74 STORIE Angelo Fiore UN CASODI COSCIENZA ' ILCONCETTODILIBERTA A,ngelo Fiore (Palermo 1906-1986), considerato uno dei più grandi narratori italiani del Novecento, esordì con la raccolta Un caso di coscienza, da cui è tratto il racconto che qui proponiamo, pubblicata nel 1963 nella collana di Lerici diretta da Romano Bilenchi e Mario Luzi. Quindi uscirono, presso Vallecchi, Il supplente ( 1964), Il lavoratore ( 1967), L'incarico ( 1970) e Domanda di prestito (l 976). L'ultimo suo libro, uscito nel 1981 da Rusconi, è L'erede del Beato. Negli ultimi anni gli editori siciliani Pungitopo e Tifeo hanno ristampato alcune opere di Fiore. L'editore Tifeo ha pubblicato anche una scelta di pagine dal suo diario,/ giorni, e gli atti del convegno dedicato a Fiore tenutosi a Catania nel 1987. Raffaele Salviati fu._promosso brigadiere delle guardie di Pubblica Sicurezza il 'giorno in cui Mussolini tenne il primo grande discorso sulla politica estera. Un discorso veritiero, più che grande; posto da parte iI consueto ottimismo patriarcale, Mussoli,ni rivelò le angustie in cui il Paese si dibatteva: la situazione-da lui ognor descritta con colori gai o solenni - era mutata. Da quel momento - egli disse - gl'italiani dovevano rinunziare ai piaceri e alle comodità; tutt'a un tratto erano diventati infelici, e incalzati da doveri imprescindibili. Salviati non poté neppur festeggiare la promozione: lo avevano comandato di guardia a uno dei luoghi ove era stato messo un megafono da cui usciva la voce tonante del capo del governo. Dovette, quindi, riferire al suo superiore, il commissario Giordani, sui giudizi e sugli umori del pubblico. Questo Giordani era venuto da poco tempo, trasferito per effetto della sua domanda; sui quarant'anni, attivo- un lavoratore - ma brusco di modi, esigente, pedantesco; dieci volte il giorno chiedeva lo stesso incartamento e senza tregua sollecitava e ammoniva i subordinati. Durante gli interrogatori e i sopralluoghi, poi, era intrattabile. Salviati, inorgoglito dalla promozione, non pensava agli umori e ai giudizi della cittadinanza. Secondo lui, non c'era nulla di notevole da indicare. "Come sarebbe, nulla di notevole?" "Di quando in quando, un'esclamazione di meraviglia; poi, s'azzittivano. Ascoltavano; quindi non potevano parlare né far commenti." "Esclamazioni di meraviglia; troppo vago" disse il Giordani. "Ma dopo, dopo; non vi mischiaste alla folla, non tendevate l'orecchio?" interrogò. "Avete preso appunti? E se v'invitassi a vergare una relazione? V'invito formalmente, anzi; d'altronde, è vostro preciso dovere." Il brigadiere allargò le braccia. "Esclamazioni di meraviglia" ricominciò il dottor Giordani. "Meraviglia. Proprio meraviglia? Che genere d'esclamazioni? Sentiamo: monosillabi, bisillabi? Non udiste nessuna parola di senso compiuto? Meraviglia. Da che l'avete dedotta? Non ricordate nient'altro? Non notaste o non vedeste nient'altro? Pure, quel luogo non va trascurato; all'opposto: ivi abitano o bazzicano i benpensanti, impiegati, funzionari, professori, tutta gente che legge i fogli, che ha idee e opinioni, e le discute." "Ascoltavano tutti. Parlare non potevano. Avranno fatti i commenti dopo, e altrove, se ne avranno fatti." Scontento, Giordani fe' cenno al brigadiere di ritirarsi. Un attimo dopo chiamò il maresciallo addetto all'archivio e gli domandò l'incaitamento del Salviati. Quasi l'intero pomeriggio si obliò nella lettura dello stato di servizio del novello brigadiere, e carte annesse. Nulla d'eccepibile né di straordinario: precedenti comuni, carriera insignificante. Qualcosa di stentato e d'inerte c'era, in ogni modo. "Nessun atto di rilievo, nessun merito. Ho capito" concluse il Giordani. "Uno dei molti, dei moltissimi, che vanno avanti per forza d'inerzia, come usa in Italia. Naturalmente, se avesse un titolo di studi più alto, potrebbe giungere al grado di capitano." In quella settimana, Salviati non ebbe altre occasioni di rivedere il capo; attendeva al servizio, in conformità agli ordini: appostamenti; pedinamenti, ronde e vigilanza, qualche arresto. La domenica, verso le due pomeridiane, proprio quando il suo turno stava per finire, squillò il campanello del commissario. Il brigadiere entrò nell'ufficio di questi: si fermò sulla soglia udendo un ringhio; Giordani sorrise: "Non ringhio mica; il cane è stato". Dall'altro lato della scrivania c'era, infatti, un cane, un mezzo lupo, con una gran pelliccia fluente, le fauci aperte, la lingua penzoloni. "Buono" lo placò il commissario. Giordani voleva certe notizie sugli agenti assegnati al servizio di notte: il telefonista, le guardie pronte a ogni chjamata, eccetera. Salviati andò a prendere l'ordine di servizio e lo lesse ad alta voce, sillabando, per dare al Giordani il tempo di pigliar appunti. "Altri ordini?" poi chiese. "No. Grazie. Oh, a proposito: questo cane ... Io non mi muovo, per ora; ho alcune cosette da fare ... Se voleste condurlo fuori, una passeggiatina, voi capite ..." Il brigadiere ascoltava, le labbra aperte, i lineamenti stirati come per effetto d'una contrazione dolorosa in un'altra parte del corpo. "Ma io..." balbettò; poi, con voce forte e sicura: "Non lo faccio, questo; non è mio obbligo. Non sono il vostro attendente né il vostro servo". "Sta bene. Vi siete offeso? Andate. Mandatemi il piantone." Salviati uscì, pallido, gli arti tremanti. Ricominciò il vecchio andazzo: i pedinamenti, le ronde, la concitazione degli arresti, la noiosa vigilanza degli edifici bancari e altrettali. Ma il brigadiere intuiva, sentiva, lo sdegno del capo; e non nascondeva la propria apprensione, un'apprensione che traeva
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