VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE S9 tra darwinismo e giusnaturalismo, si assiste a un fenomeno di circolazione tra natura e civiltà che vede la storia, il dominio dell'uomo e della libertà nella concezione idealista, tornare a farsi natura, decadere allo stato di amorfo e inerte residuo. Simboleggiano questa vicenda i due splendidi "paesaggi imperiali" descritti da Ferlosio nel suo libro: il Teatro Marcello a Roma e la Grande Muraglia Cinese. Il primo divenuto ormai sostrato di massi e rocce per il sostegno di nuovi edifici, la seconda trasformata persino nei segni convenzionali dai cartografi in una sorta di ente geografico sui generis equiparato nelle mappe ai fiumi e ai rilievi. Entrambi stanno a testimoniare la tendenza delle opere dell'uomo a ritornare natura sino a proporsi come una sorta di opaca sfida alla libertà umana. Si trattadi simboli che non a caso si iscrivono in un "paesaggio imperiale": la massima espressione di questa pulsione al ritorno dell'uomo allo stato di oggetto è rappresentata dal potere con suoi sempre identici moduli di violenza, sopraffazione, omologazione. Anche la cultura tende insomma a ridivenire natura, a presentarsi come coazione a ripetere, sedimentazione inerte di paradigmi predeterminati e arcaicizzanti. In questo senso, il tempo lavora sempre per la distruzione della sottile e fragilissima pellicola che permette l'affioramento del nuovo e del diverso, continuamente minacciato dal ritorno dell'eguale e dell'arcaico: "non sempre, anzi raramente, la progenie che si estingue è la più vecchia, né quanto è chiamato o destinato a scomparire è la parte più arcaica; l'erosione corrode per primi gli strati superiori ed è sempre la nuova progenie quella che corre il pericolo di estinguersi o si estingue, affinché prevalga di nuovo quella passata. Il tempo, di per sé, sostiene l'arcaico; non lavora a favore del nuovo e tanto meno del meglio, tra le altre cose perché il tempo è per eccellenza ciò che non lavora". E questa minaccia del ritorno dell'arcaico e dell'inerte si annida anche nel nostro intimo: "alcuni vogliono ancora illudersi pensando che quanto si va depositando e schiacciando nel corso degli anni in fondo ali' anima sia una carica esplosiva, una riserva di energia (per chi?), ma io so che è solo uno strato compresso di inerte fango nero, che dovrà rimanere per sempre qui sepolto. Pura fossa di morte, non fermento di vita che prometta resurrezione o salvezza, ma nemmeno polveriera che minacci vendetta. [...] L'opacità inizia a mezzo centimetro dalla superficie del mio corpo ed è una parete massiccia e tanto infinitamente spessa com'è profonda la tenebra, ma solida come la pietra". Seguendo questo filo, le riflessioni di Ferlosio si appuntano a tutta la molteplice congerie di strumenti culturali che concorrono a pregiudicare e irrigidire il nostro modo di vedere il mondo e di convivere con i nostri simili: dal giornalismo che riduce la storia a successione di avvenimenti preconfezionati secondo le esigenze dei media, ali' irrigidimento del tempo in orari e calendari, alJa riduzione dell'ambiente in "paesaggio" secondo moduli percettivi che ci impediscono di vedere alcunché con sguardo veramente vergine e aperto al nuovo. A talicostrizioniFerlosiocontrapponeunethosche sicompendia in una massimaderivata da un raccontodi Kafka (La partenza):weg von hier,das istmeinZiel ("Lontanoda qui, questa è lamia meta"). È un invitoa dare ascoltoalla voce dello spirito,a quella forza che incessantementeci richiamafuori da noi stessi,dalla mortiferaetica dell'identità e della coerenza, per portarci "altrove" rispetto alla direzione in cui sembra incanalarsicon inevitabilefatalità la nostra vita.lnquestorichiamononv'ènulladi prometeico,dimagniloquente. Piuttostovi si possonoavvertiresfumaturebuddistiche:"più che di andare da qualcheparte,e menoancoradi arrivare,si trattadi partire. L'impulso dello spiritosi compie nella partenza,e chi parte ha già rispostoallachiamata;la santitàperfettaè ancoradistantequantouna vita intera, ma il pellegrino stringe già nella destra, saldamente impugnato, il bastoneluminoso del liberoarbitrio". Nonostante questo alto richamo alla libertà dello spirito, la posizionediFerlosiononèaffatto"spiritualista".Propriolariconquistata libertà potrebbe anzi per lo scrittore riavvicinarci alla natura e riconciliarciconlanostradimensioneanimale.L'abbandonode li' etica dellevirtùapre infattila possibilitàdi immetterciinun rapportodipiù immediatae vitalesolidarietàcon il nostroprossimoe con la natura. Accantoallacircolazione"negativa"tranaturaeculturapareinsomma di scorgere la possibilitàdi un rapporto positivo e vitale tra i due termini, anche se si trattadi una prospettivache rimane riflessa"per speculumet in aenigmate". Come si è già detto, il libro di Ferlosio esprime una posizione troppo personale e sottile per poter essere considerato la difesa di qualcosa che assomigli a una teoria etica. Si tratta tuttavia di un intrigante documento di un possibile atteggiamento esistenziale che mette a dura prova i criteri di valutazione dell'etica corrente. Da questo punto di vista, non stupisce che fra i bersagli polemici del libro vi siano due "virtù" che paiono attualmente al vertice delle classifiche del bon ton contemporaneo: l'ironia e la tolleranza. Il socratico "so di non sapere" dissimula infatti per Ferlosio la strategia di dominio di chi, convinto di possedere la verità, è in realtà impegnato nella destrutturazione delJe verità altrui, considerate mera "apparenza" e "illusione". Non molto dissimile è l'atteggiamento di chi predica la necessitàdella tolleranza all'unico scopo di non impegnare le proprie convinzioni nel rischio del confronto dialettico con posizioni e punti di vista diversi. A tali pseudovirtù Ferlosio vorrebbe contrapporre la virtù dell'indulgenza. Sotto questo nome Ferlosio indica la positiva disposizione a voler mantenere aperto, nonostante tutto, il dialogo con i nostri simili, superando le costrizioni imposte dal giudizio etico o dalla contabilità tra meriti e demeriti che rischia di ridurre la sfera morale a una sorta di rapporto sinallagmatico intessuto di prestazioni e controprestazioni. Essenziale per il nostro scrittore è invece continuare a discutere con gli altri: "al cospetto di ciò che inevitabilmente si sente come torto altrui, bisogna muoversi, in ogni caso, tra un'impaziente indulgenza e una paziente agitazione, mai fermarsi a quell'indifferenza o disprezzo definitivo che è la tolleranza". Nonostante questo finale invito all'indulgenza, Relitti resta in realtà un libroben poco indulgente, rivelandosial contrarioriccodi vitali e salutari acidi corrosivi contro tutto ciò che nella cultura contemporaneasi presenta come manifestazionedi forza di inerzia, coazione a ripeteree, in definitiva,pulsionedi morte. Piuttostoche dell'indulgenza, il libroè allora la sommessaesaltazionedi un'altra, ben piùfondamentalevirtù:quelladellafedeltàagliuomini. È questa lavirtùdeidue eroi-antieroi,Cassandrae GiovanniBattista,scelti da Ferlosio quali discretiprotagonistidi alcune tra le pagine più belle dell'opera. Sono pagine in cui i due personaggisono richiamatiper accenniindiretti,perallusioniframmentarieedenigmatiche,piuttosto che con ritratti a tutto tondo. Una scelta evidentemente fatta per rammentarcichelaveritànonè il monopoliodella"logorreaschifadei dialettici"(come avrebbedettoMontale,un altrocantore della virtù della fedeltà),ma il doloroso appannaggiodi testimonicome questi, di coloro che perseverando nella propria fedeltà agli uomini gratuitamentee aldi fuoridi qualsiasilogicadidominiosono,proprio per questo,oggettodi costante persecuzione.
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