42 STORIE/ SCHWARTZ o rimuovevo il fatto che i Giants avessero perso contro gli Yankees nelle World Series del 1923 e 1924, così come dimenticavo rapidamente i voti bassi in aritmetica e gli attacchi di sinusite: era facile dimenticare que~i fatti spiacevoli non appena erano stati superati. Nel 1926 ero uno studente di un liceo senior. La differenza fra essere uno studente di un liceo senior e di unojunioro di una semplice scuola pubblica era enorme: andava al di là di ogni possibile immaginazione: era praticamente paragonabile alla differenza che esiste fra il massimo campionato e quelJi minori e fra l'essere un campione e una riserva o un ricevitore di un'interbase. Poco tempo prima ero anche giunto alla conclusione che dovevo diventare un poeta e un critico teatrale, ma non quando fossi stato adulto, bensì il più prnsto possibile. Intendevo dedicarmi a queste due vocazioni per cinque mesi l'anno, da ottobre a marzo, avrei scritto poesie durante il giorno e la sera sarei andato a Broadway alle prime degli spettacoli. Da aprile a ottobre, avrei giocato nei Giants occupando l'interbase e, dopo un po', quando John McGraw si fosse ritirato, l'avrei sostituito come commissario tecnico dei Giants. Ero tentato da altri importanti progetti, ma ritenevo di non aver sufficiente tempo per 'dedicarmici completamente. Pensai di poter intraprendere le attività di poeta, di critico teatrale e di giocatore durante il campo estivo: in privato scrivevo poesie, recensivo gli spettacoli del sabato sera sul giornale del campo e giocavo, occupando la terza base, nella squadra di basebaJI in modo così autorevole e responsabile che il giocatore dell'interbase affermò che a lui non rimaneva più nulla da fare e il consigliere sportivo mi disse di smettere di tenere inutili conciliaboli con il lanciatore ogll:Ì volta che egli appariva nervoso come se fossi il commissario tecnico della squadra. Con lo stesso tono il consigliere responsabile del giornale del campo mi disse che se non avessi smesso di lodare gli attori dello spettacolo del sabato sera in modo così esaltante-e più di tutti mio fratello e me, quando recitavamo - mi avrebbe passato alla cronaca sportiva o, in alternativa, avrebbe fatto a meno della mia collaborazione. Il primo semestre del liceo mi sembrò tanto esaltante ed importante quanto il viaggio, nei romanzi del XIX secolo, del protagonista che lascia lacittà di provincia dove era cresciuto infamiglia per trasferirsi in città. Forse, il fatto più importante era che non si pranzava più a casa, che si andava a scuola con il tram e che quindi si spendeva più denaro di prima. Improvvisamente ebbi 1'accesso ai segreti del valore del denaro, cosa cui ambivo moltissimo, in quanto avrei potuto acquistare libri ed entrare nei campi sportivi con un biglietto a prezzo intero non appena fosse iniziato iJcampionato di baseball. Desideravo comprare tutti i libri scritti da H.L. Mencken; la libreria circolante locale ne possedeva solo uno Prejudices: Second Series. Fu solo alcuni anni dopo che l'esatto significato del termine "pregiudizi" mi fu chiaro e lo considerai spregevole; il desiderio di leggere gli altri quattro volumi della serie, ognuno dei quali conteneva nuove affermazioni di Mencken che mi affascinavano, divenne di mese in mese sempre più intenso dal giorno in cui fu pubblicata la rivista con la copertina verde "The American Mercury". Ne subivo, per la verità, il fascino, provavo una sorta di incantamento o ipnotismo, giacché quando Mencken affermava che tutti i poeti erano bugiardi, che l'America era orribile, che la guerra era un bene per il genere umano, rimanevo imperturbato. Era come se egli avesse sostenuto qualcos'altro, qualcosa di piacevole e commovente. In realtà penso che il piacere che traevo dal leggere le sue affermazioni aveva poco a che fare con il reale contenuto delle sue opere, poiché molte delle sue affermazioni se scritte o sostenute da chiunque altro mi avrebbero fatto infuriare o mi sarebbero apparse pronunciate da un pazzo o da un criminale. Nei suoi scritti non era solo uno splendido buffone, ma al contrario di tutti gli altri comici che avevo conosciuto o visto al cinema, era un buffone intellettuale che si faceva beffa della maggior parte degli altri intellettuali e delle loro idee. Questo era sufficiente a farlo apparire assolutamente superiore. Era superiore a tutti gli altri scrittori, agli altri comici, e le sue idee erano superiori alle idee degli altri uomini: altrimenti non si sarebbe preso gioco di loro in quel modo che diventava sempre più irresistibile. Grazie all'autorevolezza di H.L. Mencken, il suo cauto apprezzamento di un periodico di un altro editore ("E.J. Handemann' s Monthly"), in una recensione su "The American Mercury" mi indusse a cercare quella rivista nella biblioteca del liceo. Un apprezzamento di Mencken, per quanto cauto, era più unico che raro. Dapprincipio non riuscii a trovare nulla nei vari numeri del "E.J. Haldemann's Monthly" che giustificasse un qualsivoglia apprezzamento, o possedesse la piacevoleesuberanzae lanoncurante superiorità éon cui scriveva Mencken o, a volte, qualcuno dei suoi collaboratori. Ma poi, cercando con attenzione in ogni numero, convinto che non vi poteva che essere qualcosa di scritto molto bene se era stato elogiato da Mencken, e che io non ero in grado di riconoscere quanto era degno di apprezzamento da quello che suscitava ilare disprezzo e sdegno, mi imbattei in un saggio che riassumeva un libro appena tradotto in inglese: Il tramonto dell'Occidente di Oswald Spengler. Lessi il riassunto quattro volte, e ad ogni lettura divenivo sempre più triste. Spengler, secondo il recensore, aveva una visione di tutta la storia, del XX secolo e del futuro, che non solo era in netta contrapposizione con quanto avevo imparato o pensavo, ma, il che era ancor peggio, escludeva la possibilità che potessero essere scritte poesie o opere originali nel nostro secolo o da chiunque fosse nato in questo secolo. Secondo Spengler, l'ultimo importante scrittore era stato George Bernard Shaw: la civiltà occidentale aveva iniziato il suo declino, e sebbene non sarebbe scomparsa che fra molti anni a venire, sarebbe, prima o poi, giunta alla fine. Questo era sicuramente accaduto alle grandi civiltà greche e romane e a tutte le altre civiltà, poiché ogni civiltà è mortale e la sua esistenza, come quella del genere umano, è soggetta allo stesso ciclo di nascita, crescita, maturità, declino e morte; o primavera, estate, autunno e inverno. Secondo Spenglero secondo ilsuo recensore, laciviltà occidentale aveva raggiunto la fase autunnale; era il tempo della mietitura e della raccolta dei frutti prodotti dallaciviltàoccidentalenella primavera ed estate della nostra cultura, mentre tutti i nuovi scrittori erano destinati ad essere imitatori di quarta categoria dei grandi del passato. Quel che più mi impressionò e mi intristì fu l'uso dell'analogia. George Bernard Shaw era l'equivalente di Aristotele; Goethe era il Platone dell'Occidente. Poiché io non sapevo pressoché nulla di quegli autori e Spengler sembrava essere un uomo di vastissima culturapiù vasta di quella di H.L. Mencken - probabilmente egli aveva ragione. Il peggio era che l'autunno e il declino della civiltà classica era iniziato quando la maggior parte degli esseri umani viveva in grandi città, come Roma, e amava il pane e le arene, invece di essere coltivatori e di partecipare ai giochi olimpici.L'analogia fra le arene romane e il massimo campionato di baseball era incontestabile ed insopportabile. Entrambi erano giochi in cui il popolo partecipava come spettatore e non come giocatore. Era importante il fatto che i cittadini di New York e quelli di Roma non erano coltivatori e si dedicavano il meno possibile al lavoro fisico. Questo li rendeva indolenti, amanti del piacere e incapaci di dar vita a grandi poeti. Dopo settimane di estrema ansietà per il presente ed il futuro, iniziai a prestare molta attenzione durante le lezioni di storia e programmai un piano che, a mio giudizio, avrebbe dimostrato che Spengler aveva torto. Il piano consisteva in un elaborato programma di comportamento rigoroso e ascetico; per esempio tornare ogni
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