Linea d'ombra - anno XIII - n. 101 - febbraio 1995

FotoAgenzia Grazia Neri la prima volta poteva aspettarsi, anziché limitarsi a sperare, che il suo unico figlio "non fosse costretto a fare il conciatore" (desiderio che mi trasmise con successo allorché un'estate mi trovò un lavoro come "ragazzo tuttofare" nel negozio di pellicce più rozzo e meno ventilato che si potesse trovare). Per parecchie estati, potemmo perfino permetterci di affittare una stanza a Rockaway, un sobborgo sul mare a Long Island raggiungibile col treno, cosicché mia madre ed io potevamo scappare dalla calura estiva di New York, mentre mio padre faceva i I pendolare per lavorare aManhattan. "Solo inAmerica", dichiarava, una cosa del genere poteva essere alla portata di "persone comuni". Eppure alla fine della guerra mio padre, già cinquantenne e pienamente formato dai contorni di un mondo che rapidamente stava finendo, non riusciva a staccarsi dagli ideali di quel mondo. Niente a che vedere con David Levinsky, la melanconia gli era estranea, e anche il rimpianto per ciò che il corso della sua stessa vita voleva dire per la politica che ne aveva formato una così gran parte. Invece, imprigionato fra gli antichi sentimenti evocati e le circostanze immediate, cominciò ad appartenere sempre più a due mondi non proprio paralleli, che durante le nostre discussioni e le nostre conversazioni si intersecavano in modo evidente. Un mondo era !'"America" che lui identificava con una vita migliore, luogo in cui i lavoratori potevano offrire qualche lusso alle proprie mogli e perfino sperare che i loro figli sarebbero diventati professori invece che conciatori. L'altro mondo era fatto di vittoriose lotte sindacali e di socialismo, mantenuto in vita, se non dai sindacati oggi relativamente conservatori, dall'Unione Sovietica che STORIE/ HUNDERT 73 sconfisse Hitler ("e non fu, Edward, come ti hanno mentito a scuola, l'esercito americano"), e nel quale, lui ne era certo, il crimine, la violenza razziale ed il degrado che aveva già cominciato a caratterizzare il nostro Bronx non sarebbero mai stati tollerati. ("Stalin sì che saprebbe cosa fare in questo caso.") Nel periodo in cui frequentavo il City College e mio padre, che ancora lavorava come conciatore, cominciava a sentirsi stanco, questo secondo mondo occupava sempre più la sua immaginazione. Di solito andava a letto presto la sera e a volte, capovolgendo i ruoli, mi sedevo io al lato del letto a parlare con lui. "Edward", diceva spesso, "tu sei un filosofo" (la sua massima lode, riservata a quelli come me e Spinoza che avevano passato la vita sui libri). "Allora dimmi, se Hegel era un idealista, cosa ne direbbe di questo?" - domanda seguita da colpetti con le nocche sul comodino. Allora cominciava a parlare di Idealismo e di Materialismo, e dopo un po' - non senza aver speso qualche parola di lode per Carlo Marx - si addormentava. Nel 1972, undici anni prima che mio padre morisse, trasferii i miei genitori in un appartamento sulla punta meridionale di Miami Beach, dove raggiunsero l'ultima generazione di ebrei proletari immigrati in America. Nel corso di una mia visita, andai ad incontrare mio padre nel parco dove andava regolarmente a giocare a scacchi. Arrivando, lo sorpresi in un'animata conversazione in yiddish sugli scacchi con un uomo della sua età, chiaramente anch'egli pensionato a riposo in Florida. Non appena li raggiunsi, smisero di parlare, poi mio padre si alzò e presentò quest'uomo a "mio figlio, il professore", non col suo nome, ma come "un conciatore che conobbe Ben Gold".

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