Linea d'ombra - anno XIII - n. 101 - febbraio 1995

68 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE monellesco. Eccezioni. La regola resta un destino fatto soprattutto di libri. Ma la vera impurità del teatro nasce forse dal fatto che in esso tentano senza riuscirci di mischiarsi due elementi simillimi e refrattari: l'intelligenza dell'autore e quella dello spettatore. Malgrado gli insuccessi, Savinio non si sentiva una vittima. Si muoveva da un campo all'altro come se le incomprensioni e le cadute fossero il giusto portato di un'arte dei preannunci che cresce per prove ed errori. Furono più deludenti, semmai, le mancate realizzazioni: soprattutto Capitan Ulisse, che avrebbe dovuto andare in scena al Teatro d'Arte di Pirandello, già pronti i bozzetti di De Chirico, oggi perduti. ,Nella seconda parte del libro di Tinterri, una quarantina di pagine, sono raccolti alcuni testi rari: lo scenario de La, morte di Niobe, l'abbozzo d'un Agamennone (Savino difendeva l'autonomia letteraria di questi abbozzi, che avevano - diceva - la frschezza di "opere d'arte bambine"), il libretto de La vita dell'uomo, "tragicommedia mimata e danzata", e di Orfeo vedovo, opera in un atto. Solo La morte di Niobe (il cui memorabile insuccesso al Teatro d'Arte di Roma diretto da Pirandello è dell'aprile del '25) mi pare possa dare davvero piacere alla lettura. Negli altri casi l'arguzia e I' equilibristica intelligenza di Savinio non bastano a soffiare vita in questi miti spaesati nell'oggi, simili a Cocteau (fu più sincronia che imitazione) che spesso finiscono spersi nell'ovvio. Forse la mano di Savinio era troppo abile, e quindi l'opera troppo facile. Oppure era semplice umiltà: una mente intelligente, colma di divagazioni, spettatrice, che spiazzate>'il mito ne insegue la traccia, senza troppo pretendere, aspettando che il decorrere della situazione, il normale attrito fra le figure e il loro straniante ambiente, produca una propria luce. Che a volte non è vivida abbastanza da farsi ricordare. Ma per La morte di Niobe la semplice lettura basta (e sembrerà un paradosso perché trattasi di "tragedia mimica in un atto con musica"). Basta, per godere l'ironia mai parodistica delle immagini e ascoltare il rumoreggiare cupo e fetente del mito sotto le grasse forme del vivere borghese, come in una tela di Botero. E ci si chiede quale mai messinscena sarà in grado di non rovinare l'immaginazione di quella piazza dove ad apertura di sipario (di pagina) sul far dell'alba succedono più cose fra cielo e terra, più folli e più profondamente coerenti, di quante ne immaginino di regola i nostri teatri. Il pubblico rumoreggiò indignato, tanto che alla fine Savinio, che aveva diretto l'orchestra, salì alla ribalta per rivolgere candidamente agli spettatori un celebre: "Tranquilli, signori, dopo tutto non c'è niente di male". La sua musica per Niobe, scrisse più tardi il critico Fedele d'Amico, "riesce ad antologizzare l'acidulo e luccicante pariginismo dell'epoca, questo musicale luna park del nostro secolo, con abilità tutt'altro che dilettantesca, capacità allusive tutt'altro che a buon mercato, e spirito ammirevolmente aforistico".5 Ma a leggere il libretto non si può che restare ammirati. S'apre il sipario e si vede una piazza davanti una chiesa, di notte. Sulla piazza s'aggirano fantasmi. Due statue sono scese dal loro piedistallo e passeggiano sul fondo. I fantasmi ballano. Dalla chiesa viene il suono dell'organo e di corali. Ne escono preti e frati, si imbattono nei fantasmi, li salutano inchinandosi profondamente. Preti e fantasmi improvvisano una quadriglia. "I preti si tirano su il saio e ballano freneticamente. I fantasmi-femmine si avvinghiano ai preti più giovani: questi le respingono e si carezzano fra loro." Le statue, intanto, passeggiano tranquille in disparte. Viene il giorno. La piazza si anima di passanti pittoreschi e paesani. I fantasmi si afflosciano per terra. Le statue tornano ad immobilizzarsi sul loro piedistallo. Entra un personaggio alto, magro, vestito di nero, che si pone alla ribalta dando sempre le spalle al pubblico. Osserverà impassibile l'azione. Arriva infatti sulla piazza Niobe con tutti i suoi figli. È una signora "sulla quarantina, abbondante, maestosa" con un modo di fare che sta "tra la tacchina e la faraona". I suoi bambini sono educatissimi e puliti, vestiti come collegiali inglesi, e le bambine hanno trecce e cappelli di paglia. La madre è con loro come una gallina con i suoi pulcini. Li raduna. Li contempla rapita. Li mette in posa davanti alla gente che si ferma ad osservarli ammirata. Sfida gli dèi. Un sipario nero a questo punto copre il cielo. Le statue tremano sui loro piedistalli: una di esse cade a terra. Niobe scruta il cielo con diffidenza. Nel cielo si aprono due finestrelle da cui si affacciano, giovani biondi e bellissimi, Apollo e Diana. Si guardano, si salutano, si sorridono gentilmente. Niobe danza pazza di spavento. Apollo e Diana indifferenti cominciano a tendere i loro archi ed a scoccare le loro frecce. I bambini cadono uno a uno. Rimane il più piccolo. Quando viene anch'esso saettato Niobe s'immobilizza. "Silenzio: misteriosamente brillano le notine di una bo'ìte à musique." La statua rimasta sul suo piedistallo si china per il dolore. Niobe si impietra col pugno teso verso il cielo. Un carretto come quello dei condannati della Rivoluzione francese porta via i cadaverini, "teste, braccia e gambe penzoloni". Lontano una nave salpa. La statua caduta torna sul suo piedistallo. Niobe-statua viene spinta fuori anche lei su una carretta. Ambedue le statue alzano il braccio per salutare (abbiamo così in scena i due saluti rituali moderni: quello comunista a pugno chiuso della Niobe di pietra, "statua vestita di falbalà", ed il cosiddetto "saluto romano" fascista). La gente, con impermeabili ed ombrelli a causa del cielo nero è entrata ad osservare i morti come un coro di tragedia, di quelli che ritroveremo in Peter Stein. Escono tutti. La scena rimane vuota. Il personaggio alto magro e nero va al centro della scena e restando sempre spalle al pubblico traccia per terra e in aria segni di esorcismo. Poi tira fuori la pipa e si mette a fumare: "s'intende quindi che tutto è rientrato nel!' ordine e nella tranquillità, come al termine delle tragedie di Shakespeare". Ancora una volta, in questa didascalia finale, riprende il sopravvento lo spettatore: sembra che l'autore componga per fornirsi una versione stabile e dilatata d'una sua feconda esperienza di platea. Regista e scenografo alla Scala, con l' OedipusRex di Stravinskij eCocteau, nell'aprile del' 48, Savinio ottiene quel che è forse il suo primo pieno successo, a quasi sessant'anni. Anche nei suoi tardivi successi lo ritroveremo con l'ansia di fare da spettatore allo spettacolo che s'è faticosamente messo in scena, come un gourmet solitario quando passa l'intero pome1iggio in cucina per il piacere di mettersi a tavola elegante, col suo ampio tovagliolo a mollette d'argento, da solo la sera della cena. La volta che cantò l'Armida di Rossini al Maggio Musicale Fiorentino, regia di Alberto Savinio, la Callas era ancora grassa ma il suo personaggio di maga seduttrice dal gran mantello color vinaccia fu comunque un incanto quando in "un improvviso fiorire di colori sensuali, teneri, brillanti" sbucò in scena fendendo il muro grigio-acciaio dei guerrieri crociati dalle parrucche di spago. Giorgio Vigolo ne registrò il ricordo nella sua recensione per "il Mondo". Vedeva lo spettacolo accanto a Savinio, che ali' apparire di Armida: "il peccato!" aveva sussurrato un po' con stupore

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