ClffADINI DELMONDO lASINISTREAILLINGUAGGIODELLMEJ\GGIORANZE GoffredoFofi Forse è già finito il periodo d'oro di Berlusconi e del berlusconismo, e non si può che fortemente rallegrarsene. Non è affatto finito però il vento della destra, che si è dato per capitani il fascista Fini, il ciellino Buttiglione. Berlusconi se vuole avere un futuro politico, si accoderà; e così, presumibilmente, Bossi. Al centro, una parte della vecchia Dc, finalmente (ma ancora non è detto) scissa in due, un'anima nera e un'anima bianca molto ingrigita dalle pratiche, dagli anni, dalle sue astuzie, e dall'arte del compromesso, di ogni possibile compromesso dentro il potere. Il laicismo - quella parodia di laicismo che è da decenni, capitani Agnelli e Scalfari, voce del capitale e dei suoi interessi - sta al centro anche lui, pure se, a ben vedere dobbiamo ad Agnelli anche l'anno-Berlusconi. (Ma cosa non dobbiamo ad Agnelli e ai suoi? Cancri, distruzione ecologica, bruttezza del paese e delle città, corruzione degli intellettuali e dei giornali, e anche trame, e anche guerre. Gli dobbiamo il meglio della nostra vita,.gli do biamo!) Gli altri, gli innumerevoli servi, i professori e gli uscieri, i ragionieri e i geometri, i silenziosi e gli urlanti, si accodano o si accoderanno. Hanno infineunasceltadecisivadi fronte: ilbipartitismo stanascendo, sognato da tanti e da sempre, e sempre meno imperfetto: formato da una destra, e da un centro con ricorrenti tentazioni di destra. Coerente con gli interessi profondi, le idee delle maggioranze vocianti e delle acque chete, è questo il destino dell'Occidente ricco, con la differenza per l'Italia di un più di sregolatezza, di intruglio baroccheggiante di particolarismi storico-antropologici? Il sistema della rappresentanza politica (i partiti) ha avuto i suoi scossoni; si sta riassestando su altri piani, di mera rappresentanza, senza più la rete di mediazioni, controlli e battaglie interni con basi e con vertici e con quadri, su regioni e città e paesini. Lascia il posto alla delega bruta, in bianco, e sulla fiducia nei confronti di chi ha scelto la carriera politica così come si può scegliere la carriera di bandito o di divo, una tra le più prestigiose e redditizie per vocazione al potere, senza mandato diretto (e controllabile) di qualcuno "dal basso". E non è questa l'era della televisione e dei suoi figli, dei cresciuti dentro i quiz e le passerelle e i comizi di stile o ferrariano o santorista o, of course, veltronista? Tutti figli della sinistra, oltre che della televisione. La sinistra, appunto. Dov'è, che fa, che dice, chi rappresenta, come si differenzia la sinistra? Nei metodi di governo là dove ha governato? Dubito che un trentenne emiliano della maggioranza ricca sia poi così diverso da un trentenne lombardo-veneto. Stessa couche, diverso distintivo, migliori servizi, ma poi dentro, in profondo, ha davvero valori, modelli, comportamenti altri? Crede davvero a qualcosa d'altro che all'affermazione dei suoi interessi, della sua cultura? Storie di cugini, se non di fratelli. Con costoro (l'anima forte del vecchio apparato Pci, e di quel che ne resta nel Pds e in Rifondazione) non ci saranno sorprese, anche se potranno esserci avventure. La sinistra è morta anche qui, nella sua "idea" e nella sua realtà storico-sociale che l'ha retta per un secolo e mezzo, con il craxismo da un lato (e le sue appendici "miglioriste") e con lacaduta del muro. Con la crisi e l'agonia della classe operaia. Con la scomparsa ancor precedente del mondo contadino. Un'altra sinistra va, altro che rifondata!, va semmai fondata. Di quella che c'è è impossibile fidarsi, -salvo che per i figli dei suoi funzionari, per coloro che vi sono cresciuti e vi si sono pasciuti, per i nuovi comici, per gli adolescenti di cinquant'anni che scrivono editoriali per l'Unità, per i burocrati umbri-toscani-emilianiromagnoli. Residuo inmutamento, e damarxisti più di loro sappiamo che si è - se non ci sono rotture decise, "prese di coscienza", "tradimenti delle proprie classi" -ciò che simangia e, aggiungiamo, ciò di cui la nostra anima si nutre, ciò che si vede e si legge (e, di conseguenza, si scrive!). Due punti fermi li abbiamo, però, nei quali credere con convinzione, con persuasione. Il primo, una realtà mondiale, che è continuamente negata dai nostri media, da tutti; viviamo in un mondo sempre più uno, dove "tutto si tiene" e nessuna scelta è priva di conseguenze sul resto. II secolo che è morto nell' 89 ci ha strappato il paesaggio e l'identità, la I ingua e la storia; ma ci ha dato in regalo ,: una cosa che il socialismo delle origini poneva sopra ogni altra, la possibilità di essere per la prima volta nella storia davvero cittadini del mondo, di comportarsi da internazionalisti proletari. Per strade contorte assai diverse daquelle preventivate dalla "scienza" marxistaleninista, oggi questo è non solo possibile, è- pena la rovina della specie - obbligato. Assumere questa nuova identità è costoso, e i conflitti tra le identitàmorte, travolte dalla modernità, ce lo ricordano quotidianamente. Questo è una possibilità per tutti e un obiettivo per tutti e la cultura, la scuola, la sinistra hanno il dovere e debbono avere il piacere di porre questo in cima alle loro preoccupazioni, agli ideali da proporre a una gioventù disorientata e, anche per causa loro, robotizzata e sclerotica. Da questo conseguono pacifismo (non violenza o aspirazione, tensione di nonviolenza) ed ecologia, e un sacco di altre cose, di altri valori ugualmente indispensabili, ugualmente obbligati e al contempo ugualmente entusiasmanti, valori che sono obiettivi, lotta, metodo di lotta. Il secondo, una realtà nazionale che ne dipende e che va vista in rapporto a quella mondiale. La nostra identità non è più soltanto italiana. Ma per quello che è ancora dell'Italia, occorre accettare, - se si crede davvero nei valori che alcuni "grandi vecchi" (un po' bolsi, nel loro buon senso senza paesaggio e senza novità, ma sia lodato il buon senso, in una terra di mascalzoni e di imbecilli parimenti insensati) continuano a proporci, l'uguaglianza, la libertà (voglio aggiungere, e capisca chi può, la bellezza)- la possibilità di restare a lungo (o perfino sempre) minoranza. La smania a conquistare la maggioranza adeguandosi a essa, parlando il suo stesso linguaggio, è la più nefasta e la più disastrosa delle pratiche della sinistra degli ultimi decenni, ugualmente disastrosa della separatezza del passato. A forza di parlare quel linguaggio, oggi che la maggioranza non è certo fatta, qui, di poveri, proletari, la sinistra è diventata come la maggioranza, è diventata culturalmente maggioranza. E si è suicidata. Occorre, prima di ogni altra cosa, imparare un nuovo linguaggio, sia una lingua internazionale che un dialetto di pochi, e parlare con gli altri-le maggioranze-a partire da una nuova identità, da una chiara identità in costruzione.
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