Linea d'ombra - anno XIII - n. 101 - febbraio 1995

28 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE emigrazioni, sono un luogo comune. Il mondo è quindi diventato immenso. Eppure non riusciamo più a percepirlo come la nostra casa. Questo significa che i racconti diventano rari. L'immaginazione ha preso il loro posto. Le sensazioni hanno sostituito il senso del destino, che costituisce la parte essenziale di un racconto. Forse, oggi, grazie alla speciale qualità della voce umana che canta, che urla tutto il suo dolore, la forma narrativa popolare più vitale e genuina è la musica rock. Tuttavia, la "fiction" continua a essere prodotta, ma solitamente ha qualcosa che non va, perché le parole e le espressioni sono troppo grandi e troppo vicine a noi e quello che sta aldilà di esse è spesso in realtà privo di corpo. Mentre, qualunque storia, nel sub più profondo significato, è qualcosa che succede ai corpi: uomini, donne, cavalli, anche navi, che sono come corpi. La differenza che passa tra l'informazione e le storie vere, le storie che succedono a dei corpi, sta nella prospettiva, nell'ottica dei fatti. È una questione di come una storia viene raccontata. A questo proposito, vorrei leggervi un breve paragrafo di una storia, scritta da Ryszard. "Una volta incontrai un uomo che aveva passato dieci anni in un gulag perché aveva tentato di collocare un pesante busto di Lenin in una sala al secondo piano di un edificio. Le porte erano troppo strette e così lo sfortunato decise di sollevare il busto da un balcone. Innanzi tutto doveva legarlo con una corda e così fece: mise una corda intorno al collo della statua, al collo dell'autore del Marxismo e dell'empiriocriticismo. Non ebbe neanche il tempo di slegare il cappio prima dell'arresto." Questo è un racconto, non una notizia. Ma per osservare quello che è fisico, per osservare l'essenza dei racconti, occorre che il vero e proprio corpo del naiTatore si trovi sul posto o nelle immediate vicinanze. Non si possono compiere osservazioni su uno schermo. Tutto quello che pe1mette di fare uno schermo è leggere. Ryszard Kapuscinsky è un corrispondente estero, un giornalista, un viaggiatore. Non fa parte degli autori di fiction, bensì è uno dei rari grandi narratori del nostro tempo. A parte la sua cultura e il suo cuore, è un grande narratore perché si trova sul posto, con iIsuo corpo, e mostra ciò che accade ad altri corpi. Nei suoi racconti, ci sono i gusti, il respiro che alita dietro le parole, la paura, la fatica, la vecchiaia, il 1icordodi una madre. Nessuno dei quali compare nelle notizie. Da tutto questo materiale fisico, nasce un'essenza: il senso del destino. Egli spesso lo esprime con una domanda che esige di essere posta, ma che però non può trovare risposta. "Sulla stessa strada, ma verso il basso, nelle profondità di una 1ipida gola, c'è un monastero: Debril Ibanos. All'interno, la chiesa è piacevolmente fresca ed è come se fossi precipitato nel l'oscurità più completa. Dopo qualche momento, mi abituo al buio e vedo pareti coperte di affreschi e pellegrini etiopi vestiti di bianco, che giacciono bocconi sul pavimento, coperto solo da stuoie. In un angolo, un vecchio monaco recita i canti sacri in ge' ez, ora una lingua morta. La sua voce sonnolenta è sommessa, come se in qualunque momento dovesse spegnersi completamente. È un momento di silenzio e misticismo, un momento che è più di un momento, aldilà di qualunque misura, aldilà dell'esistenza, aldilà del tempo. Da quanto tempo giacciono lì imonaci? Non Io so. So soltanto che esco dalla chiesa per poi tornare, diverse volte nel corso della giornata e ogni volta i monaci giacciono lì, immobili. Un giorno, un mese, un anno, per tutta l'eternità?" Questo è il tipo di domanda che non ha 1ispostae che evoca il destino. Ma perché è necessario raccontare storie come questa? Perché raccontiamo delle storie? Per passare il tempo? A volte. Per infonnare? Per dire cose non ancora dette? Sì. A volte, solo per guadagnarci la pagnotta o per fai· capire alla gente quant'è fortunata, dato che oggi la maggior parte dei racconti sono tragici. A volte sembra che il racconto abbia una sua volontà, la volontà di essere ripetuto, di trovare un orecchio, un compagno. Come i cammelli attraversano il deserto, i racconti attraversano la solitudine della vita, offrendo ospitalità all'ascoltatore o cercandola. Il contrario di un racconto non è il silenzio o la meditazione, bensì l'oblio. Sempre, sempre, fin dall'inizio, la vitahagiocatocon l'assurdità.E poiché l'assurdo è il padrone del mazzo di carte e del casinò, la vita non può fai·altro che perdere. Eppure, l'uomo compie delle azioni, spesso coraggiose. Tra quelle meno coraggiose, ma nonostante questo efficaci, c'è l'atto del raccontare. Questi atti sfidano l'assurdità e l'assurdo. In che cosa consiste l'atto del raccontare? Mi sembra che sia una permanente azione di retroguardia contro la permanente vittoria della volgarità e della stupidità. I racconti sono una dichiarazione eermanente del vissuto in un mondo sordo. Equesto non can1bia. E sempre stato così. Ma un'altra cosa che non cambia è il fatto che di tanto in tanto si verificano dei miracoli. E noi conosciamo i miracoli grazie ai racconti. Con questo vorrei collocai·e quello che stiamo facendo o tentando di fare in un contesto attuale e anche nel la storia. Ma una ,. volta tolto questo di mezzo, possiamo parlare con molta più precisione del lato pratico dei racconti, dello scrivere, del leggere, di diversi modi di porsi, di osservare. Volevo però fare queste osservazioni per dimostrare che forse l'ai·gomento di stasera è importante. Kapuscinsky John è una grande figura della letteratura e per me in patticolare ha un significato molto speciale. Benché lo abbia incontrato fisicainente solo ieri sera, conoscevo i suoi scritti da molto tempo. John ha fatto della grande poesia e letteratura, ha scritto prose meravigliose, ma una parte dei suoi scritti è stata di un'importanza particolare per me, in quanto mi ha insegnato a guardare l'arte, la vita e la fotografia con un atteggiamento attivo. lo sono un fotografo, ma il mio modo di fare fotografia è molto istintivo. Quando anni fa a Filadelfia acquistai il suo saggio About looking, ne 1imasi affascinato, soprattutto per la sua interpretazione della fotografia e di ciò che si trova nelle fotografie. Di solito ignoriamo le fotografie. Ne vediamo decine al giorno. E non ci rendiamo conto che per capire le fotografie e la letteratura è necessaria una partecipazione attiva. Non si riesce a capire la fotografia se non ci si pone come creatori attivi. Ogni fotografia e ogni racconto ha bisogno di due componenti: colui che ha realizzato la fotografia, che ha dipinto un quadro, che ha scritto un racconto e allo stesso tempo colui che osserva o legge attivamente. Senza quest'ultimo non può esserci arte, in quanto l'arte è un processo bilaterale. A volte si parla della crisi della letteratura: essa è determinata non dalla crisi degli sc1ittori, bensì dalla crisi dei lettori. Se il lettore non si pone al livello della grande letteratura, la grande letteratura non può esistere. Questa è la lezione che ho imparato dalla filosofia di John Berger, una lezione che ho preso molto a cuore per comprendere il mondo. Comunque finché ci sarà una partecipazione così numerosa a una serata come questa, la letteratura e l'arte non potranno m01ire. La letteratura è ancora viva perché

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