72 STORIE/ HUNDERT possibile per una società essere governata se non letteralmente da lavoratori come lui, almeno certamente in nome loro. In seguito, mio padre immaginò di aver combattuto realmente con i bolscevichi oltre che con gli Asburgo. Ma questa fantasia non fu tanto una bugia detta per far colpo su suo figlio, quanto il richiamo- sia per lui che per me - a un ideale eccelso. Al suo ritorno a casa, nel 1919, mio padre trovò i membri della famiglia con poco lavoro e, come molti ebrei della regione, terrorizzati dalla prospettiva della nuova ondata di pogrom già iniziata in alcune zone della Polonia. Si decise in fretta che egli sarebbe emigrato a New York, da dove un cugino conciatore avrebbe mandato un biglietto, e poi, come di dovere, avrebbe messo da parte il denaro necessario per far arrivare il resto della famiglia. Nel 1920, partito per nave da Rotterdam dopo aver trascorso l'unico giorno della sua vita in Europa occidentale, passò il controllo a Ellis Island ed incontrò suo cugino che era andato a prenderlo e che gli aveva trovato lavoro al mercato delle pelli. Poi per molti anni visse in varie stanze d'affitto nel Lower East Side, insieme all'ultima grande ondata della diaspora ebraica dell'Europa orientale stabilitasi in America. Ciò che segnò maggiormente quegli anni, alla fine dei quali mio padre riuscì debitamente a portare la sua famiglia a New York, anche se la vide poco in seguito, e durante i quali visse quasi esclusivamente in un mondo di immigrati di lingua yiddish, fu la perfezione del suo lavoro di tagliatore - del quale andava particolarmente fiero - e il suo ingresso nel movimento sindacale, proprio quando la prima ondata di "grande paura dei russi" travolgeva l'America e il suo sindacato. The Fur Workers, che costituiva il baluardo del comunismo iili lingua yiddish, veniva ripetutamente accusato di sovversione dalla stampa popolare. Le grandi organizzazioni sindacali i cui membri erano in maggioranza europei, come quella di mio padre, crearono istituzioni culturali e sociali alternative, del tipo di quelle create su scala maggiore dal Partito Socialdemocratico Tedesco prima del I914. I loro membri rappresentavano i principali lettori di giornali come il comunista "Freiheit" e il radicale e anti-clericale "Jewish Daily Forward", il quotidiano in yiddish più conosciuto al mondo, che pubblicava saggi di Kautsky, Bernstein e Blum, insieme a storie dei fratelli Singeredi Sholem Asch (che mio padre leggeva ancora negli anni Cinquanta). Le riunioni del Workmen's Circle e della Trade Union Education League (le cui scuole, situate a Union Square, gestite da una fazione comunista, gli insegnarono l'inglese rudimentale e "i fondamenti dell'economia politica"), la Educational Alliance, e la compagnia di onoranze funebri di Kolomaya divennero i suoi punti di riferimento a New York durante gli anni Venti e Trenta. Persino i campi estivi come il Kinderland, i cui 36 bungalows secondo gli organizzatori comunisti richiamavano le 36 repubbliche sovietiche, erano finanziati o organizzati soprattutto da sindacati radicali di immigrati la cui base era il Garment Centre, il "centro dell'abbigliamento" di New York, che percorreva tutta la Settima Avenue, dalla Ventiquattresima alla Quarantesima Strada. Fu lì che mio padre incontrò mia madre, la cui famiglia, anch'essa originaria dell'Europa orientale asburgica, era arrivata nel 1920, dopo aver vissuto a Londra per tutta una generazione. Solo da studente universitario, quando lessi The Rise of David Levinsky, cominciai ad acquistare una consapevolezza più profonda di questo mondo. Scritto nel 1917 da Abraham Cahan, redattore del "Forward", ritraeva con grande sensibilità la melanconia caratteristica di un così largo numero di appartenenti a questa cultura di immigrati di sinistra che in America percorrevano le strade del successo materiale e del compromesso morale. Ma ai tempi in cui io ero un ragazzo, i ricordi di mio padre non furono mai così consapevoli. Parlava soprattutto del diventare "americano" e, nelle implicite storie che raccontava, delle lotte contro "i padroni e i capi". Diventare americano significava ottenere la cittadinanza, insistere a farsi chiamare "George" invece di "Gershon", anche quando si parlava yiddish, e, soprattutto, significava non comportarsi come un Greener (un nuovo immigrato zotico e inesperto), ossia in modi così "europei" che amici e parenti (tutti originari dell'Europa dell'Est), o la moglie inglese (e perciò "raffinata"), potessero prendersi gioco di lui. Racconti di lotte per ottenere "una vita decente per un lavoratore" erano il mio cibo quotidiano prima di addormentarmi, tenevano testa persino ai racconti sulla Siberia e sulla Rivoluzione, un luogo e un avvenimento che per me allora avrebbero potuto benissimo essere usciti dalle Mille e una notte. Un fatto si dimostrò particolarmente significativo. Durante gli anni Venti il sindacato dei Fur Workers, capeggiato da Ben Gold- nome leggendario in quell'ambiente - il quale, disse mio padre, parlava a migliaia di conciatori che lo ascoltavano affascinati tra la Settima Avenue e la Ventottesima Strada durante l'ora di pranzo, guidò il movimento per ottenere l'aumento dei salari e migliori condizioni di lavoro nel "GarmentCentre". Nel 1926 il mercato delle pellicce, già noto per alcuni episodi di violenza, venne chiuso a causa di un terribile sciopero durante il quale gli starke (picchiatori o "goons" in gergo americano) reclutati dal padrone ingaggiavano battaglie di strada lungo la Settima Avenue contro gli scioperanti che cercavano di impedire ai crumiri di entrare nei laboratori di pellicceria. Io non so se il vanto di mio padre, quella cicatrice sulla tempia che mi diceva regolarmente di toccare, gli venne veramente dalle lotte di strada: ma lui la portava come un distintivo ari prova del suo coraggio ed avrebbe sempre indicato la sua cicatrice nel ricordarmi che il suo sindacato dei lavoratori di pellicce fu il primo nel settore dell'abbigliamento a conquistare la settimana lavorativa di 40 ore. Persino durante la Depressione, quando aveva perso tutti i suoi risparmi col fallimento delle banche (cosa che lo avrebbe reso per sempre sospettoso nei confronti dei conti in banca), fu il sindacato, continuava a ripetere - al punto da provocare in me una irritata impazienza, mi vergogno a dirlo - a fornirgli un lavoro saltuario nel suo mestiere, e persino a procurargli un prestito per sposarsi. La guerra "contro Hitler", durante laquale era addetto alla protezione antiaerea, cambiò di nuovo la sua vita. Il patto Molotov-Ribbentrop screditò il comunismo agli occhi dei lavoratori ebrei, i quali a New York passarono in gran parte al Partito Liberale locale, fondato dal I' Jnternational Ladies Garment Workers, il maggior sindacato ebraico e, a livello nazionale, ai democratici. Il presidente Roosevelt, "un vero socialista", secondo il "Forward", non sostituì Lenin ma piuttosto gli subentrò, nelle menti di quegli uomini, come "l'amico dei lavoratori e degli ebrei"; egli divenne la figura quasi mitica responsabile, soprattutto, del sussidio di disoccupazione e della Previdenza Sociale, il primo programma di pensioni con finanziamento pubblico. Mio padre, che pianse con mia madre quando Roosevelt morì, era persino convinto che egli avesse "aiutato gli ebrei in Europa durante la guerra", nonostante gli fosse stato detto varie volte che gli Stati Uniti avevano rifiutato di accogliere i profughi di guerra. La piena occupazione durante la guerra, la quasi piena occupazione durante il boom del dopoguerra in America, spinsero mio padre in quella che per lui e per la sua generazione era una opulenza inimmaginabile in tempi precedenti, simboleggiata dal nostro apparecchio televisivo e soprattutto dal cappotto di agnello persiano di mia madre, che mio padre confezionò per lei dopo le regolari ore di lavoro e insisteva che venisse indossato la domenica. Ora per
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