FotoAbrohoms/Network/GrozioNeri Declaration appare ambigua e contraddittoria. Ribadisce infatti il cosiddetto "veto unionista", ovvero il diritto della maggioranza della popolazione nord-irlandese ad avere l'ultima parola nei confronti di qualsiasi cambiamento dell'assetto costituzionale dell'intera Irlanda. Un veto che, fin dalla divisione del Paese, ha impedito qualsiasi progresso politico ed ha fallito l'obiettivo di portare pace e giustizia in Irlanda del Nord. Secondo quanto promesso da fohn Major, la popolazione del sud e del nord saranno sì chiamate a decidere se desiderano o meno entrare a far parte di un'Irlanda unita, ma solo attraverso due referendum separati. Quella riconosciuta dalla Declaration è quindi "un'autodeterminazione subordinata". Assumendo l'equivalenza 32 = 26 + 6 (considerando cioè le 26 contee del sud come separate dalle 6 del nord) Major ha ribadito per l'ennesima volta che il futuro di tutta la gente dell'isola d'Irlanda deve essere condizionato dalla volontà degli unionisti nord-irlandesi. Un secondo elemento di critica alla Declaration ne rivela l'ambiguità di fondo. Nel loro accordo Londra e Dublino fanno intendere che la questione più importante da affrontare è la rimozione delle "cause del conflitto", ovvero "la violenza dei gruppi paramilitari" e, nella fattispecie, la violenza dell'IRA. Significativo il titolo scelto dal quotidiano di Belfast "The Irish News" per annunciare la firma della Declaration : Peace blueprint: challenge to the IRA (Proposta di pace: una sfida all'IRA). Sorretto da questa logica, quindi, il documento Major/ IRLANDA DELNORD 7 Reynolds mostra di non aver apportato alcun cambiamento al vecchio modo di considerare il conflitto nord - irlandese che, come si è detto, fa del! 'IRA la sola causa dei mali che affliggono le Sei Contee. In realtà, se è vero che la fine della lotta armata del i'IRA è condizione imprescindibile per il raggiungimento della pace, va anche detto che tale violenza non è la causa, bensì il sintomo della violenza istituzionalizzata che ha caratterizzato lo Stato dell'Irlanda del Nord fin dalla sua costituzione. Preoccupante, quindi, è il fatto che nella Downing Street Declaration Londra e Dublino non abbiano assunto alcun impegno concreto per portare giustizia e democrazia in Irlanda del Nord, uno Stato ancor oggi tenuto a guardia da 30.000 uomini armati e dove la tortura è di casa. Il cessate il fuoco dichiarato dall'IRA, giunto dopo otto mesi di intenso dibattito all'interno del Sinn Féin, nelle fasi che lo hanno preceduto ha visto un diretto coinvolgimento del Governo americano. In campagna elettorale il presidente Bill Clinton aveva promesso agli oltre 40 milioni di irlandesi che vivono negli Stati Uniti un concreto interessamento alle sorti del loro Paese. Nel corso degli incontri che gli intermediari di Clinton avevano avuto con il Sinn Féin, lo SDPL (Socia! Democratic and Labour Party, il principale partito cattolico nord-irlandese) e Dublino era stata prospettata la possibilità di un forte sostegno economico qualora il processo di pace fosse iniziato. Oltre a creare imbarazzo e disappunto, l'appoggio politico che l'amministrazione americana ha dato a questo nuovo fronte "cattolico-nazionalista-irlandese" ha rappresentato per il Governo inglese una spina nel fianco, nonché un'ingerenza nei propri affari interni. Cinque settimane dopo l'annuncio dell'IRA è stato
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