Linea d'ombra - anno XIII - n. 101 - febbraio 1995

54 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE I RACCONTIDI RUSHDIE TRAORIENTEEOCCIDENTE SilviaAlbertazzi Con ogni probabilità, Salman Rushdie è attualmente lo scrittore alla cui opera risulta più difficile accostarsi in maniera '"innocente": al suo lavoro - soprattutto alle opere prodotte dopo lafatwa di Khomeini - è impossibile applicare le teorie barthesiane sulla morte dell'autore. Anzi, ogni suo nuovo libro pubblicato dimostrando, al lettore e alla critica, che l'autore è ancora vivo, viene letto come una manifestazione della sua volontà di non lasciarsi soffocare dalla propria difficile situazione esistenziale. È successo con la favola di Arun e il mar delle storie interpretata, nonostante Rushdie stesso mettesse in guardia i critici contro una lettura in chiave autobiografica, come un'allegoria della vita e dei sentimenti dell'autore dopo la condanna a morte; è successo con alcuni articoli inseriti nella raccolta Patrie immaginarie, la cui scelta si è voluta motivare con precise intenzioni polemiche dello scrittore; è successo persino con l'analisi del film Il mago di Oz' ( solo chi si trova in una condizione di sradicamento forzato può apprezzare appieno, si è detto, una pellicola il cui messaggio di base è: "There is no piace like home"). Sta succedendo, adesso, con la raccolta di racconti East, West, apparsa in Gran Bretagna all'inizio dell'autunno e di prossima pubblicazione anche in Italia. In quest'ultimo caso, una lettura in chiave biografica si rivela ancora più paradossale che nei precedenti, poiché, dei dieci racconti che compongono il volume, soltanto gli ultimi tre sono inediti (e pertanto, si suppone, di composizione recente), mentre fra gli altri sette si trovano pezzi che risultano essere addirittura anteriori alla stesura de /figli della mezzanotte. Non ha senso, pertanto, volerli analizzare come resoconto fittizio della presente condizione dell'autore, come qualche critico inglese s'è arrischiato a fare: semmai, si potrà invece rilevare come con questo East, West Rushdie continui il lavoro di sistematizzazione della propria opera che sembra caratterizzare tutte le sue pubblicazioni post-fatwa. Dalla composizione della favola già promessa al figlio prima dei Versi satanici alla raccolta dei saggi di un decennio in Patrie immaginarie, il lavoro di Rushdie successivo al 1989 tradisce una volontà di mettere ordine nel caos degli eventi aggrappandosi all'esistente, quasi l'autore sentisse l'esigenza di affermare la propria vitalità attraverso il già detto, piuttosto che non cercando nuove strade di espressione (o, più pessimisticamente, quasi lo scrittore, continuasse ad aggirare il cammino un tempo a lui più consono del romanzo, trovando sempre nuove scorciatoie che gli consentano di oltrepassare il silenzio e continuare a far parlare di sé). Cert6 è che la forma della short story non è mai stata la più adatta al genio multiforme di Rushdie, cui s'addicono piuttosto gli spazi e i ritmi del romanzo enciclopedico e nuoce, al contrario, la necessaria sintesi del racconto breve. Nella raccolta appena pubblicata è dunque interessante seguire i tentativi dello scrittore nel far propria l'arte, a lui non certo congeniale, della Foto di Bill Robinson/Camera Press/Grazia Neri Sei anni fa, il 14febbario 1989, l'ayatollah iraniano Khomeini pronunciava la sua fatwa, la sentenza di morte contro Salman Rushdie. Da allora Rushdie è costretto a vivere in clandestinità, protetto dai servizi di sicurezza britannici, cioè del Paese di cui è cittadino, mentre, a quanto sembra, l'Organizzazione per la Propaganda Islamica in Iran avrebbe recentemente stanziato un premio per chi riuscirà a descrivere nel modo più convincente, letterariamente parlando, si presume, la sua angosci a di condannato a morte. Di fronte a ciò che abbiamo visto negli ultimi tempi, alle violenze e alle uccisioni di cui sono stati vittima scrittori e intellettuali di paesi mussulmani, il caso di Rushdie può sembrare meno grave: in fondo non l'hanno ancora ucciso. Crediamo invece che per quanto ci riguarda, per quanto riguarda noi tutti, non ci sia nessuna differenza. Lafatwa contro Rushdie è espressione dello stesso fanatismo integralista: di una stessa visione del mondo che calpesta quei principi di tolleranza e di libertà d'espressione che sono un patrimonio irrinunciabile della nostra ci viltà e della nostra cultura. E che è nostro dovere difendere senza curiali distinguo e senza ambigui compromessi. Poiché Rushdie è (vorrebbe essere, dovrebbe essere) soltanto uno scrittore, vogliamo ricordare il suo caso parlando appunto dei suoi libri. Attualmente sta finendo di scrivere un romanzo; e di recente è uscita in Inghilterra una sua raccolta di racconti. Ne parliamo qui, anche se ancora non è stata tradotta in italiano, perché sia possibile non solo ricordare il suo caso, ma ricordare la prosecuzione, nonostante tutto, del lavoro letterario di uno dei maggiori scrittori di questa seconda metà del Novecento. (Paolo Bertinelli)

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