole. Uscito da casa Alpi ero andato a godermelo anch'io, in piazza del Popolo. Quanta gente a passeggio: masse di persone che, se siete tristi, vi possono apparire persino paurose, perii loro languore e la loro volubilità". Ecco, c'è l'Italia, ci sono il sole e le piazze italiane, elementi classici del paesaggio, magari un poco acciaccati e inquinati ma quelli di sempre, rassicuranti, accoglienti. E c'è la gente - la folla spesso volubile e ignava, che s'intuisce pronta a seguire anche i cattivi sentimenti e le ambizioni più sbagliate, a farsi sedurre da quell'omino di burro che promette di condurla nel Paese dei Balocchi di cui parla Deaglio, traendo l'immagine da Pinocchio (secondo un suggerimento di Alfonso Berardinelli). Nel libro di Deaglio viene colto il momento in cui questa folla si fa elettorato, schieramento, e trova in Berlusconi e nella sua azienda-partito un leader e un'organizzazione. Ma ne viene narrata anche la formazione in quanto opinione pubblica~ nel modificarsi degli atteggiamenti, dei valori, delle attese. È un'Italia esacerbata, a volte incattivita quella che esce .da queste pagine. Ci sono i bambini che si sfottono a vicenda chiamandosi "mongolo, mongoloide". Ci sono coloro che gioiscono perché finalmente a quelli del pool Mani Pulite si sta mettendo la mordacchia (il giorno in cui esce sulla Gazzetta Ufficiale il decreto Biondi, venerdì 15 luglio, Deaglio è a Catania e descrive la gioia di chi difende gli inquisiti eccellenti: "Hanno tanti clienti che stanno per uscire e quindi sono venuti alla Procura a 'incassare'. Hanno fretta, un po' di malizia negli occhi. È girato il vento finalmente"). C'è la politica, tra la barzelletta e lo psicodramma: "È vero che siamo diversi. La tragedia rimane limitata, spesso si stempera in farsa. Da noi è tutto un circo equestre, in questo settembre 1994, Bossi gioca a fare il Popolo. Fini a fare il fascista buono. Irene Pivetti si sforza di essere integralista, ma subito la chiamano Vandea Osiris. Il giudice Di Pietro ha parlato all 'UniversitàStatale di Milano, dicendo che siamo sull'orlo del baratro. Non è successo niente". Ci sono ragazzi normali del profondo nord, i coetanei di Pietro Maso, quelli che tirano le pietre dai viadotti - e le loro vittime innocenti, come MonicaZanotti che passava per caso sotto uno di quei viadotti col fidanzato. C'è la loro provincia ricca e ottusa, velleitaria ed egoista, terra ingrata per gli immigrati e supermarket del sesso (miraggio e inferno di viados, trans e ordinarie prostitute di ogni latitudine alle quali il formarsi di una nuova domanda di "trasgressori", una nuova voracità sessuale, garantisce clienti e papponi). C'è il Nord che lavora troppo e il Sud disoccupato o occupato nei rami illeciti, e c'è lo strano equilibrio del centroltalia,edonistico senza trivialità, egoista e solidale a un tempo, forse la vera zona in cui si combatterà la battaglia decisiva per il prevalere delle priorità e degli orientamenti di fondo dei prossimi anni. E ci sono le angosce e le inquietudini di chi non si sente troppo bene, e anzi a volte sta decisamente male, in questa Italia, come la famiglia che Deaglio incontra in treno - una coppia con una figlia: sono loro che cantano Besame mucho: è la donna, una signora matura ma giovanile, a sentirsi depressa, a essere appena uscita da un consulto presso un Grande Clinico che cura i pazienti col Prozac (uno psicofarmaco vendutissimo, "una specie di Berlusconi chimico" nota Deaglio). È un'Italia triste e impasticcata gran consumatrice di sogni a buon mercato e di farmaci carissimi. Ne parlava già Paolo Volponi, in una pagina di Le mosche del capitale, descrivendone il sonno sedato, artificialmente prodotto dalle pillole. In alcune pagine del libro di Deaglio c'è appunto la forza di certe visioni letterarie evocate solo da pochi scrittori di questi anni (e più di tutti forse proprio da Volponi). Deaglio indica spesso tra i propri modelli alcuni scrittori, o giornalisti-scrittori, non italiani, a cominciare da Truman Capote. Ma nelle sue pagine in realtà scorre tanta prosa, compaiono tante immagini e vive una sensibilità, che hanno contraddistinto alcuni tra i migliori narratori, senza distinzione di genere, del nostro paese. Besame mucho, ma come già il precedente Raccolto rosso e ancora altri testi più direttamente narrativi di Deaglio, è un libro di forte presa narrativa, un libro di fatti e di personaggi, di spiccata fisionomia politica. Ma anche di alta qualità di scrittura. Si dice che la sinistra sia morta, lo si dice alludendo alla sua scarsa forza, alla scarsa qualità, anche, dei suoi prodotti politici e non. Besame mucho, allora, va controcorrente. È un libro di sinistra, azzardo. Ed è un libro di qualità. Perché aggredisce la demagogia e la cialtronaggine come si deve. Perché rispetta i diversi e i lontani (nel pensiero, nelle opinioni). Perché, narrando, denuncia ingiustizie e sopraffazioni, esclusioni e solitudini vecchie e nuove. Perché, infine, elabora questa materia in un discorso, in una tela che unisce inchiesta e ragionamento, tensione politica e sforzo di scrittura, come si fa nei lavori ben fatti. Azzardo anche che il libro di Deaglio non nasca isolato, eccentrico, nel panorama attuale, che vi siano invece esperienze e iniziative che insistono a cercare, a progettare. Se questo è vero, allora, malgrado le formidabili difficoltà, la sinistra (per un momento tralasciamo le dispute lessicali e andiamo alla sostanza della cosa) non è morta e in campo non c'è solo la destra, come sembra. La destra vive più facilmente nel deserto di elaborazioni e di mediazioni, poiché confida soprattutto nell'egoismo, nella legge della forza, della proprietà e della ricchezza, che è facile ad affermarsi. Una destra rispettabile costruirebbe, su queste basi, un progetto di società, di Stato. Ma questa destra oggi non c'è. Quella che vediamo risorgere e divampare in Italia è la destra degli egoismi non mediati. È viva, sì, ma è questa roba qua. La sinistra, quanto a lei, vive in molti percorsi di solidarietà, di dialogo, di rielaborazioneàelleesperienzeedei riferimenti culturali e politici. Ma, minoritaria nella società, lo è ancor più fra le élite politicoculturali che delle esperienze e dei sentimenti di base hanno perfino smarrito l'indirizzo e la percezione. Questo è il suo limite maggiore. La destra è banale, come il male. Perciò vive e si vede più facilmente. La sinistra, per esistere e contare, deve fare uno sforzo di qualità, deve saper farsi progetto, saper unire progetto ed esperienza. Saper trarre dalle proprie stesse sconfitte e tristezze la forza e la voglia di cantare le proprie vive ragioni. Non lo fa ancora abbastanza, purtroppo. Lo fa Enrico Deaglio in questo libro, lo fanno molti personaggi di cui parla, dalla giovane e coraggiosa Ilaria Alpi al vecchio professore antifascista fino alla signora depressa che erompe d'improvviso nella canzone: "Bèsame bèsame mucho ... Como si .fìiera esta noche la ultima vez ...".

PADRIDELLAPATRIA FOA,GIOLITTI,PNv\PALONIEBOçCA: RACCONTARSI, A UNACERTAETA MassimoBran Sono vari i modi di leggere un libro autobiografico. Si può essere vinti dalla curiosità aneddotica e concentrarsi, quindi, quasi esclusivamente sugli episodi marginali ma accattivanti, vuoi per la fama dei protagonisti, vuoi per la stravaganza insita nei fatti. Può essere un utile esercizio di riflessione, abbia esso per oggetto la condizione umana, la storia, la politica, o altro ancora. Oppure ci si può lasciare trasportare dal puro racconto, dal romanzo. O, ancora, si possono isolare nella testimonianza individuale del protagonista degli spunti utili a riflettere sul!' attualità, sul nostro presente, leggendo nelle memorie di un individuo un percorso collettivo. È quest'ultimo, forse, pur non escludendo i restanti, il modo con cui ci si deve avvicinare alla folta schiera di autobiografie che ha affollato in questi ultimi anni le librerie. Autobiografie scritte in prevalenza da politici e giornalisti, più o meno appartenenti alla stessa generazione, la generazione che cresce e si forma durante il periodo fascista. L'interesse di questi testi deriva, ad una prima lettura, innanzitutto dal loro indiscusso valore documentario e testimoniale; ripercorrere la storia degli ultimi settant'anni (affrancata dai recinti scientifici che ogni manuale o saggio specifico impongono) attraverso le memorie parziali e uniche di protagonisti della vita culturale, politica e sociale italiana è forse, oggi, uno dei modi migliori per esercitare il proprio spirito critico, messo a dura prova dalle suggestioni e dalle tentazioni mitizzanti che queste pagine emanano. Confrontarsi con i punti di vista, con gli azzardi interpretativi che un libero racconto autobiografico concede permette di rivivere la storia meno schematicamente, alle volte in pericolosa combutta con chi scrive. Il continuo sovrapporsi del dato oggettivo con quello più propriamente emotivo ed intimistico in alcuni di questi testi può ingenerare, in chi vi cercasse delle risposte certe e stentoree, una sorta di confusione, direi di rischiosa confusione, proprio per la giusta e dovuta parzialità degli assunti che un'opera memorialistica deve accogliere ed esprimere. Ma sono le licenze delle libere confessioni molto spesso a disvelare, più di qualsiasi altro resoconto scientifico, aspetti nuovi, ad ingenerare sani dubbi, a creare varchi in recinti ammuffiti ma ancora robusti e inattaccabili, a difesa di verità comodamente e pigramente assimilate e mai più discusse. È per questo, forse, che queste autobiografie riscuotono interesse, seminando incertezze, rinfrancando valori rimessi oggi pericolosamente in discussione, confortando tutti coloro che all'orizzonte non trovano più punti di riferimento, o al contrario stupendo e deludendo coloro i quali avrebbero preteso dai padri della Repubblica un richiamo a rinserrare le file, uno scatto d'orgoglio in difesa dei vecchi ed immarcescibili ideali. Ma forse il dato più interessante e coinvolgente di gran parte di questi testi è ancora un altro, strettamente legato a questo e più profondamente significativo: ossia la pregnanza e l'intensità con cui molti di questi autori sono riusciti a descrivere, o meglio, a raccontare, con quel tanto di affabulazione necessaria, la vita italiana di questo secolo, i tempi, i luoghi, le vicende di un popolo. Il che da un po' di tempo pare non essere più una prerogativa riservata agli autori ITALIA '95 9 di romanzi; è infatti proprio in opere in apparenza strettamente rievocative che spesso oggi si hanno i migliori risultati narrativi, che scaturiscono dal!' agonistico scontro-incontro tra storia e storie preesistenti e libera invenzione, tra la necessità di non debordare, di non fuoriuscire dalla via stretta e dai confini indotti della storia e la tentazione di una rilettura del vissuto più libera, più incline ali' ipotetico e, in alcuni casi, al fantastico, e comunque più disposta a una rivisitazione del passato sgombra da intralci cautelativi e da reticenze di circostanza. Da questo fitto bosco memorialistico peschiamo quattro titoli che ci sembrano nel loro insieme assai significativi, poiché rappresentano uno specchio credibile della complessa varietà di temi affrontati (e delle diverse angolazioni - ideologiche, etiche, politiche, ecc. - con cui gli stessi vengono analizzati) e insieme delle tracce esistenziali comuni che emergono dalle pagine di queste numerose autobiografie. I libri in questione sono Il Cavallo e la Torre di Vittorio Foa, Lettere a Marta di Antonio Giolitti, Il provinciale di Giorgio Bocca e Fedele alle amicizie di Geno Pampaloni. Su un piano prettamente espositivo ed espressivo i quattro libri presentano delle sostanziali differenze, ma in tutti si riscontra una comune sovrapposizione di piani narrativi: un continuo intreccio di memorie personali e storia collettiva, di confessioni intimistiche e di riflessioni politiche di curiosità spicciole e di situazioni ufficiali. Un dato comune questo fitto intreccio di temi, di stati d'animo, di impressioni, dicevamo, che però si esprime in forme estremamente diverse. Del resto l'autobiografia è il genere letterario che per eccellenza si presta a contaminazioni, offrendo un quadro assai vario, in cui si possono incontrare e confondere più o meno legittimamente le più diverse soluzioni formali. L'autobiografo, infatti, può indossare le vesti del diarista, del romanziere, del memorialista, dello storico, del saggista, a seconda di come intenda recuperare le diverse esperienze del suo passato. Il prevalere di uno o più registri stilisticonarrativi su altri è determinato, quindi, non solo dalle diverse qualità letterarie che ogni autore possiede, ma anche dal tipo di selezione che la memoria compie nell'inventario delle esperienze vissute. Ci sono autori che sono mossi principalmente da un interesse di carattere storico e decidono di rileggere la loro vita attraverso la ricostruzione degli eventi pubblici che li hanno visti coinvolti da spettatori o da protagonisti; ce ne sono altri che, viceversa, intendono parlare di sé e delle proprie esperienze in una prospettiva privata ed intima. In entrambi i casi, che comunque rappresentano due estremi tra le varie soluzioni intermedie che il genere autobiografico contempla, non vi può quasi mai essere un'assoluta unidimensionalità. In misura magari attenuata sussiste sempre una sorta di contaminazione tra i due piani. Ciò risulta evidente anche dalla lettura di questi libri. Ai due estremi si collocano le opere di Pampaloni e Giolitti. Il primo è più incline a privilegiare i momenti intimi, privati, o comunque episodi marginali, piccoli affreschi autobiografici ricchi di esemplarità, che nel loro insieme disegnano il ritratto del popolo dell'eterna provincia italiana, lontano dai grandi eventi. Un racconto di un'epica quotidiana e antieroica, in cui il patetismo (sempre in agguato) e il bozzettismo sono sempre corretti da un senso molto drammatico, o molto umoristico, delle cose. li gusto di narrare fine a se stesso si incontra felicemente con la necessità di esprimere le proprie convinzioni sul mondo e sugli uomini. Un libro con una forte connotazione romanzesca: è letteratura in senso pieno. Giolitti, viceversa, predilige una prosa più neutra, adatta a descrivere e a riflettere quasi esclusivamente su fatti storici e politici, su eventi pubblici ufficiali. li suo è uno stile cronachistico,

10 ITALIA '95 FotoGrazia Neri. che restituisce in presa diretta tutte le esperienze pubbliche, esterne vissute dall'autore. Lo spazio intimo del protagonista rimane, così, pressoché inviolato. Un'opera, quindi, che si giustifica quasi esclusivamente in quanto contributo alla riflessione storica e politica sul recente passato e sul presente. Foa e Bocca, continuando in questa sommaria suddivisione, si collocano rispetto ai primi in una posizione mediana. Dei quattro, questi testi sono i più, se così si può dire, contaminati. Foa, infatti, come Giolitti, utilizza una prosa saggistica, adatta alla riflessione politica e storica. Allo stesso tempo, però, alterna passi di autentica confessione intima, aprendo dei varchi nel suo universo privato. Quindi c'è un maggiore intreccio di piani narrativi e, conseguentemente, di registri stilistici. Un effetto derivante in qualche misura anche dalla particolare genesi avuta dall'opera, che nasce da dei dialoghi svolti su temi specifici distinti, che hanno visto come protagonisti l'autore stesso e Carlo Ginzburg, con la partecipazione saltuaria di altri intellettuali: Claudio Pavone, Vittorio Rieser, Giovanni De Luna, Bruno Trentin, Pietro Marcenaro. L'autore, e nella Premessa lo confessa apertamente, non aveva alcuna intenzione di seri vere un' autobiografia, preferendo pubblicare i dialoghi così com'erano. Poi su insistenza e sollecitazione di Carlo Ginzburg si è deciso a scrivere su se stesso. Il libro, dicevamo, risulta fortemente caratterizzato da questo antefatto, in quanto la narrazione procede a temi distinti, strettamente delimitati (l'antifascismo, la Resistenza, il sindacato, il Psi, la riflessione sul tempo, ecc.). L'autore non interviene, se non di rado, autobiograficamente in queste che sono del le vere e proprie riflessioni saggistiche autonome. La memoria agisce da collante, nel senso che riempie gli spazi vuoti tra i vari temi analizzati, introducendo e aggiungendo elementi nuovi alla narrazione necessari per rendere intelligibile il suo ritratto, la sua figura. Quindi il dato autobiografico è un'istanza di rinforzo, di supporto, più che una dimensione esclusiva del racconto. Ne risulta un contrasto a tinte forti: pagine di pura riflessione teorica interrotte da passi più intimamente biografici, aneddotici. Il libro di Bocca, infine, è forse, tra tutti, il più composito da un punto di vista formale e stilistico, ma anche per quanto riguarda i contenuti stessi della narrazione. Se da un lato Foa e Giolitti si interessano pressoché esclusivamente alla storia ufficiale e dall'altro Pampaloni dipinge il ritratto dimesso e malinconico di un popolo colto in situazioni marginali e bozzettistiche, Bocca si muove in entrambe le direzioni. Anche il suo libro si struttura in capitoli distinti, ognuno dei quali è dedicato a una particolare fase storica del nostro paese. Compare una serie innumerevole di personaggi, siano essi politici, magistrati, industriali o terroristi, che hanno fatto il nostro presente. Quindi l'interesse per la storia ufficiale con i suoi interpreti principali è centrale. Parallelamente, però, è sempre vivo il gusto di descrivere i comportamenti sociali, con un'attenzione particolare per i segnali che vengono dal basso, dal ventre popolare della società. Eattentoalle tradizioni, ai costumi, alla mentalità del popolo italiano: le rivoluzioni, le tragedie, i profondi mutamenti della storia li misura attraverso gli effetti che essi producono nella società, nella realtà viva della gente comune. La sua prosa è insieme saggistica, descrittiva, giornalistica, con notevoli aperture letterarie. La battuta fulminante, l'aforisma stringente si alternano a lunghe e meditate riflessioni sui più disparati fatti storici.

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==