Foto 1929 FotoTeom/Grozio Neri con esattezza le parole, tagliò per lungo la lingua del corvo e guardò il suo animaletto morire. Solo dopo essere venuto in America seppe che il mago lo aveva ingannato, che i corvi non possono parlare, e che la morte dell'uccello non era stata colpa sua. La Prima Guerra Mondiale lo liberò da questo mondo. Durante tutta la mia adolescenza la guerra mi fu presentata come il momento di massima emancipazione, come l'epoca in cui mio padre veniva catapultato non tanto nella "Storia" (come diceva sempre lui quando voleva fare colpo), ma fuori dalla Galizia, nell'avventura ed infine in America. Nel 1915, all'età di 21 anni, mio padre venne arruolato nell'esercito di Francesco Giuseppe (del quale aveva conservato l'effigie su una moneta commemorativa per prendersi gioco dei suoi favoriti), fu addestrato per ben tre · settimane, ed in seguito inviato al fronte russo. Seppi poi che la maggior parte di quelle unità, mal equipaggiate, erano morte in battaglia sotto il fuoco delle mitragliatrici; ma quando ero ragazzo, probabilmente per non spaventarmi, mio padre non si soffermava sul tema dei combattimenti, il cui unico scopo era quello di introdurre la storia della sua cattura da ·parte dei russi, della successiva destinazione nella regione di Kiev come lavoratore agricolo, e poi, dopo qualche mese, in un campo di prigionieri di guerra in Siberia. Naturalmente, mi fece racconti strazianti di quel periodo: le privazioni, il freddo atroce, il modo migliore di rubare il pane e di nasconderselo nella fodera del cappotto. Ma soprattutto, mentre stavo steso a letto e mi parlava per farmi addormentare, non mi raccontava tanto delle miserie della guerra quanto piuttosto della sua gioia nel l'incontrare i russi, e "persino i polacchi e gli ucraini", i quali non gli si rivolgevano come a un nemico, e nemmeno come STORIE/ HUNDERT 71 a un ebreo, ma come a "un lavoratore", e perciò un "compagno" con il quale dividere abitudini e speranze. La Siberia fu il luogo deve egli "andò a scuola per la prima volta", dove, fra la apparente infinita noia della vita del campo, incontrò per la prima volta uomini pur diversissimi da lui, dei quali allo stesso tempo sentiva come proprie le storie, i mestieri e le aspirazioni verso "una nuova vita". Come mio padre, molti di essi erano semi-analfabeti e, con pochi libri e pochi soldi per giocare d'azzardo, passavano le serate a discutere, a sostenere "grandi discorsi sul socialismo" che si concludevano costringendo gli ufficiali a raccontare storie su Vilna, Lodz, Varsavia, Vienna e Praga e, ovviamente, storie di donne. Io rimanevo scettico di fronte a questi racconti romantici di auto-educazione e cameratismo - sembravano combaciare in maniera troppo perfetta con il genere che gli americani identificano come "storie di guerra" - finché Hans Kohn, uno dei miei insegnanti al City College, allora il luogo "naturale" per i figli ambiziosi degli immigrati, con mia grande sorpresa raccontò alla classe di come, durante la sua prigionia da ufficiale della minoranza tedesco-ebraica di Praga, usava fare da moderatore in tali discussioni e raccontare storie ai suoi uomini nello stesso campo siberiano. Nel 1917, dopo il trattato di Brest-Litovsk, la Russia uscì dalla guerra ed i campi vennero evacuati. I russi, però, non potevano riportare tutti i loro prigionieri in Europa nel bel mezzo della rivoluzione, ed alcuni, fra cui mio padre, camminarono, trovarono passaggi su carri e treni, e, se fortunati come lui, trovarono lavori occasionali per brevi periodi. Per quasi un anno egli si trovò in piena rivoluzione- la Rivoluzione, come usava chiamarla. Questo divenne il momento decisivo della sua vita. Ancora una volta, mentre in qualche modo riusciva a evitare di farsi sparare o catturare, veniva coinvolto in grandi avvenimenti e per la prima volta nella sua vita arrivò sinceramente a credere che fosse
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