36 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE quelli che sono stati rispanniati, che non hanno provato, che non hanno vissuto i dubbi e le peregrinazioni e le speranze e le delusioni e le raggelanti certezze definitive, quelle delle parole che bollano, delle diagnosi che non lasciano speranze ("Ora la definizione c'è: schizofrenico. Mi rigiro quella parola fra le mani, dentro la testa, una parola dura, che mi ferisce e non me l'aspettavo. Pensavo di aver accettato, di avere - almeno in stragrande misura, metabolizzato. Nomina sunt rerum: com'è, come resta difficile, per questa cosa, trovare il posto giusto dentro di me"). È così: gli altri non ne vogliono sapere niente. Di parti travagliati e trascurati, di paure e dubbi e sospetti momentaneamente respinti con un "non è possibile"; di notti insonni, di progressi che non vengono, di distanze che diventano incolmabili. Di diagnosi che sono condanne, e di diagnosi che non arrivano e trasformano la vita, lo stesso, in una condanna: all'incertezza, all'ignoto. Tutto questo non li riguarda. Non vogliono sapere, non vogliono sentir raccontare. Forse è unadifesa naturale.Meno criticabile,emeno violenta, in apparenza, della ignorante superstizione delle "femmine urlanti sulle spiagge alla vista di un 'infelice' che minacciasse di contagiare i loro sanissimi rampolli". Ma, certo, una difesa che produce estraneità, distanza, indifferenza. Quanta indifferenza, quanta lontananza imbarazzata o ostile, nei racconti di questi genitori-autori: gli amici spariti "da quando si è saputo che Giancarlo e Tiziana avevano una figlia handicappata", i colleghi spaventati dalla presenza cupa, "con quella piccola spinta di tensione violenta", del giovane Riccardo, imperfetto anche lui nella rabbiosa ricerca di identificazione con su6 padre, che semplicemente pregano di non portarlo più sul set. Gli automobilisti chiusi nelle loro isole di metallo, capaci solo di imprecare contro l'ostacolo che li intralcia, incapaci di vedere che l'ostacolo è una madre che sta combattendo con il suo bambino folle di terrore, dentro una macchina bloccata dal traffico, ma cosa importa, di fronte alla loro fretta di "sani" che devono muoversi, circolare, produrre ...? Cancellarli, allontanarli, i Prodotti imperfetti. Non per cattiveria. Magari semplicemente perché non si sa cosa fare, come comportarsi con un bambino che non vede, che non parla, che forse non capisce, con un ragazzo che improvvisamente è terrorizzato, o furioso, o travolto dalla propria stessa rabbia. Meglio che se la vedano i genitori, sono abituati, loro ... Nasce di qui, la solitudine profonda, angosciosa, senza speranze, che resta la peggiore delle condanne per le famiglie dei bambini come Francesca, come Matteo, come Riccardo. Noi, i curanti, i terapeuti, non siamo senzaresponsabilità, di fronteaquelle solitudini.Anche noi li lasciamo soli, non potendo far altro, ali' ora di chiusura dei centri di riabilitazione, alla fine della seduta di psicoterapia, il fine settimana, a Natale ... Li lasciamo soli a combattere, a fronteggiare, a inventare soluzioni a problemi sempre nuovi, e sempre drammatici. Chiediamo loro di accettare, di sopportare, di capire, e di fare. Soprattutto di fare. Sempre da soli. Mi colpiva dolorosamente, nelle pagine di questo libro, il racconto delle mille - spesso involontarie, ma non è una giustificazione - inettitudini, incapacità, mancanze professionali di cui, sempre, sono i genitori a pagare le conseguenze. Diagnosi incerte e mai precisate, speranze incautamente accese, gli Stati Uniti, forse l'Inghilterra, chissà ... Consigli, proposte, prescrizioni, come quella del mago del paradosso terapeutico, chissà quanto ne sarà stato fiero, della sua prescrizione paradossale ("e se provasse a dare ogni sera trentasei baci a sua figlia?") che oggi il papà di quella bambina ricorda come un'ennesima follia, un ennesimo insultoallasuadisperataricercadi aiuto. E, serpeggiante sempre, mai abbastanza contrastata, la sensazione dell'inquisizione, della ricerca di colpe ... Colloqui anamnestici, ricostruzione delle tappe evolutive, domande, domande che sembrano implicitare che sì, certo, i genitori qualcosa devono avere fatto, di sbagliato, di irreparabile, la colpa è anche loro, non del tutto, ma insomma ... Solitudine, senso di colpa. Disperazione, e impossibilità di sognare un futuro. Vite che si modulano su questi temi, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Aiuti, pochi. Troppo pochi. È vero, un po' di strada è stata fatta. Abbastanza almeno perché i Prodotti imperfetti possano uscire fuori dalle mura di casa, perché possano andare a scuola, al mare, in albergo (in qualche albergo ...). Ma non è.abbastanza. Ci vuole altro, per rompere la solitudine, per spezzare la trama di giorni sempre uguali e sempre più pesanti, per rendere pensabile una risposta ali' interrogativo più angoscioso delle madri e dei padri: e quando non ci saremo più noi? Mancava un pezzo di strada. Quello della costruzione di risposte di cura alternative all'istituzione chiusa, ma realistiche, differenziate, articolate. Capaci di dare risposta ai momenti in cui i genitori "non ce la fanno più", per esempio. Capaci di ampliare e appoggiare gli interventi educativi della scuola, di rispondere alle crisi, di prevedere qualche "dopo". Perché cosa succede, dopo? Finita la scuola elementare, che in qualche modo, bene o male, "inserisce", quando la diversità diventa sempre più visibile, quando il futuro immaginabile diventa sempre più diverso da quello dei ragazzi normali ... Quel vuoto che coincide con l'inizio dell'adolescenza, vuoto di risposte, di proposte, di interventi, di aiuto, quello non è stato riempito, quasi mai. La strada si è interrotta. Si rischia di tornare indietro. Un rischio tangibile, concreto, che traspare dalle accuse livorose e ignoranti alla psichiatria antiistituzionale, dal ricomparire - per ora sommesso, ma inquietante - degli inni all'ordine e alla produttività nella scuola, nel lavoro: ordine che significa uguaglianza di diritti per quelli che sono già uguali (i nostri figli avranno pure il diritto di imparare, senza che si perda tempo per un handicappato che disturba e tanto non imparerà mai niente); uguaglianza di doveri per chi lavora per il profitto e per chi offre lavoro a giovani che profitto non ne produrranno mai (basta, con i privilegi delle cooperative, con le balle sul lavoro protetto: equità fiscale, libero mercato, ecco cosa ci vuole!). Dietro a tutto questo, sotto a tutto questo, come un bubbone maledetto che cresce, c'è l'egoismo soddisfatto di chi riesce a dire "non mi riguarda". Certo, un libro non basta a scuotere egoismi radicati, quelli di chi, l'abbiamo sentito tutti, rideva e fischiava, non tanti mesi fa, alla parola "solidarietà". Può scuotere però gli egoismi piccoli piccoli, subdoli e pericolosi perché i portatori ne ignorano l'esistenza, come per certi parassiti intestinali ... Ma ci sono, ci sono; i sintomi sono la voglia di non sapere, di non pensare; di guardare da un'altra parte. Le giustificazioni comode - non saprei cosa fare, non saprei cosa dire - che permettono di non fare niente, di chiudere bene le porte di casa con un piccolo respiro di sollievo, fortuna che non è toccato a noi. Attenzione, quando la solidarietà sarà sparita, cancellata da mille "non mi riguarda", sarà sparita proprio per tutti. Attenzione, sono già troppi i segnaU che ci dicono che è in quella direzione che stiamo andando. È per questo che si finisce per parlare di politica, anche se il discorso era partito da un libro.
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