44 STORIE/ SCHWARTZ uomo", -avrei probabilmente creduto nella capacità dell'uomo di sfuggire alla mediocrità con il proprio sforzo, a prescindere dal comportamento degJj altri uomini. Ma come neofita dello sport nazionale e tifoso dei Giants, credevo nei campioni e negli eroi, e come igiornalistisportivi,giudicavo in basealle vittoriedei campionati e in particolare della World Series. Eppure il baseball era un gioco di squadra, l'intesa fra i giocatori era molto importante e persino il mjglior lanciatore o il migliore battitore non avrebbe potuto vincere un campionato da solo. Leggere gli esaltanti apprezzamenti che pubblicizzavano i nuovi libri usciti rafforzava la mia convinzione, apprezzamenti che non mancavano mai di presentare i nuovi romanzieri e drammaturghi come coloro che avevano superato Dickens, Tolstoi, George Eliot e Sofocle. Cosa che sembrava tanto naturale quanto l'ovvia superiorità dell'automobile nei confronti del cavallo e del carretto. Durante quel periodo di dubbio e di timore, comunque, tutto quanto era sembrato una prova schiacciante della superiorità del presente nei confronti del passato veniva completamente rovesciato. Il progresso della scienza e le invenzioni in campo industriale erano, secondo Spengler, proprio la prova che il fosco futuro apparteneva agli ingegneri, agli scienziati e ai milionari. In quel periodo trovai una biblioteca circolante con una copia dell'enorme volume di Spengler Il tramonto del[ 'Occidente, che sebbene fosse scritto in uno stile così astruso da indurmi a non andare troppo avanti nella lettura-unadifficoltàche accentuò la mia depressione - aveva alla fine dei grafici affascinanti e spaventosi. Questi grafici facevano dei paralleli fra la nascita, crescita, declino e caduta delle passate civiltà, compresa la civiltà occidentale finò al 1920. Gli spazi vuoti dopo il 1920 erano abissi; e accanto ad essi, in ciascun grafico, vi erano gli spaventosi paralleli storici che registravano l'inevitabile declino e caduta delle passate civiltà. A dicembre, il freddo e la pioggia resero più arduo e spiacevole l'andare a piedi, eppure la mia determinazione fu lungi dall'essere intaccata. Prima di imbattermj in Spengler, gli uominj famosi che più ammiravo erano John J. McGraw, H.L. Mencken, Thomas Alva Edison e SherlockHolmes. Non ero pernulla turbato dal fatto che Holmes fosse frutto della fantasia di un romanziere, per me Sir Arthur Conan Doyle doveva essere esattamente come il suo personaggio e come lui conduceva un'affascinante e onnisciente esistenza. Infatti, non mi sembrava un caso che sia McGraw sia Holmes fossero spesso considerati dei cervelloni. Ma ora Spengler superava tutti questi idoli ed anzi me li aveva fatti dimenticare. L'ammirazione che provavo per lui differiva da tutti i sentimenti di ammirazione che avevo provato in passato. Si trattava di ammirazione e odio allo stesso tempo. Non solo Io ammiravo ma ne provavo timore, poiché aveva preconizzato la fine del futuro e quindi la mia fine. Inoltre non mi ero mai imbattuto prima in un autore che non fossi stato in grado di comprendere. Avevo spesso avuto l'illusione di capire quello che leggevo; Spengler, usando parole per me incomprensibili e facendo riferimento a cose che ignoravo, mi fece capire di essermi illuso su me stesso. E quand'anche fossi stato in grado di capire una frase o un paragrafo, il contenuto avrebbe ucciso ogni speranza, ogni aspettativa, ogni ambizione sul futuro. Alcuni lettori-coloro che sono molto simili a me-si saranno resi conto che io avevo grandi aspettative, in diversi settori, per il futuro, in particolare il mio lontano futuro. Ed è pressoché inutile aggiungere che gli sforzi enormi di incoraggiare e rassicurare me stesso autorizzerebbero il più pietoso dei lettori ad esclamare: "Che precoce egocentrico!". Devo confessare che la riterrei una verità inconfutabile e che non ci sarebbe ragione di negare o di difendere me stesso. Sarebbe insensato affermare che tutti gli altri esseri umani, in particolare durante l'adolescenza, hanno le stesse manje di grandezza: questo non è assolutamente vero per tutti gli uomini. La maggior parte degli esseri umani conduce una vita di quieta rassegnazione. Non vi sono scuse, né difese, né attenuanti. Ma una spiegazione, lontana dall'essere una giustificazione, può aiutare a capire la tenerezza che provo - del tutto priva di vergogna - nel ricordare i miei sforzi per avere la meglio su Spengler, sulla storia, sul futuro e continuare a nuttire speranze. La qualità della vita americana, specialmente quella rappresentata nella pubblicità, che io leggevo con attenzione come se ogni annuncio pubblicitario fosse scritto in una prosa descrittiva e precisa, era rappresentata con frasi superlative. A quel tempo i giornali riferivano di ragazzi e bambini prodigio che mi inducevano a pensare che il mio inizio fosse un po' lento e che, forse, non sarei mai andat9 molto lontano. Una ragazza, che aveva appena sei mesi più di me, pubblicizzava due suoi importanti libri di poesia e quando lessi le sue poesie, non solo ne rimasi favorevolmente impressionato, ma la sua opera mi sembrò così interessante ed elevata da indurmi a credere che non sarei mai diventato un poeta, né allora né in futuro. E poi il desiderio di diventare un poeta fu tenuto nascosto per parecchi anni, come un vizio segreto, a causa dell'atteggiamento dei ragazzi del quartiere e dei compagni di scuola e soprattutto a causa del commento di un parente stretto quando gli avevo detto che volevo diventare un poeta. "Come fai a diventare un poeta?" mi aveva chiesto in tutta sincerità e con le migliori intenzioni. "Tuo padre era un poeta? Tuo nonno era un poeta?" E poi per consolarmi ed eliminare lo sgomento che doveva essere apparso sul mio volto, aveva aggiunto che, in ognj caso, non c'era ragione di diventare un poeta, poiché non era affatto un impiego redditizio. Questa spiegazione era caduta nel vuoto, giacché mi aspettavo di guadagnare molto come giocatore titolare nella squadra dei Giants. Ma questo mio desiderio mi indusse ad evitare la crudele logica di quelle domande che mi facevano star male. Pensai che con tutta probabilità molti giocatori dei Giants non erano figli e nipoti di giocatori del massimo campionato di baseball. Non dissi nulla, perché sapevo che, se il desiderio di essere un poeta poteva apparire irrealizzabile, quello di essere un giocatore di baseball avrebbe suscitato anche maggiore disprezzo e ilarità. Tuttavia, per parecchi anni, l'atteggiamento della mia famjglia mi indusse a non parlare di poesia e del fatto che desideravo essere un poeta. Io stesso avevo abbastanza dubbi, per desiderare di espormj ai dubbi altrui. Gli adulti, i ragazzi del quartiere ed anche i compagni di scuola erano contrari, per ragioni diverse, al fatto che fossi un accanito lettore e un cliente abituale della biblioteca circolante di zona. Gli adulti pensavano che il troppo leggere non facesse bene alla salute di un adolescente; i ragazzi del quartiere, invece, pensavano che si trattava di pretenziosa affettazione, semplicemente un modo per mettermi in mostra e per far credere che ero colto. Un ragazzo, come me fanatico dei Giants, mi disse che non era possibile essere contemporaneamente tifoso dei Giants e accanùo lettore di libri. Ma poiché sapevo molto bene che ame piaceva sia leggere sia tifare per i Giants, l'incredulità dei miei coetanei mi sembrava molto strana e mi lasciava indifferente. Mi sembrava altrettanto strano che tutti, adulti e bambini, non amassero sia i libri sia il baseball, e si interessassero a cose che, in confronto, erano futili o del tutto insignificanti. Molti altri avvenimenti di questo tipo avevano riempito di dubbi e timori la vitadell'intellettualeadolescenteedel tifoso quale io ero. Ma niente e nessuno, eccettuato Spengler, era stato più decisivo nel trasformare speranze e ambizioni in delusioni e disgrazie. Nessun altro era ricorso alla storia, al passato, al presente
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