52 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE GUARDANDOSIALLOSPECCHIO UN MINOTAURO ~ DMNTO CRONOPIO FabioRodriguezAmaya . C'era una volta unbambino con il corpo da gigante che voleva capire il mondo. Siccome il padre era un modesto funzionario diplomaticoeranatoaBruxelles,inmezzoalfragoredell'invasione tedesca durante la Grande Guerra. Si educò, a partire dai quattro anni, in una città europea situata fra la foresta del Mato Grosso e l'Oceano Antartico, ai confini del sud del mondo. Buenos Aires era allora- forse oggi lo è ancora sebbene sia più triste - una capitale dall'immaginazione tanto fervida che, pur essendo di cultura ispanica, rivendicava rad~i anglosassoni e germaniche. Era una città così fantasiosa che un giorno i suoi abitanti, non appena la regina madre d'Inghilterra scese dalla nave, la innalzarono su una portantina e dal molo la condussero alla Casa Rosada per incoronarla regina della ReF)ubblicaArgentina. Il protagonista di questa storia rimase incantato dall'immagine di quell'anziana signora che parlava una lingua a ,.lui incomprensibile. Proveniva da una famiglia piccolo borghese senza un soldo in tasca, suo padre li aveva abbandonati, e ora viveva a Banfield, un sobborgo della grande città. Per assicurarsi un futuro tranquillo e felice avrebbe dovuto ricevere una buona educazione. E così, volendo sfuggire questa squallida realtà, si rifugiò in un universo fatto di sogni. Sin da piccolo leggeva come quasi tutti i suoi compatrioti solo autori stranieri e col tempo si accorse che gli scrittori argentini stavano per anticipare il realismo socialista o tuttalpiù restavano nell'immane tentativo di inventare una tradizione priva di passato, a meno che non fosse quella dei gauchos della pampa. Questo valeva per tutti gli autori con le dovute eccezioni, come quelle di un sognatore mezzo matto, umorista e metafisico chiamato Macedonio Fernandez; di un cantastorie sarcastico di nome Roberto Arti, impegnato con i suoi libri a dare schiaffi esistenziali al mondo, e di Felisberto Hernandez, un uruguaiano piccolo ma tellurico che un giorno si addentrò nella foresta e passò la vita intera a tenere concerti di pianoforte nei paesini di provincia, scarabocchiando nel frattempo, con storie senza senso, pergamene di acetato fabbricate nel Duemila Ma il bambino con il corpo da gigante non si accontentava e nell'ansia di capire il mondo cominciò a prendersi sul serio. Fu così che iniziò a scrivere poesie d'amore alle belle del quartiere e tragedie per teatri d'altri tempi. Era così precoce che a nove anni diede vita al suo primo romanzo, ma per la fortuna della storia della letteratura questo gli cadde nelle acque melmose di una cloaca. Ormai adolescente si appassionò di boxe e dedicò il suotempo a riempire quaderni con racconti tanto strambi che gli intellettuali del suo paese, alcuni tanto raffinati e altri tanto impegnati, lo tacciarono di esterofilia. Nessuno volle pubblicare le sue storie e tutti canzonavano colui che adesso incominciava a diventare un gigante con il viso da bambino e richiamava alla memoria l'orco di Pollicino. Ma la somiglianza con l'orco era una bugia, visto che fin dalla più tenera età aveva dimostrato una dolcezza senza limiti. Un bel giorno, dopo aver dato gli esami del primo anno di filosofia, si stancò e la povertà lo costrinse ad abbandonare tutto. Che ciò fosse vero omeno, si rifugiò in provincia, dove fu maestro di scuola e in seguito professore di letteratura inglese. Divenne un incallito sognatore di galassie popolate da unicorni blu e sognava fiabe che molte volte non arrivò neppure a scrivere, come quella del sex shop riservato agli angeli. Ma lo faceva senza baccano e per questo nessuno lo prendeva in considerazione. Nel contempo salì alla presidenza di quello strano paese Juan DomingoPer6n,un avvantaggiatodiscepolodi Mussolini.Il gigante con ilvisodabambino,ormai insegnanteinun'universitàdiprovincia, pensò allorache se la politica seguivaquel cammino non era poi da prenderetantosul serio.E fu così che decisedi beffeggiareilmondo intero. Si travestìda clown e in uno scenarioimprovvisatovicino alle cascate di Iguazù cominciò a burlarsidi se stesso. Al terminedella funzione,chesirivelòundisastro,entrònelcamerino.Si spogliòdella maschera e, dopo essersi struccato, si guardò attentamente allo specchiosenza riconoscersi. Quandouscìdallamalconciatendadelcircoambulantelaletteratura· stranieragli fece lo sgambettoe gli cadde addosso come un diluvio interminabile.E lui, che possedeva solo un ombrello scoperchiato, rimase imbevutodi mondi inesistentie tuttaviareali. Con fermezza perseveròinmodosemprepiùossessivonellaletturad, iventòtraduttore professionistaeraggiunseunaculturaenciclopedicalacuifonteprima fu l'allora imprescindibile Tesoro de la Juventud. Ungiorno,senzaaccorgersene,subitodopoaverscrittounpoema drammatico,si trasformòinminotauro.Si addentròneimeandridi un labirinto pieno di specchi e finalmente ne raggiunse il centro. Intenzionato a compiere l'incesto copulando con Arianna, un'inaspettata indigestione di John Keats ed Edgar Allan Poe lo trasfiguròinunabolladi saponeverdedallelunghee pelosezampette di ragnochea suavolta,a rigordi logica,si tramutòinun camaleonte. Passòmolti anni a mimetizzarsi,variandoi propri coloriperché nessunoloriconoscesse,edeglistessocontinuòa nonriconoscersi.Si resecontoche in unpaese sottoil regimedi un uomogrottescocome Per6nunmattounpo' anarchicocomeluinonpotevarestarea vivere. Fu così che decise, giacchè nessunoè profeta nella propria terra,di autoesiliarsi,abbandonandole rive dell'insulsoRio de la Plata. Ali'epocareggevagiàsullespalleilpesodei suoitrentasette anni. Fu quando si ritrovòa vomitareconigliettibianchi in un'antica casa che esiste tuttora, situata ali' incrociodi Corrientes e Medrano, che cominciò a soffriredi manie di delirioe si risolse a salirele scaleal contrarioealeggerelibripartendodall'epilogo.Nessunoglidavaretta trannequalchearnicoeinparticolareunpoeta,ciecocomeOmero,che di cognome facevaBorges e che fu uno dei suoi primi editori. Si incamminò verso Parigi e lì mantenne fede ai suoi vecchi vizi (il tango, la boxe e la letteratura gotica) e si innamorò deljazz. Emulò quasi all'esasperazione Charlie Parker fino a diventare trombettiere in un'orchestra che suonava aggrappata a una nuvola rossa. Sempre più gigante e sempre più con il viso da bambino, continuava a sentirsi radicato al passato vissuto nel folle paese in cui ha inizio questa storia. Nella patria del razionalismo, dove si trovava allora, si improvvisava giocoliere sui Champs Elysées ed equilibrista su una corda mal tesa che univa la Tour Eiffel a Le SacreCoeur; sognava di fare l'amore con la Vittoria di Samotracia ogni volta che camminava per i labirinti del Louvre, cercandone con ossessione l'improbabile centro.
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==