Eclwarcl Hundert STALIN E MIO PADRE a curadi FrancescoCiafaloni Ho conosciuto Edward Hundert, insieme con la moglie Carol, a cena, a casa mia. Edward insegna storia alla Università della British Columbia, a Vancouver, Canada, ed era in Italia, tra l'altro, per partecipare ad un convegno di studi. Come succede, abbiamo cominciato aparlare di radici: e mentre Caro I Hundert ci ha detto di essere canadese-canadese, una dei non molti che stanno in Canada da varie generazioni, Edward ha detto di essere nato a New York, ma di essere figlio di un operaio galiziano, ebreo; uno che, soldato degli Asburgo durante la prima guerra mondiale, era finito prigioniero in Siberia, era tornato a piedi seguendo l'Armata rossa, era emigrato in America quando era diventato chiaro che l'Europa centrale non era un bel posto per vivere per un ebreo. Gli abbiamo chiesto questa storia, che è un piccolo esempio della varietà e dei molti intrecci del mondo. L'ultimo libro di Edward Hundert è The Enlightçnment's Fable. Bernard Mandeville and the Discovery of Society, Cambridge University Press 1994. (F.C.) ,: Era l'autunno del 1951, poco dopo la sconfitta da parte dei New York Giants dei Brooklyn Dodgers nella partita più spettacolare che si ricordi del campionato di baseball, quando i miei genitori acquistarono un televisore. Sgombro di preveggenze e col senso storico di un undicenne, non mi resi conto che questo avvenimento mi collocava nell'ultima generazione di adolescenti americani cresciuti senza il beneficio della TV. Per me, piuttosto, la televisione significava semplicemente più baseball, che i miei genitori razionavano rigorosamente credendo che una visione sregolata mi avrebbe danneggiato la vista: non molto dopo cominciò a significare lo Show della domenica sera di Ed Sullivan, un programma di varietà del tipo riproposto magnificamente da Fellini in Cinger e Fred, e il Telegiornale della sera, davanti al quale mia madre, mio padre e io ci riunivamo puntualmente ogni sera della settimana alle 23.00. "Guardare il telegiornale" significava invariabilmente ascoltare i commenti scettici o inorriditi dei miei genitori alle notizie del commentatore indifferente che, nella New York degli anni Cinquanta, si concludevano sempre con una storiella esemplare accaduta a persone innocenti, come la tipica coppia di anziani lavoratori che si appresta a chiudere il suo negozio per la notte e viene ferita o uccisa per qualche atto di piccola delinquenza. Poi, mentre il commentatore augurava la buonanotte al suo pubblico, mio padre si girava verso di me e mi diceva con aria grave, col suo inglese dal forte accento: "Edward, Giuseppe Stalin sì che saprebbe cosa fare in questo caso!". Si potrebbe pensare che questa performance - perché non era altro che questo-costituisse semplicemente una delle tante scene in cui mio padre, attivista di un Partito Comunista perseguitato, desiderando dare un'educazione politica a suo figlio, cercava di trasmettere le conoscenze racchiuse nei volumi di Marx e Lenin della sua libreria. Ma non era così. Mio padre non era membro di nessun partito politico, votava coerentemente per i Democratici, riveriva Franklin D. Roosevelt, riusciva a leggere non senza difficoltà i pochissimi libri che portava a casa, ed in età avanzata rischiò perfino parte dei suoi pochi risparmi in Borsa, nonostante trovasse l'aritmetica penosa e si limitasse a fingere di leggere le quotazioni di borsa sul quotidiano. Come si fosse potuta creare una situazione simile, credo riveli qualcosa a proposito di una cultura e di una politica oggi troppo spesso ridicolizzate se non dimenticate. La televisione entrò nelle nostre vite quando mio padre aveva quasi 56 anni, era abbastanza vecchio, dunque da poter essere mio nonno, anche se io me ne resi conto solo da adulto. Ciò che era chiaro all'epoca era che lui, al contrario della maggior parte dei padri dei miei amici, non sapeva niente di baseball, niente di quello che succedeva nella mia scuola (salvo che per me era importante andare bene), apparentemente quasi nulla di quelle parti di New York che mi affascinavano, ed assolutamente niente dei romanzi che allora cominciavano a stimolare la mia immaginazione (ma che non considerò mai una minaccia per la mia vista). L'America per lui rimaneva in gran parte un paese straniero, un paese, cominciai a capire lentamente, che era mio dovere "spiegare" e, nel corso di discussioni per burla, "difendere" contro le sue critiche. Il suo punto di vista-il suo universo mentale-restava fermamente inquadrato nelle varie estensioni aNew York dell'Europa de li 'Est, in particolare della Galizia, provincia polacca dell'Impero Asburgico, nella quale gli ucraini, i polacchi e gli ebrei, come la famiglia di mio padre, stavano scomodamente gomito a gomito e vivevano in un sospetto reciproco continuo. Era nato a Kolomaya, una grande città ad ovest di Tarnopol, il centro della regione, primo di sette figli che cominciò a lavorare nella conceria del padre quando non aveva ancora dieci anni. Quel poco di istruzione che aveva non gli veniva dalla scuola, "dove battono i bambini, mica come in America", ma da lezioni serali tenute in yiddish ai figli degli operai da quelli che lui chiamava "club socialisti". A parte piccoli frammenti sulla sua famiglia e sulla geografia della zona, mi fu detto poco di Kolomaya, un posto che mio padre era determinato a lasciarsi alle spalle, rievocandolo soprattutto come la sua via d'uscita verso la vita di adulto e per il più vasto mondo. Una delle storie raccontate più spesso trasmetteva interamente il sentimento di amarezza che provava nei confronti della Galizia, o "Europa", come la chiamava lui. Il primo lusso di mio padre fu un corvo, che i suoi genitori gli permisero di tenere non senza riluttanza e dopo molto pregare e tante lacrime. Ogni anno a Kolomaya arrivava un mago e, dopo pochi mesi che il corvo era stato sistemato nella sua gabbia, mio padre si recò ad assistere al suo spettacolo. Il mago sembrava avere poteri miracolosi: faceva scomparire le cicatrici e, cosa ancor più impressionante, aveva un cavallo che sapeva contare battendo la zampa in terra e un cane che faceva la stessa cosa abbaiando. Allorché, l'ultimo giorno della tournée, mio padre trovò il coraggio di chiedere al mago se anche al corvo si potesse insegnare a contare, rimase terribilmente deluso quando il mago disse di no, ma poi fu felicissimo di sapere che, con l'incantesimo adatto e tagliando per lungo la lingua dell'animale con un rasoio, il corvo avrebbe potuto parlare. Dopo essersi allenato a fare l'incantesimo per settimane, mio padre pronunciò
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