Linea d'ombra - anno XIII - n. 101 - febbraio 1995

7 6 STORIE/ FIORE con quel rifiuto e con quella permalosità sproporzionata al motivo, il brigadiere aveva dimostrato non solo limitatezza d'intelligenza ma anche la fallacia della propria concezione morale. Egli, Giordani, non aveva inteso sminuire ladignitàdel Salviati, tanto meno fare un abuso d'autorità: aveva chiesto un favore. La libertà essere fatto acquisito, il fondamento del nostro intelletto e del nostro spirito; impennarsi alla maniera di Salviati è segno d'immaturità e di ignoranza, ed equivale a riproporre un problema già risolto. Servi rende l'intenzione, la struttura della mente e dell'animo, la diffidenza, l'incomprensione; non già gli ordini né ogni altro atto insito e inerente all'esercizio di una pubblica funzione. Questi ordini e questi atti - il Giordani concludeva - vanno eseguiti in regime di schiavitù e in regime di libertà - com'era appunto il fascista- poiché in ogni regime, gli atti e gli ordini sono i medesimi; la civiltà, infatti, nasce dalle intenzioni, non dai fatti né dai modi. Il questore, letta la dissertazione, invitò Giordani a un colloquio; gli premeva sapere circa gli antefatti; inoltre desiderava chiarimenti sulla teoria della libertà, e come questa teoria si adattasse alla faccenda del cane. Un colloquio assai lungo; Giordani dette i chiarimenti, e a poco a poco s'infervorò; quasi si metteva a declamare. Il questore, solenne nell'uniforme su cui splendevano i gradi di generale, di tanto in tanto grugniva, a mo' d'approvazione; forse si burlava del dottore. Quei grugniti indussero Giordani ad ammainare le vele. Nell'insieme, il questore pareva persuaso; Salviati era un musone, per giunta non idoneo al suo ufficio, soprattutto in regime fascista. ,: "Il fascismo è superamento d'ogni posizione civile e morale in virtù di un'etica più alta ... Libero è chi fermamente crede d'esserlo, non chi pretende d'aver Iibertà esteriore. Già ilMazzini ..." Giordani diceva. Il questore s'abburattava con cenni d'approvazione. Senza dubbio il Giordani bruciavad' ambizione, l'ambizione di percorrere una carriera splendida e rapida; d'altra parte, temeva che quella storia gli nocesse. Mentre Giordani parlava, il questore pensò a un minuscolo dramma a cui aveva assistito durante la villeggiatura: uno scarabeo che volgeva la pallottola di sterco ebbe a respingere l'assalto d'.un rivale. Il proprietario della pallottola rovesciò più volte l'assalitore; ma questi tornava all'attacco; alfine si ritirò, malconcio. "È la teoria di Gentile" disse infine il questore. "Teoria che si riannoda a motivi teologici.D'altronde, la disubbidienza apporta difficoltà materiali. Merito non c'è, nell'ubbidienza; o il merito si confonde con l'interesse, con il tornaconto; diciamo pure, con la necessità. L'ubbidienza vale la continuità delf'impiego, lo stipendio, gli alimenti. Non si può distinguere la devozione e la fedeltà dall'interesse. Codeste teorie vorrebbero regolare la vita; e sembra che la regolino finché non accada un caso come il nostro. Un'inezia invalida le regole. In ogni modo, la disubbidienza ci perturba, temiamo il disordine, intravediamo la fine della società." Il Giordani prese commiato; e l'altro, di pessimo umore, sbuffò. Vecchio di settantacinque anni, fra poche settimane lo avrebbero mandato in pensione; il relativo decreto era già alla registrazione presso la Corte dei Conti. Il questore ficcò la pratica Salviati fra le altre, in uno scaffale. "Che se ne occupi il mio successore. Io ho finito di volgere la mia pallottola." Il successore sbrigò tutte le pendenze e firmò tutte le carte, fra cui era il fascicolo delle note informative redatte dal Giordani; e a ogni giudizio del commissario aggiunse un parere concorde: uno di quei giudizi riguardava il Salviati. Alla fine dell'anno giunse dal Ministero l'ordine di congedare Salviati, liquidandogli le competenze. Questi non aveva diritto alla pensione, gli anni di servizio da lui prestato sommando a quindici; e ne occorrevano circa venti per godere di quel diritto. Il congedo definitivo entrava in vigore nel giugno del prossimo anno; in facoltà dell'interessato inviare ricorso al Consiglio di Stato nei termini e modi di legge. Salviati si giovò dell'opera d'un avvocato. Il ricorso, munito del parere favorevole dello stesso Giordani, fu mandato al nuovo questore, che lo trasmise ali' autorità competente. Nessuna risposta venne dal Consiglio di Stato; e le istanze del brigadiere non si contavano più. Giordani s'era rabbonito; frequenti, i colloqui fra lui e Salviati, al quale egli dava utili suggerimenti. Gli premeva dimostrare che la sua non era inimicizia, ma sollecitudine del dovere, obiettiva cura del buon servizio. Il Consiglio di Stato taceva; la sua autorità raddoppiata e le sue deliberazioni inappellabili in conseguenza del rafforzamento del potere d'ogni organo statale a opera del fascismo. Il brigadiere si rivolse anche al nuovo questore e lo pregò d'intervenire a suo favore. Il questore disse: "Ho udito parlare dell'episodio del cane, episodio a cui voi attribuite la vostra sciagura. Me ne duole; firmai le note di qualifica, la vostra compresa, senza badare; o meglio, fidando nella schiettezza del giudizio del commissario Giordani ... Ignoravo le circostanze di fatto, i particolari. D'altra parte, come ammettere che Giordani abbia preso lo spunto da quell'episodio? Io non lo credo; e nessuno lo crederebbe. La storiella del cane non è raccontata nella nota informativa; soltanto voi ne parlate". "Appunto dalla storiella ebbe origine ..." "Ammettiamolo; ma chi vi darebbe fede? Dovevate appellarvi subito al questore di quel tempo, con reclamo scritto o in altra guisa consentita. In ogni modo sempre in imbarazzo vi sareste trovato: per una bagattella, tutto quello scalpore, quell'animosità ... Sappiate: le alte sfere non si muovono per inezie simili; ve lo dico io che ne ho di esperienza; al Ministero si mettono a ridere, quando hanno notizia di queste guerricciole. Non si muovono finché non accada qualcosa di grave ... Capito?" Imbarazzato, il questore; rifriggeva le cose già dette:" Saperlo prima, in tempo; e non avrei firmato. Già eravamo in ritardo; il mio predecessore lasciò molte pendenze. Avrei pregato Giordani di rivedere, d'attenuare la durezza del giudizio". Ancor meno ottennero le istanze dell'avvocato. Il Consiglio di Stato si degnò alfine di mandare due righe di risposta confermando la deliberazione del ministero degli Interni e respingendo la minaccia d'una causa per danni materiai i e mora! i: la sentenza del Consiglio di Stato essere sentenza d'un ente costituzionale e pertanto inappellabile. Il brigadiere indirizzò un'istanza al capo del governo, senza esito. Dopo la terza istanza, un dispaccio della segreteria della Presidenza informò il Salviati che la pratica era all'esame delle autorità competenti. Dopo questa comunicazione, un lungo silenzio, troppo lungo perché Salviati attendesse pazientemente; ripartirono le istanze alla volta di Roma, indirizzate a "S.E. Benito Mussolini, Capo del Governo, Duce del Fascismo" secondo la formula che iIbrigadiere aveva infitta nella mente. La storia del mezzo lupo doveva essere arcinota negli uffici del Ministero e della Presidenza e circolarvi fra le molte barzellette innocue e non innocue; e Giordani non sapeva grado al dipendente di questa fama.

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