Linea d'ombra - anno XIII - n. 101 - febbraio 1995

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 55 concisione, inizialmente cercando di adattare il modello della narrativa orale indiana, disgressiva e reiterante, ai tempi e agli spazi del racconto e, successivamente, usando la forma breve come palestra per giochi linguistici sempre più arditi, fino ad approdare, negli inediti finali, a una felice sintesi in forma di memoria, in cui le eccessive sperimentazioni verbali della sezione centrale vengono abbandonate a favore di un linguaggio che attinge la propria travolgente vivacità da ogni possibile cultura frequentata dall'onnivoro autore: dal mondo dei media a quello della spiritualità indiana, dalla filosofia ali' esoterismo ai cartoni animati alle canzonette, dai vecchi film hollywoodiani ai serial televisivi. Diviso in tre sezioni -Est, Ovest e Est, Ovest- il volume si apre con due racconti-rispettivamente del 1988 e dei primi anni Ottanta - di puro stampo ironico-realistico, alla Narayan, in cui non si riscontrano concessioni alla vena barocca e ridondante del Rushdie romanziere. Delle due storie, la seconda, The Free Radio (La radio omaggio), ricomparirà, ampliata, come nucleo di un episodio reperibile ne/figli della mezzanotte (e stessa sorte è toccata anche al terzo e ultimo dei racconti che costituiscono la sezione Est, The Prophet' s Hair (Il capello del Profeta), una narrazione grottesca che già presenta molti punti di contatto con la carnevalizzazione della storia operata nel medesimo romanzo, preludendo altresì alla riduzione della storia stessa a farsa tragica de La vergogna). Nella sezione mediana della raccolta, Ovest, si incontrano le più azzardate (e cerebrali) sperimentazioni linguistiche del volume. Ilpastiche impera: l'autore divaga, ipotizza e fantastica su Yorick, Amleto e la corte di Danimarca, sulla relazione tra Cristoforo Colombo e Isabella di Spagna, sulle scarpette rosse calzate da J udy Garland nel film Il mago di Oz. Più recenti delle storie indiane, due dei tre racconti sono apparsi un paio di anni fa: quello su Colombo è già stato tradotto in italiano nel n.31 (1992) di "Lettera Internazionale". Per lo più di difficile lettura, esercizi di virtuosismo lessicale e sintattico a volte fine a se stesso, i tre racconti sembrano suggerire, nella scelta dei miti chiamati a rappresentare l'Ovest, l'idea di unOccidente incapace di cogliere la grandezza del proprio patrimonio culturale (si veda la banalizzazione pseudo-freudiana della vicenda di Amleto) e tutto proteso nella ricerca dei miti facili suggeriti dai media (l'armamentario hollywoodiano messo all'asta). E tuttavia, mentre l'identificazione di Colombo con lo straniero, disprezzato e temuto al tempo stesso nel paese in cui si trova a vivere, rimanda al prototipo dell'emigrante, su cui si fonda tutta la produzione narrativa maggiore di Rushdie, nel finale di All'asta delle scarpette rosse si può cogliere una trasposizione narrati va della poetica fantastica dello scrittore: "le finzioni [...] sono pericolose. Nella morsa della finzione, possiamo ipotecarci la casa, venderci i figli, per avere ciò che bramiamo. Oppure, in quell'oceano di miasmi, possiamo semplicemente galleggiare lontano dai desideri del nostro cuore, e vederli come nuovi, in distanza, così che sembrano senza peso, banali. Li lasciamo andare. Come uomini che muoiono nella tormenta, ci sdraiamo a dormire nella neve". Nella terza e ultima sezione del volume, all'incontro tra Est e Ovest corrisponde un perfetto equilibrio di realtà e fantasia, colto ora attraverso la rielaborazione e il capovolgimento di generi popolari come il racconto di spionaggio e la fantascienza (qui identificata con l'epopea televisiva di Star Trek), ora nel ricorso e nel riferimento all'occultismo, ora, come accade nell'ultimo racconto, senza alcun dubbio il migliore del!' intera raccolta, attraverso la costruzione di una sorta di memoir fittizio. Qui, in un gioco di specchi narrativo estremamente abile, al difficile passaggio dell'io narrante dall'adolescenza alla giovinezza fanno riscontro, da un lato, la scelta tra Est e Ovest che ogni emigrato si trova prima o poi a dover affrontare e, dall'altro, la necessità e l'impossibilità di troncare ogni legame con la figura paterna, il tutto rivissuto, con una leggerezza di tono finora sconosciuta in Rushdie, nel ricordo della tenera storia d'amore tra un'anziana governante indiana e un attempato e acciaccato portiere originario deIl'Europa orientale, aLondra, nei primi anni Sessanta. Nel racconto che chiude la raccolta, la straordinaria abilità linguistica di Rushdie è finalmente posta al servizio di una storia in cui ogni parola serve a connotare geograficamente e culturalmente chi la pronuncia. Non più fine a se stesso come in Yorick, qui il gioco linguistico s'intesse nel discorso narrativo, a rendere la misura di un mondo in cui la comunicazione tra gli individui, spesso ostacolata dalle parole, può invece avvenire attraverso altre forme di linguaggio: le mosse di una partita a scacchi, le canzoni americane, i cartoni animati. Così la pagina riesce a rendere intatto il sapore di tutto un periodo, completo di immagini e colonna sonora, mentre fra le righe Rushdie lascia cadere riferimenti alla realtà politica e sociale del tempo: le restrizioni al libero accesso degli immigrati in Inghilterra nel 1962, l'uccisione di Kennedy, la nascitadellaswinging London. In un atto di estrema coerenza narrativa, dopo essere riuscito a mantenere il racconto sempre miracolosamente in bilico tra Oriente e Occidente, Rushdie getta la maschera e proclama, da ultimo, il suo rifiuto di scegliere tra Est e Ovest. È proprio questa volontà di restare in equilibrio tra i due mondi a costituire la migliore chiave interpretativa non solo di questa raccolta, ma di tutta la più recente produzione di Rushdie, al di là di ogni tentazione di lettura biografica o strumentale. 1) Il libro di Rushdie Il mago di Oz, è stato pubblicato da "Linea d'ombra" nel dicembre 1993 con in appendice il racconto All'asta delle scarpette rosse. ~ ASPRAELAVOCE I RACCONTDI IREBECCWAEST Maria TeresaChialant "Dal punto di vistadel lavoro è unbene che ci siamo separati", scrivevail5 marzo 1935H.G.Wells, l'autore di The TimeMachine (La macchina del tempo, 1895) e di altri romanzi di fantascienza, a Rebecca West. I due avevano avuto una relazione extraconiugale coinvolgente e burrascosa (da cui era nato un figlio) per oltre dieci anni e mantenuto una profonda amicizia per tutta la vita. "Le nostre qualità intellettuali", continuava la lettera, "sono così differenti che io ti avrei sempre criticata nel tentativo di tarparti quelle nere ali stravaganti, mentre tu avresti disappro-

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